Istat, l’Italia delle disuguaglianze: giovani spinti sempre più in basso nella scala sociale
di Rosaria AmatoROMA – Una crescita dell’occupazione non inclusiva, che lascia ai margini i giovani e le donne e non ci avvicina neanche lontanamente ai livelli di Paesi come la Francia e la Spagna. Una mobilità sociale che ha cambiato direzione, e che spinge verso il basso il ceto medio, sempre più in difficoltà. L’incapacità del sistema economico italiano di valorizzare le risorse che arrivano dall’interno, gli immigrati laureati, condannati a svolgere professioni che richiedono competenze inferiori a quelle che loro hanno faticosamente conquistato.
Il Rapporto Annuale Istat, nell’anno in cui l’Istituto Nazionale di Statistica celebra il suo centenario, restituisce la fotografia di un Paese che arranca, e che rischia di soccombere sotto le sfide demografiche non tanto per…
ROMA – Una crescita dell’occupazione non inclusiva, che lascia ai margini i giovani e le donne e non ci avvicina neanche lontanamente ai livelli di Paesi come la Francia e la Spagna. Una mobilità sociale che ha cambiato direzione, e che spinge verso il basso il ceto medio, sempre più in difficoltà. L’incapacità del sistema economico italiano di valorizzare le risorse che arrivano dall’interno, gli immigrati laureati, condannati a svolgere professioni che richiedono competenze inferiori a quelle che loro hanno faticosamente conquistato.
Il Rapporto Annuale Istat, nell’anno in cui l’Istituto Nazionale di Statistica celebra il suo centenario, restituisce la fotografia di un Paese che arranca, e che rischia di soccombere sotto le sfide demografiche non tanto per mancanza di risorse, ma per l’incapacità di utilizzare le leve di cui ancora l’Italia può disporre, a cominciare dal capitale umano. Nonostante il mercato del lavoro evidenzi una forte crescita del livello di istruzione degli occupati, pur rimanendo sotto la media europea, ancora in Italia l’evoluzione del capitale umano non corrisponde a quella della domanda di occupazione qualificata, limitando il potenziale di sviluppo che è legato all'economia della conoscenza.
«Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post-pandemia, è stato trainato dall'aumento dell'occupazione delle persone con 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42% nel 2025. – afferma il presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli, presentando il Rapporto annuale stamane alla Camera dei deputati – L'invecchiamento della forza lavoro frena l'innovazione».
L’occupazione: Italia ancora indietro
È noto come la forte crescita occupazionale degli ultimi anni si sia concentrata solo sugli ultracinquantenni, anche se si registra una riduzione dei Neet, i giovani che non lavorano e non studiano, e di cui l’Italia detiene un triste primato in Europa. La questione è che l’occupazione non cresce quanto dovrebbe, in un Paese che ha i tassi giovanili e femminili tra i più bassi in Europa. Nel confronto europeo i nostri tassi di crescita nel 2019-2025 +4,3% sono inferiori a quelli di Francia +6,4% e Spagna +12,6%.
Il sottoutilizzo delle competenze
In un sistema che già lascia ai margini molti giovani, si aggiunge anche un problema di “sottoutilizzo” delle competenze. Tra gli occupati laureati di 25-34 anni, il 23,7 per cento svolge professioni a media o bassa qualifica (contro il 21,3 per cento nella media europea). Eppure 2024 il tasso di laureati tra i 25-34enni è al 31,6%, contro una media europea del 44,1%. Emerge un potenziale ancora inespresso, insieme alla necessità di un migliore allineamento tra formazione e opportunità lavorative. Il fenomeno è più diffuso tra le donne (25,3, contro il 21,5 per cento dei coetanei), nel Centro e soprattutto nel Mezzogiorno, dove oltre un giovane su quattro è sovra istruito, e raggiunge un picco tra gli stranieri, attestandosi al 47,8 per cento.
L’innovazione arranca
La propensione all'innovazione cresce con l'età media dei lavoratori fino a un livello critico che è di 41-42 anni per innovazione di prodotto, per poi diminuire, spiega l’Istat, aggiungendo però che «una maggiore istruzione degli addetti può compensare l'effetto negativo dell'invecchiamento sulla propensione a innovare».
Penultimi per intelligenza artificiale
Nel 2025, l'uso dell'intelligenza artificiale riguarda solo il 19,9% dei 16-74enni, collocando l'Italia al penultimo posto nella graduatoria europea (la media Ue è del 32,7%). Anche tra i giovani 16-24enni lo scarto rispetto alla media dei coetanei europei rimane ampio (47,2% contro 63,8%). L'uso dell'Ia è positivamente associato al livello di istruzione: dal 3,6% delle persone con al massimo la licenza media al 32% di chi ha un titolo terziario.
In Italia c'è una carenza strutturale di specialisti in tecnologie dell'informazione e della comunicazione (Ict): questi lavoratori sono il 4% degli occupati contro il 5,3% della Germania. Pesa inoltre, per la diffusione dell'innovazione, che l'intensità della spesa in ricerca e sviluppo sia in Italia la più contenuta tra le maggiori economie europee, meno dell'1,5% del Pil , con una componente pubblica modesta, e ferma ai livelli del 2007.
L'età media degli occupati in Italia è salita a 45,6 anni (+4,6 anni rispetto al 2007) e nella pubblica amministrazione ha raggiunto 49 anni.
E degli stranieri
La presenza degli stranieri in un’Italia dove la quota dei giovani continua ad assottigliarsi, senza contare le fughe verso l’estero di un numero sempre maggiore di laureati, potrebbe rappresentare un forte sostegno, soprattutto adesso che gli immigrati che arrivano sono spesso in possesso di un titolo di studio alto. Nel 2023, rileva l’Istat, sono andati via 16 mila italiani laureati tra i 25 e i 34 anni e sono arrivati 19 mila stranieri con titolo di studio alto. Il problema è che il mismatch tra competenze e lavoro per i giovani stranieri è ancora più alto: raggiunge il 47,8%.
L’ascensore cambia direzione
Mentre fino agli anni Sessanta era prevalente la mobilità sociale ascendente, nell’ultima generazione, nati 1980-1994, la mobilità discendente raggiunge il 27,1% , una quota maggiore rispetto a tutte le generazioni precedenti, e supera quella ascendente ferma al 25%.
L’"ereditarietà sociale”
«Al netto dei cambiamenti nella struttura delle classi sociali, – spiega il presidente Chelli - la mobilità sociale è influenzata dall’intensità con cui le origini familiari condizionano le destinazioni occupazionali delle persone. Le origini sociali continuano a influenzare le opportunità occupazionali, sebbene nel lungo periodo si osservi una graduale riduzione dell’ereditarietà sociale, in linea con quanto registrato in altri Paesi europei». Tuttavia una maggiore fluidità si registra tra i laureati e, una volta tanto, l’ereditarietà sociale pesa meno per le donne.
Ma neanche gli anziani stanno bene
Se i giovani non sono valorizzati, neanche gli anziani se la passano troppo bene, soprattutto nelle aree più povere del Paese. Longevità non significa necessariamente buona salute, e con il passare degli anni le malattie si sommano. La contraddizione che però va emergendo sempre di più è che nel Mezzogiorno, dove risiede la quota più povera della popolazione, e ci sarebbe maggiore bisogno di potenziare gli interventi a sostegno degli anziani malati, il sistema sanitario nazionale spende 76 euro per abitante contro i 177 del Nord-Est, dove prevale il ceto medio-alto.