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Premio ad Aquisgrana, il discorso integrale di Mario Draghi

Mario Draghi riceve il premio Carlo Magno ad Aquisgrana (reuters)

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L’intervento dell’ex premier ed ex presidente della Bce, che oggi ha ricevuto il premio Carlo Magno
13 minuti di lettura

Caro Sindaco Dr. Ziemons,

caro Cancelliere Merz,

caro primo ministro Mitsotakis,

caro presidente Laschet,

cara presidente Lagarde,

illustri premiati degli anni precedenti, eminenze e eccellenze,

cari ospiti, signore e signori,

non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese.

Ma questo non è soltanto un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione.

Le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno ottenendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non erano riusciti a fare: costringono gli europei a riconoscere di nuovo ciò che condividono e ciò che sono disposti a costruire insieme.

Questo dovrebbe darci fiducia. Ma dovrebbe anche renderci lucidamente consapevoli dell’ampiezza del compito che abbiamo davanti.

Caro Sindaco Dr. Ziemons,

caro Cancelliere Merz,

caro primo ministro Mitsotakis,

caro presidente Laschet,

cara presidente Lagarde,

illustri premiati degli anni precedenti, eminenze e eccellenze,

cari ospiti, signore e signori,

non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese.

Ma questo non è soltanto un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione.

Le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno ottenendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non erano riusciti a fare: costringono gli europei a riconoscere di nuovo ciò che condividono e ciò che sono disposti a costruire insieme.

Questo dovrebbe darci fiducia. Ma dovrebbe anche renderci lucidamente consapevoli dell’ampiezza del compito che abbiamo davanti.

Dal 2020, uno shock esterno ha seguito l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo sempre più il margine per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi imposti dal nostro maggiore partner commerciale, a livelli mai visti in un secolo. Ora la guerra in Medio Oriente ha riportato inflazione nelle nostre economie e ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo Stretto di Hormuz verrà riaperto, le fratture inflitte alle catene di approvvigionamento potrebbero protrarsi per mesi o anni.

Questi shock sarebbero difficili in qualunque circostanza. Ma arrivano proprio mentre i bisogni di investimento dell’Europa sono diventati enormi. Quello che era già stimato in circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salito, con gli impegni sulla difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media.

La crescita è quindi la condizione necessaria per tutto ciò che l’Europa oggi afferma di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società sempre più anziane.

E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.

Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i garanti dell’ordine del Dopoguerra siano ancora impegnati a preservarlo. Decisioni con profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole che gli Stati Uniti un tempo sostenevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza nei termini che avevamo dato per acquisiti.

Nemmeno la Cina offre un’alternativa stabile. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva. E sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia.

In un mondo di alleanze mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme.

L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato progettato per sfide di questa portata.

Il progetto europeo fu costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei decisero che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.

Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Agenzie indipendenti, processi regolati e mercati finanziari furono incaricati di svolgere funzioni che altrove avrebbero richiesto scelte politiche esplicite. Dove occorreva trovare accordi tra governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedure che ne neutralizzavano la carica politica. Decisioni che in altri contesti sarebbero state divisive finirono per apparire amministrative.

I risultati di quel sistema furono straordinari. La pace in un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di attraversare confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.

Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di realizzare qualcosa di storicamente raro: integrazione senza subordinazione. Ma poggiava su due presupposti fondamentali.

Il primo era che l’Europa avesse costruito un’economia veramente aperta nella quale lo Stato non dovesse dirigere la crescita: libero scambio interno attraverso il mercato unico e libero scambio esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole.

Il secondo era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più dure del potere e della sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi.

Entrambi questi presupposti si sono ora rivelati vuoti. E mentre vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al centro del progetto europeo.

Da nessuna parte questo è più evidente che nelle contraddizioni del modello economico europeo.

All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene globali di approvvigionamento e costruito la più aperta grande economia del mondo. Ma all’interno non abbiamo mai praticato fino in fondo l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompleto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, insufficientemente collegati i sistemi energetici e grandi parti della nostra economia imprigionate in strati di regolamentazione.

C’è un’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere funzioni che un’autorità politica comune non era autorizzata a esercitare. Ma ha negato a quei mercati la scala continentale necessaria per funzionare. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. Ed è da questa asimmetria che derivano molte delle vulnerabilità che oggi l’Europa deve affrontare.

La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno alla ricerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a offrire. Dal 1999, il commercio come quota del Pil è passato dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, è cambiato a malapena. Entrambi restano molto meno esposti al commercio.

La nostra sensibilità ai cambiamenti della politica americana e cinese non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.

