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Conflitto nel Golfo, l’onda lunga dei rincari sui conti delle famiglie

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Bollette e alimentari: una tassa da mille euro sugli italiani. Serviranno mesi per tornare alla normalità. Pagano anche le imprese
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Che estate sarà se la benzina dovesse diventare tanto cara da impedire vacanze on the road o domeniche fuori porta? Se le famiglie italiane, costrette a fare i conti con un’inflazione ancora pungente e portafogli sempre più sgonfi, decidessero di non concedersi qualche sfizio?

Un corridoio multicommodity

L’impatto della guerra nel Golfo Persico, ormai è chiaro, trascende il solo settore dell’energia e intacca gli ambiti più disparati della quotidianità. Perché, in tempi di pace, da quel lembo di terra che oggi abbiamo imparato a riconoscere come lo Stretto di Hormuz passavano sì oltre un quarto del petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, ma anche navi cariche di fertilizzanti (urea e ammoniaca su tutte), prodotti raffinati come la nafta, centrale nell…

Che estate sarà se la benzina dovesse diventare tanto cara da impedire vacanze on the road o domeniche fuori porta? Se le famiglie italiane, costrette a fare i conti con un’inflazione ancora pungente e portafogli sempre più sgonfi, decidessero di non concedersi qualche sfizio?

Un corridoio multicommodity

L’impatto della guerra nel Golfo Persico, ormai è chiaro, trascende il solo settore dell’energia e intacca gli ambiti più disparati della quotidianità. Perché, in tempi di pace, da quel lembo di terra che oggi abbiamo imparato a riconoscere come lo Stretto di Hormuz passavano sì oltre un quarto del petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, ma anche navi cariche di fertilizzanti (urea e ammoniaca su tutte), prodotti raffinati come la nafta, centrale nella produzione della plastica, e ancora zolfo, elio, alluminio e genericamente container che alimentano il commercio internazionale per circa 1.200 miliardi di dollari. In altre parole, non si tratta solo di un collo di bottiglia per gli idrocarburi, ma un vero e proprio corridoio industriale multicommodity, da preservare per mille e uno motivi.

Driving season a secco

Immediato e intuivo è l’effetto sui carburanti. Jet fuel a parte (per cui rimandiamo a questo articolo), i prezzi alla pompa di benzina e diesel seguono l’andamento sui mercati internazionali del greggio, la prima, e del gasolio, il secondo. Con un’eccezione: i listini non cambiano poi tanto rapidamente quando crollano le quotazioni. C’entrano le decisioni aziendali prese dai singoli operatori e dalle società della catena di approvvigionamento, ma anche le prospettive di un mercato che, al di là delle oscillazioni quotidiane, resta pieno di rischi.

Basti pensare che le scorte globali di petrolio e prodotti raffinati hanno già toccato i minimi da otto anni, e a fine mese – stima Goldman Sachs – saranno sufficienti a soddisfare appena 98 giorni di domanda. Giunti a questo punto, anche la riapertura di Hormuz non riuscirebbe a evitare un ulteriore svuotamento dei depositi e, di riflesso, una nuova e violenta fiammata nei prezzi, che secondo alcuni analisti potrebbero raggiungere i 200 dollari al barile. Per non parlare del fatto che ripristinare la regolare navigazione potrebbe richiedere un paio di mesi, mentre potrebbero servire fino a cinque anni per riparare alcuni impianti danneggiati.

Il governo ha tentano di ridurre artificialmente i prezzi mettendo mano alle accise, che sui valori finali pesano per circa il 40 per cento. Una misura apprezzata da chi guida ma costosa per le casse dello Stato e soprattutto una trappola politica da cui è difficile uscire, tanto più alla vigilia dell’estate. Lo dimostra la ricerca affannosa di risorse per prolungare a fine maggio il taglio delle accise, già ridotto per la benzina da 20 a 5 centesimi. Alcuni osservatori, a partire dal Fmi, hanno criticato la mossa, poiché «riduce l’incentivo a diminuire il consumo di energia, migliorare l’efficienza e investire in alternative». Meglio agire con interventi mirati.

I rincari entrano in casa

Anche senza mettersi in strada, le famiglie non riusciranno a evitare i rincari. Partiamo dalle bollette: ad aprile - avvisa Codacons - il gas è costato alle famiglie il 13% in più rispetto a febbraio, ovvero prima dello scoppio del conflitto, mentre l’elettricità è salita del 5,2%. Non va trascurato poi l’effetto della carenza di fertilizzanti sui prezzi alimentari: in soli due mesi frutti come more e lamponi sono rincarati del 16,1%, gli agrumi del 7,5%, i legumi del 9,9% e gli ortaggi del 8,6%.

Il primo effetto complessivo lo ha certificato l’Istat, registrando un’accelerazione dell’inflazione di aprile al 2,8% su base annua, dopo il +1,7% di marzo. Tradotto in valori assoluti, ad oggi la “tassa Hormuz” costa alle famiglie italiane circa mille euro in più all’anno.

Chi soffre con i rincari

A soffrire non sono solo i consumatori. Cerved stima un impatto della crisi sui fatturati reali delle aziende tricolore che oscilla tra -0,9 e -2,6% tra il 2025 e il 2027, a seconda della durata del conflitto. Solo a gennaio, quando le tensioni geopolitiche erano ancora “contenute”, gli stessi esperti stimavano un sonoro +1,7 per cento.

Ma torniamo alla realtà. Ad accusare maggiormente il colpo saranno i settori gasivori come ceramica, carta e vetro, quelli dipendenti dal petrolio, come la raffinazione e la chimica, ma anche tutta la filiera della generazione energetica, dei trasporti e della logistica. Qui qualcosa si è rotto, forse per sempre. Perché i rincari dei carburanti, dei noli e delle assicurazioni, sommati ai ritardi nelle forniture e la necessità di ricalibrare le rotte commerciali, mettono in discussione il modello just-in-time, a favore di maggiori scorte.

Vacanze rimandate

Merita un capitolo a parte il turismo, settore in grado di generare il 10% del Pil tricolore. La tensione è palpabile. Già a marzo i rappresentanti delle agenzie di viaggio in Confcommercio accusavano un danno economico rilevante, con una media di quattro cancellazioni ogni dieci clienti. Anche Federalberghi – che dà voce a 20.000 dei 32.000 hotel italiani - vede nitidamente i primi segnali di frenata nei viaggi dei facoltosi turisti americani (nel 2024 hanno speso in Italia 6,4 miliardi). Il messaggio è chiaro: finché non si placano le armi, l’Europa e il Bel Paese, a malincuore, possono aspettare.

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