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Hochstein: “Dalla crisi di Hormuz si esce solo con le infrastrutture”

Amos Hochstein (afp)

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Intervista all’ex inviato speciale della Casa Bianca per l’energia sotto la presidenza Obama, che spiega: “Con il Green deal l’Europa è andata troppo lontano e troppo in fretta”
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PYLOS – «Se voi europei quest’anno volete andare in vacanza, vi conviene comprare subito i biglietti aerei, che comunque costeranno molto di più che in passato». La crisi di Hormuz, spiegata da Amos Hochstein, si muove in modo lento ma inesorabile, e deve ancora colpire in pieno l’Occidente: «Penso che in Europa ve ne accorgerete a giugno, quando gli arei cominceranno ad avere problemi a partire perché mancherà il carburante». Hochstein sa di cosa parla: è stato inviato speciale della Casa Bianca per l’energia sotto la presidenza Obama e poi principale advisor, sempre su temi energetici, per la presidenza Biden. Qui, all’Europe Gulf Forum, offre un quadro senza tinte rosa di una crisi che, dice, «è ben peggiore di quella petrolifera del 1973».

Perché questo giudizio?

«Perché oggi non parliamo solo di petrolio. All’epoca il Medio Oriente non produceva benzina, diesel, carburante per aerei, gas liquefatti, elio. Non c’erano petrolchimica e raffinerie come oggi. Ora, invece, il Kuwait pr…

PYLOS – «Se voi europei quest’anno volete andare in vacanza, vi conviene comprare subito i biglietti aerei, che comunque costeranno molto di più che in passato». La crisi di Hormuz, spiegata da Amos Hochstein, si muove in modo lento ma inesorabile, e deve ancora colpire in pieno l’Occidente: «Penso che in Europa ve ne accorgerete a giugno, quando gli arei cominceranno ad avere problemi a partire perché mancherà il carburante». Hochstein sa di cosa parla: è stato inviato speciale della Casa Bianca per l’energia sotto la presidenza Obama e poi principale advisor, sempre su temi energetici, per la presidenza Biden. Qui, all’Europe Gulf Forum, offre un quadro senza tinte rosa di una crisi che, dice, «è ben peggiore di quella petrolifera del 1973».

Perché questo giudizio?

«Perché oggi non parliamo solo di petrolio. All’epoca il Medio Oriente non produceva benzina, diesel, carburante per aerei, gas liquefatti, elio. Non c’erano petrolchimica e raffinerie come oggi. Ora, invece, il Kuwait produce enormi quantità di carburante per aerei, il Qatar enormi quantità di gas e di elio. E, dunque, Hormuz bloccato significa una vera carenza, non solo di greggio».

E significa anche che se e quando riaprirà ci vorranno mesi per tornare alla normalità…

«Ma non penso che riaprirà a breve. E poi, sì, anche il quel caso non c’è un interruttore che si riaccende e fa partire le consegne».

Eppure, i mercati finanziari non sembrano particolarmente preoccupati.

«Crisi energetiche di questo tipo sono lente per definizione. Quando lo Stretto è stato chiuso perché cominciava la guerra, le petroliere che erano appena partite ci hanno messo anche sessanta giorni per arrivare a destinazione. Questo significa che i Paesi che dipendono da quell’energia hanno cominciato a sentire gli effetti della chiusura solo a inizio maggio. E poi, parliamoci chiaro, quando i prezzi del petrolio salgono i Paesi poveri ci rimettono sempre per primi. Ma ai mercati azionari quei Paesi non interessano».

Come si espande la crisi?

«Oggi è in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, tra i poveri in India che dipendono dal Gpl per cucinare, in Pakistan, in parti dell’Africa. Là stanno chiudendo pezzi dell’economia. Sono tornati a una situazione simile al Covid: lavoro da casa, persone invitate a non andare in ufficio. Poi si trasmette a Paesi come il Vietnam o la Thailandia, e alla fine arriva in Europa».

E l’America? È davvero una fortezza energetica che non soffrirà?

«Per quel che riguarda l’energia è il Paese più resiliente al mondo. Ma resiliente non significa immune. La crisi ci metterà più tempo a raggiungerci, ma arriverà. Perché, è vero, siamo un grande fornitore per il resto del mondo, però non siamo scollegati da tutto il resto. Con il prezzo che continua a salire, prima o poi alla Casa Bianca qualcuno proporrà di vietare le esportazioni di benzina o di petrolio».

Per ora il dibattito sui prezzi dell’energia è molto concentrato sugli effetti inflazionistici. Ma lei traccia uno scenario di carenza imminente. Cosa cambia?

«Che la crisi diventa crisi delle catene di approvvigionamento. L’energia è il lubrificante dell’economia e il diesel è il lubrificante dell’economia americana: il nostro motto non è “dal campo alla tavola”, ma “dal campo al camion e poi alla tavola”. Tutto quello che mangiamo è sceso da un camion».

Torniamo allo Stretto di Hormuz. Come si rimette il dentifricio nel tubetto?

«Non si può. Per gli iraniani lo Stretto è un’arma migliore del nucleare. Intanto perché lo hanno già chiuso e ha funzionato; poi perché bloccarlo non gli costa nulla».

Come se ne esce, allora?

«Spetta all’Europa, al Golfo e anche agli Stati Uniti rendere irrilevante lo Stretto investendo in nuove infrastrutture. Non parlo solo di oleodotti e gasdotti, ma anche di stoccaggi in Asia, Europa, Sud America, Africa. Bisogna togliere di mezzo la minaccia che rappresenta quella strettoia».

L’Europa ha sbagliato?

«A causa del Green deal, è andata troppo lontano e troppo in fretta. Non ha stoccaggio e ha rinunciato alla raffinazione. Ma ne ha ancora bisogno».

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