La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla del tutto. Gli Stati Uniti hanno proprie esposizioni, ad esempio nei minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di un altro ordine.

Se avessimo compiuto i passi necessari per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero indirizzato una parte maggiore del risparmio europeo verso investimenti produttivi interni. L’energia si muoverebbe più liberamente oltre i confini, sostenuta da reti, interconnessioni e sistemi di stoccaggio. La decarbonizzazione sarebbe più vicina e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto con l’Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto ai paesi con quote inferiori.

Ma l’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere lontane le perturbazioni. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza.

Oggi metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove rischi e rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di Gnl. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non è ancora in grado di realizzare su larga scala la propria transizione verde senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.

La terza debolezza — e forse la più importante — è il deterioramento della posizione europea nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio.

Dal 2019, il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura di per sé le differenze nei livelli di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo il più grande settore tecnologico americano, ma anche la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei processi statunitensi.

Ora l’intelligenza artificiale si aggiunge a questo divario.

Gli scenari Ocse suggeriscono che circa metà della crescita della produttività del prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. Mai nella storia recente una quota così grande del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica.

Ma l’IA non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale di una scala che non si vedeva da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. Ed è qui che l’Europa sta restando indietro.

Gli Stati Uniti sono sulla buona strada per spendere entro il 2030 circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center. La Cina si sta muovendo su una scala simile. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto a oggi.

L’Europa possiede il risparmio, il talento e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala richiesta dal momento.

Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciare crescere. Diversamente dall’elettricità o da Internet, l’IA migliora attraverso l’uso. Ogni ciclo di diffusione genera dati e capacità che rendono il successivo ancora più potente. Le economie che assembleranno per prime questi vantaggi prenderanno un vantaggio permanente.

Tutte e tre queste conseguenze riconducono alla stessa origine. L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria scala.

La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa stanno emergendo risposte diverse.

Per alcuni, la risposta è non cambiare: mentre altri si allontanano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato sulle regole.

L’Europa può ancora beneficiare di una maggiore liberalizzazione commerciale. Ma dobbiamo essere onesti sui suoi limiti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, l’aumento di lungo periodo del nostro Pil sarebbe inferiore allo 0,5%.

Il problema più profondo è politico. Nuovi accordi commerciali sono più facili da raggiungere che affrontare il lavoro incompiuto in patria, perché quel lavoro costringe a fare scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: affrontare le rendite consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura resta la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione.

Per altri, la risposta è reintrodurre uno Stato strategico nei mercati. In tutta Europa si assiste a un rinnovato appetito per la politica industriale: indirizzare il capitale verso tecnologie che non siamo riusciti a costruire, proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e utilizzare dazi e sostegni pubblici per difendere in patria la crescita che perdiamo all’estero.

Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Ogni grande economia del mondo sta ormai utilizzando politiche industriali su una scala che rende ridicola l’idea di un mercato globale davvero equo. L’Europa deve navigare dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina. Non possiamo permetterci rigidità ideologiche.

Ma questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano se l’Europa non risolverà anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico.

Consideriamo cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale più assertiva. La ritorsione invita alla contro-ritorsione – costi che l’Europa, nella sua forma attuale, è poco attrezzata per assorbire. Stiamo già vedendo gli effetti dei dazi americani: dal “Liberation Day”, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%.

Eppure, guardando oltre Atlantico, vediamo un’economia capace di preservare la propria crescita nonostante le perturbazioni che contribuisce a creare. Nonostante l’aumento delle tensioni commerciali, dell’inflazione e del conflitto in Medio Oriente, il Fmi ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita per gli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle dell’Europa.

La lezione è che la durezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente nel livello della loro integrazione. Le ricerche della Bce suggeriscono che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto dai migliori, i benefici di lungo periodo in termini di benessere potrebbero superare il 3% — circa quattro volte l’impatto stimato dei dazi americani più elevati.

“Made in Europe” dovrebbe essere visto anche in questa prospettiva: come un modo per utilizzare in maniera più deliberata la domanda europea. Dovrebbe offrire alle industrie con lunghi orizzonti di investimento — semiconduttori, tecnologie pulite, difesa — un mercato sufficientemente ampio e stabile per investire qui. Senza una domanda propria, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero.

La politica industriale affronta una versione diversa dello stesso problema.

Se gli Stati membri europei tenteranno politiche industriali su larga scala all’interno dell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Sprecheranno risorse, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e si imporranno costi reciproci. Le ricerche del Fmi mostrano che i sussidi concessi in uno Stato membro sopprimono la crescita negli altri, con effetti negativi che erodono i benefici originari nel giro di due anni.

