Antonio Patuelli: “Gli Stati resistono alle fusioni fra banche Ue, ma poi il mercato vincerà”
di Francesco Manacorda«Il mercato alla fine vince sempre». Antonio Patuelli guarda così al caso Unicredit-Commerzbank e alle grandi partite italiane. Il presidente dell’Abi osserva il consolidamento nazionale ormai vicino ai limiti consentiti dall’Antitrust e sposta l’orizzonte sul terreno europeo. Lo fa mentre i bilanci trimestrali delle banche continuano a macinare utili. Ma Patuelli vede anche le incertezze delle imprese, il rallentamento degli investimenti e gli effetti lunghi delle tensioni geopolitiche.
Cosa ci dice il caso Unicredit-Commerzbank e la resistenza tedesca a un’operazione che arriva dall’Italia?
«Sono convinto che il mercato alla fine vince sempre. Perché il mercato è costante e ha una durata ben superiore a quella delle fasi politiche, che sono più brevi. Inoltre, nell’Ue vi sono delle regole, l’Unione bancaria non è completa, ma esiste, è nata operativamente nel 2014. In più di un decennio la prevalenza degli organismi europei è stata riaffermata più volte».
«Il mercato alla fine vince sempre». Antonio Patuelli guarda così al caso Unicredit-Commerzbank e alle grandi partite italiane. Il presidente dell’Abi osserva il consolidamento nazionale ormai vicino ai limiti consentiti dall’Antitrust e sposta l’orizzonte sul terreno europeo. Lo fa mentre i bilanci trimestrali delle banche continuano a macinare utili. Ma Patuelli vede anche le incertezze delle imprese, il rallentamento degli investimenti e gli effetti lunghi delle tensioni geopolitiche.
Cosa ci dice il caso Unicredit-Commerzbank e la resistenza tedesca a un’operazione che arriva dall’Italia?
«Sono convinto che il mercato alla fine vince sempre. Perché il mercato è costante e ha una durata ben superiore a quella delle fasi politiche, che sono più brevi. Inoltre, nell’Ue vi sono delle regole, l’Unione bancaria non è completa, ma esiste, è nata operativamente nel 2014. In più di un decennio la prevalenza degli organismi europei è stata riaffermata più volte».
Questo non toglie che il fuoco di sbarramento continui…
«È chiaro che ci possono essere delle resistenze, ma anche in questi giorni ho visto le autorità europee rilanciare con forza la necessità di avere dei campioni continentali in grado di competere con i campioni mondiali. È una delle sfide più importanti per le principali banche italiane e dell’Ue».
Quindi il consolidamento oggi non è più italiano ma europeo?
«Quello italiano va avanti da oltre un quarto di secolo. Ha fatto grandi progressi ed è una delle ragioni, insieme ai forti aumenti di capitale e alle buone gestioni, dei risultati positivi delle banche. Però gli spazi nazionali si sono molto ridotti. Le regole antitrust sono rigide e precise, valutano non solo le quote di mercato nazionali ma anche quelle provincia per provincia. Gli spazi di consolidamento non sono più quelli dell’inizio anni Duemila».
E dunque la strada obbligata è quella cross-border.
«L’orizzonte è quello. Anche se è un processo non immediato».
In Italia, però, il risiko bancario degli ultimi due anni è stato assai influenzato dalla politica, operazione Mps in testa. Davvero lei vede all’opera solo il mercato?
«Sono convinto che sia il mercato a muovere tutto. I capitali li ha tirati fuori il mercato. E la Repubblica italiana sta per mettere sul mercato le sue residue partecipazioni bancarie. Non vedo questa fase come quella in cui la Repubblica ricompare nelle banche. Anzi».
Ma interventi a gamba tesa, come l’allocazione delle azioni Mps vendute dal Tesoro?
«Io non mi esprimo mai sulle valutazioni della magistratura. Vedo che lo Stato ha annunciato la vendita della residua quota in Mps. Vedo la Banca del Mezzogiorno in vendita. Vedo delle gare. Mi pare una dinamica di mercato».
Lei sostiene anche che il grande consolidamento bancario italiano non abbia ridotto la concorrenza.
«Questo non lo dico io. Lo dicono l’Antitrust, la Bce, la Banca d’Italia. Nelle relazioni dell’Antitrust non emergono criticità. Non ci sono sanzioni per cartelli o per comportamenti restrittivi. Anzi, la concorrenza oggi è aumentata».
Eppure, imprese e famiglie continuano a lamentare difficoltà nei rapporti con le banche.
«Già duemila anni fa si contestavano gli “argentari”, i banchieri privati dell’antica Roma. Ma oggi vedo una situazione diversa da quella che spesso viene raccontata. C’è più offerta di credito che domanda. Questo è il dato vero. I prestiti nel 2025 sono cresciuti dello 0,8% in Italia, quelli alle imprese dell’1,5%, quelli alle famiglie del 3,1%. Le sofferenze lorde sono scese allo 0,9%».
Il credito non è un problema?
«Il problema oggi non è tanto l’offerta di credito. Il problema sono gli investimenti delle imprese. Le imprese guardano alle incertezze internazionali, ai costi dell’energia, ai noli, alle esportazioni. Questo produce prudenza».
Utili record, trimestrali molto forti, dividendi generosi. Le banche sono molto efficienti o godono di posizioni di privilegio?
«Le banche italiane hanno fatto in questi anni ristrutturazioni che nessun altro sistema europeo ha fatto, assieme a riforme normative, aumenti di capitale e aggregazioni. È normale che oggi si vedano anche gli effetti positivi».
Ma questi grandi utili non spingeranno ancora di più la politica a usarvi come bancomat fiscale?
«Il tema non nasce in Italia. La prima iniziativa è stata in Spagna, poi in Lituania. In Italia si è arrivati a un accordo che riguarda addizionali Ires e Irap. Quello che più mi preoccupa è l’Irap, perché pesa anche indipendentemente dall’andamento degli utili. Mi sembra però che quando si è lontani dalle scadenze elettorali i ragionamenti siano più razionali».
Lei però continua a mostrarsi prudente sul quadro economico.
«Perché il quadro internazionale resta complesso. Continuo a pensare che l’Europa debba avere una maggiore consapevolezza della situazione emergenziale. Non credo che i problemi geopolitici si risolvano in modo rapido e automatico. E quando finiranno le guerre non torneremo subito alle condizioni precedenti».
Insomma, i bilanci delle banche non bastano a rassicurarla?
«Quelli riflettono anche trasformazioni molto profonde fatte negli anni. Ma non si può ignorare il quadro generale. Se l’Europa rallenta, se rallentano gli investimenti, anche il credito ne risente. Siamo dentro un mercato europeo integrato ed è lì che si giocherà la partita vera».
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