Meloni a von der Leyen: 7 miliardi per le bollette.Ultima mossa su Safe
di Tommaso CiriacoROMA – Alle 20, Ursula von der Leyen non aveva ancora risposto alla lettera di Giorgia Meloni sull’energia. Nulla di strano, sostengono a Palazzo Chigi, ci vorranno alcuni giorni prima di ricevere una replica. Prima si consumerà però un altro passaggio assai delicato: un contatto diretto tra la premier e la presidente della Commissione. Anticipato da alcuni scambi di messaggi, ci sarà molto presto. Servirà a tenere in piedi un confronto. E a chiedere alla Commissione di poter utilizzare una porzione dell’1,5% di flessibilità del Pil previsto per la difesa agli investimenti in energia. C’è una base di trattativa su cui Roma preme in queste ore, apprende Repubblica. Corrisponde allo 0,3% del Pil. Tradotto: circa 6,7 miliardi di euro.
La premier è allarmata. Talmente preoccupata da non essere intenzionata a fermarsi. Nelle ultime ore ha anche lasciato trapelare un’opzione pesante: sfilarsi da Safe, che rappresenta uno dei pilastri degli investimenti in difesa. Roma ha già chiesto la pos…
ROMA – Alle 20, Ursula von der Leyen non aveva ancora risposto alla lettera di Giorgia Meloni sull’energia. Nulla di strano, sostengono a Palazzo Chigi, ci vorranno alcuni giorni prima di ricevere una replica. Prima si consumerà però un altro passaggio assai delicato: un contatto diretto tra la premier e la presidente della Commissione. Anticipato da alcuni scambi di messaggi, ci sarà molto presto. Servirà a tenere in piedi un confronto. E a chiedere alla Commissione di poter utilizzare una porzione dell’1,5% di flessibilità del Pil previsto per la difesa agli investimenti in energia. C’è una base di trattativa su cui Roma preme in queste ore, apprende Repubblica. Corrisponde allo 0,3% del Pil. Tradotto: circa 6,7 miliardi di euro.
La premier è allarmata. Talmente preoccupata da non essere intenzionata a fermarsi. Nelle ultime ore ha anche lasciato trapelare un’opzione pesante: sfilarsi da Safe, che rappresenta uno dei pilastri degli investimenti in difesa. Roma ha già chiesto la possibilità di ottenere fino a 14,9 miliardi con questo programma, già entrato nella fase esecutiva. Ma secondo fonti dell’esecutivo, ci sarebbe ancora la possibilità di tirarsi indietro: alcuni documenti andrebbero perfezionati entro fine maggio e fino ad allora sarebbe possibile bloccare il percorso. Farlo avrebbe nell’immediato conseguenze negative soprattutto per Roma, più che per Bruxelles. Ma la tesi che inizia a farsi strada a Palazzo Chigi è ancora più radicale: dare vita a un “gruppo di pressione” che chieda a Ursula di dirottare parte del denaro di Safe sul dossier energetico. Minacciando, in caso contrario, il boicottaggio di un programma inventato da von der Leyen. Sconfessarlo, di fatto, servirebbe a indebolire la presidente della Commissione.
È tattica e pressione, battaglia di necessità: difficile però che l’Italia possa davvero andare fino in fondo. Anche perché a luglio è in agenda un vertice Nato durante il quale rendere conto a Trump delle promesse di incremento delle spese militari. Resta comunque il tentativo di piegare le resistenze di alcuni dei partner, che ostinatamente si oppongono alla flessibilità: lo fanno i “frugali” del Nord, la Germania - tradizionalmente depositaria dell’ortodossia sui parametri di bilancio - e la Francia, garantita dal nucleare civile. A chi guarda dunque Roma, in queste ore? Innanzitutto alla Spagna, con cui ieri non sono mancati i contatti diplomatici. E poi ad alcune delle capitali dell’Europa dell’est.
L’allarme per una nuova impennata dei prezzi è d’altra parte altissimo. Anche perché inizia a farsi strada un timore di cui si è discusso nelle ultime ore ai vertici dell’esecutivo: un blocco delle esportazioni di gas e petrolio da parte degli Stati Uniti. La questione, ridotta all’osso, è questa: Washington esporta ingenti quantitativi di Gnl e greggio. Finché questo accade, i Paesi industrializzati – e l’Europa in particolare – riescono a compensare il congelamento dello Stretto di Hormuz, almeno sul fronte delle quantità. Il problema è che il costo dell’energia continua a crescere. Negli Stati Uniti, il caro-benzina si sta trasformando in un problema di consenso per l’amministrazione. Ed è qui che si genera il corto circuito.
Dall’inizio della guerra, l’amministrazione trumpiana valuta un blocco o alcune limitazioni alle esportazioni. Un ban potrebbe servire infatti a calmierare i prezzi interni, in una sorta di strategia autarchica che faccia scendere i prezzi per gli utenti americani. Meloni conosce questo rischio. E teme che l’eventuale ripresa del conflitto con l’Iran possa spingere il tycoon a restrizioni del genere, che negano tra l’altro quanto sostenuto dallo stesso presidente Usa a più riprese, quando aveva esplicitamente invitato gli alleati ad acquistare Gnl e petrolio americano. Molte petroliere europee - alcune anche italiane - avevano per questo fatto rotta proprio verso le coste Usa.
Un nodo alla volta, comunque: adesso c’è da combattere la battaglia – a dire il vero assai in salita – in Europa. «L’Ue - insiste il meloniano Carlo Fidanza - deve uscire dalla logica ragionieristica e predisporre urgentemente tutti gli strumenti utili per consentire a sé stessa e agli Stati membri di fronteggiare questa crisi». Il tempo stringe. Ed Ursula non sembra condividere la fretta di Meloni.