La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non è l’unico modo per ridurre queste distorsioni. Un’economia europea realmente integrata cambierebbe da sola il terreno su cui opera la politica industriale.

Anche se gli aiuti pubblici restassero nazionali, i beneficiari sarebbero sempre più imprese già testate su scala europea. Le aziende leader in ciascun paese sarebbero meno probabilmente campioni nazionali protetti e più probabilmente imprese europee capaci di competere dove capitale, energia, competenze e catene di approvvigionamento sono più forti.

Diversamente dai fallimenti degli anni Settanta, è così che con ogni probabilità emergeranno veri campioni europei: esposti alla concorrenza continentale e sostenuti da una strategia industriale a livello europeo.

Questo, a sua volta, darebbe ai governi segnali più chiari su dove si trovano i veri punti di forza competitivi dell’Europa. Il denaro pubblico sarebbe meno incline a sostenere imprese senza prospettive di crescita e più orientato a rafforzare capacità di cui l’Europa ha realmente bisogno. L’intervento potrebbe diventare più mirato, meno costoso e più efficace.

Quanto più l’Europa si riforma, tanto meno dovrà fare affidamento sul debito — nazionale o comune — per compensare la propria frammentazione.

Ecco perché mercato unico e politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se ben progettati, si rafforzano a vicenda.

Ma quanto più l’Europa si addentra nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più diventa difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato.

L’Europa non può riportare sul proprio territorio ogni tecnologia critica da sola. Il costo sarebbe proibitivo. Avremo bisogno di accordi preferenziali con partner affidabili: garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti resteranno centrali in questo sforzo. Il memorandum d’intesa Uu-Usa sui minerali critici ne è un primo esempio.

Tuttavia, il partner da cui continuiamo a dipendere è diventato più ostile e imprevedibile. L’Europa ha cercato negoziazione e compromesso. Per lo più non ha funzionato. Ogni volta che assorbiamo uno shock senza reagire, riduciamo il costo del successivo. Una postura pensata per disinnescare l’escalation sta invece invitando a ulteriori escalation.

Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare il partenariato su basi più equilibrate. Ciò che ci frena è la sicurezza. Un’alleanza nella quale l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è un’alleanza nella quale la dipendenza militare può estendersi a ogni altra negoziazione — commercio, tecnologia, energia.

Ecco perché il cambiamento dell’atteggiamento americano verso la sicurezza europea non dovrebbe essere visto soltanto come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve ottenere maggiore autonomia anche nel modo in cui quella difesa viene organizzata — e con tale autonomia arriverà anche maggiore forza nelle relazioni commerciali ed energetiche.

Questo non deve indebolire il rapporto transatlantico o la Nato. Al contrario, potrebbe rafforzarli. Un’Europa capace di difendersi potrebbe persino diventare un alleato più prezioso. E un partenariato costruito sulla forza reciproca sarà sempre più maturo di uno fondato su dipendenza asimmetrica.

Per l’Europa stessa, l’opportunità è enorme. Assumersi maggiori responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui essa dipende. La spesa europea in ricerca e sviluppo militare è appena un decimo di quella americana. I governi europei spendono tra 40 e 70 miliardi di euro l’anno in armi americane, e il nostro mancato consolidamento della domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala perdute.

Ma cambiamenti importanti sono già in corso.

L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica più importante degli ultimi decenni: investire nella difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà approssimativamente quanto la Russia spende oggi per la sua economia di guerra pienamente mobilitata.

E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa aveva a lungo faticato a realizzare per via istituzionale. I paesi stanno ordinando gli stessi equipaggiamenti perché non possono permettersi di attendere varianti nazionali personalizzate. Le imprese europee stanno producendo sistemi progettati dagli ucraini sul territorio degli alleati.

La cooperazione nella difesa si sta diffondendo rapidamente: una recente mappatura ha identificato oltre 160 accordi bilaterali e multilaterali tra Stati europei, Regno Unito e Ucraina — la maggior parte firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership includono una clausola di difesa reciproca.

Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile ancora prima che la crisi inizi.

Esistono due strade per dare sostanza a questo impegno, e non sono necessariamente alternative.

Una passa attraverso coalizioni più ristrette di paesi le cui capacità e percezioni della minaccia li avvicinano già. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un nucleo centrale — Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme ai paesi nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia.

Non tutti i paesi devono contribuire allo stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non inizia e finisce più con carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno truppe; altri componenti per droni, capacità cyber o logistica; altri ancora sostegno finanziario.

L’altra strada consiste nel dare sostanza operativa all’Articolo 42(7), la clausola di difesa reciproca dell’UE che, pur essendo definita giuridicamente e già invocata una volta, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando.

Chi aderirà a questo sforzo comune avrà un’importanza enorme. Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla propria idea di obbligo reciproco — da ciò che i suoi membri ritengono di doversi l’un l’altro quando accade il peggio. Per settant’anni, questa è stata una domanda che l’Europa poteva lasciare parzialmente senza risposta. Ora dobbiamo rispondere noi stessi.

I primi segnali sono già visibili. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di sostenere una nazione che combatteva per la propria libertà, mantenendo quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa si è opposta al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di possedere. Persino i partiti che avevano costruito la propria identità sulla sovranità nazionale riconoscono ormai che nessuna nazione europea può difenderla da sola.

Ma la pressione al cambiamento ora arriva da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni che finora aveva evitato. E per la prima volta da molti anni, stanno iniziando a esistere le condizioni per compiere queste scelte.

Esiste una convergenza di diagnosi realmente nuova. La natura della situazione europea è ormai ampiamente compresa sia dai governi sia dai cittadini. La tabella di marcia per agire esiste e, in alcuni ambiti, la Commissione europea sta già intervenendo.

Sotto la pressione di questi anni, gli europei stanno riscoprendo valori che avevano iniziato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, tutela delle minoranze. Questi sono l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E stanno tornando visibili proprio perché vengono messi alla prova.

Questa consapevolezza è più potente di qualsiasi programma politico, perché offre agli europei una ragione per agire. E i cittadini sono già chiari sulla direzione che l’Europa deve prendere: nove su dieci degli intervistati dall’Eurobarometrovogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre quarti vogliono che abbia più risorse per affrontare le sfide future.

Ma quando i cittadini chiedono “più Europa”, non stanno semplicemente chiedendo più dell’Europa che già abbiamo. Né stanno chiedendo un progetto istituzionale astratto. Chiedono miglioramenti concreti nel modo in cui l’Europa li protegge e li rende più forti, in modi visibili e verificabili. La domanda è come trasformare questa richiesta di azione in forme decisionali capaci di realizzarla.

La nostra esperienza attuale è che l’azione a livello di ventisette paesi spesso non riesce a produrre ciò che questo momento richiede. Il problema non è la mancanza di ambizione dei leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra nel meccanismo decisionale. Gli accordi vengono filtrati attraverso comitati che diluiscono e rallentano fino a far sì che il risultato assomigli poco all’intenzione originaria.

Il risultato è un’azione talmente insufficiente rispetto alla scala della sfida da diventare peggiore dell’inazione. E un’Ue che si assume responsabilità ma continua a produrre risultati insufficienti entra in un ciclo da cui non riesce a uscire: risultati deboli erodono la legittimità, e una legittimità debole rende ancora più difficile ottenere risultati.

Dobbiamo spezzare questo ciclo.

I paesi che avvertono con maggiore acutezza il peso di questo momento — e comprendono che la finestra per agire non resterà aperta indefinitamente — devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho definito “federalismo pragmatico”.

Il suo punto di forza è che può ricostruire insieme capacità di azione e legittimità democratica. I paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati visibili e misurabili dai cittadini. E ciascuno dovrebbe aderire attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa il loro governo si è impegnato e possano chiedergliene conto.

I risultati costruiscono legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine ad agire insieme, cresce anche il senso di uno scopo comune.

Questo approccio sarà inevitabilmente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. È per questo che è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori.

L’euro mostra come questo possa accadere. Chi era disposto ad andare avanti lo ha fatto. Sono state create istituzioni comuni con autorità reale. Quando quell’impegno è stato messo alla prova quasi fino al punto di rottura, la solidarietà necessaria si è rivelata molto più grande di quanto molti immaginassero. Il sistema ha retto, altri paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è oggi ai massimi storici. Per le società che lo condividono, uscirne è diventato quasi impensabile.

È questo che rende durevoli gli impegni europei. Non parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza di agire insieme, essere messi alla prova insieme e scoprire, attraverso il successo, che la solidarietà può funzionare.

Il nostro compito ora è creare di nuovo questa stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo e a scegliere gli strumenti capaci di produrre risultati.

Siamo arrivati a un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può offrire. Altre richiedono un livello di legittimità democratica che deve essere costruito dal basso.

Insieme, richiedono ai leader europei di fare un passo ulteriore.

In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, la loro prosperità e la loro solidarietà. E continuano a sostenere con passione i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che oggi la rendono unica.

Il compito ora è rispondere a questa fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può ancora trasformare la crisi in unione.

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