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Messori: “L’energia pesa, ma ci siamo messi in trappola da soli”

Marcello Messori 

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Marcello Messori, docente all’Istituto Universitario Europeo: “Quello che accade a Hormuz si somma ad altre colpe. Polonia e Spagna hanno reagito meglio di noi”
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ROMA – «Certamente l’Italia incarna in modo estremo le debolezze dell’Ue. Ma nessuno poteva prevede un Armageddon come quello in corso sul Golfo di Hormuz». Marcello Messori, docente presso l’Istituto Universitario Europeo dopo una lunga esperienza che l’ha portato tra l’altro a dirigere la Scuola di economia politica europea della Luiss, valuta la solenne bocciatura dell’Ue che ha dimezzato le prospettive di crescita per l’Italia per quest’anno individuando le cause precedenti alla crisi innescata dai raid contro l’Iran.

Tutta colpa della shock energetico?

«L’Europa e l’Italia in particolare hanno altre colpe ancora più antiche, che ora vengono a sommarsi in un mix diabolico con i fattori congiunturali».

Il nostro apparato industriale ha perso la sfida con gli Stati Uniti e ora anche con la Cina sulla produttività e la competitività tecnologica

Quali sono le principali responsabilità?

«Il nostro apparato industriale europeo e in particolare quello italiano hanno perso la sfida con…

ROMA – «Certamente l’Italia incarna in modo estremo le debolezze dell’Ue. Ma nessuno poteva prevede un Armageddon come quello in corso sul Golfo di Hormuz». Marcello Messori, docente presso l’Istituto Universitario Europeo dopo una lunga esperienza che l’ha portato tra l’altro a dirigere la Scuola di economia politica europea della Luiss, valuta la solenne bocciatura dell’Ue che ha dimezzato le prospettive di crescita per l’Italia per quest’anno individuando le cause precedenti alla crisi innescata dai raid contro l’Iran.

Tutta colpa della shock energetico?

«L’Europa e l’Italia in particolare hanno altre colpe ancora più antiche, che ora vengono a sommarsi in un mix diabolico con i fattori congiunturali».

Il nostro apparato industriale ha perso la sfida con gli Stati Uniti e ora anche con la Cina sulla produttività e la competitività tecnologica

Quali sono le principali responsabilità?

«Il nostro apparato industriale europeo e in particolare quello italiano hanno perso la sfida con gli Stati Uniti, e ora anche con la Cina, sul doppio fronte della produttività e della competitività tecnologica. Né si è mai presa piena consapevolezza che per essere all’altezza bisogna esserlo anche come dimensioni. Troppe e troppo piccole imprese industriali, insomma, per di più operanti in settore a basso valore aggiunto, dall’edilizia fino ai piccoli costruttori di elettrodomestici».

Però intere fasce dell’Ue sono vincolate a produzioni di non eccelsa qualità e di ancora meno valore aggiunto...

«Una parte importante dell’Ue, quella che volge verso oriente, è però legata ai filoni produttivi tedeschi e trae vantaggio dal dominio della Germania in questi comparti. L’Italia è stata lasciata, diciamo così, da sola, al pari di altri importanti Paesi come la Francia e recentemente la Polonia e la Spagna che però reagiscono meglio».

Le aziende hanno storicamente temuto le fusioni e la perdita d’indipendenza. Non parliamo di cosa è successo, e ancora oggi succede, nel caso di fusioni transfrontaliere

Perché siamo rimasti intrappolati?

«Per tanti motivi. Le aziende hanno storicamente temuto le fusioni e la perdita d’indipendenza. Non ne parliamo neppure di cosa è successo, e ancora oggi succede, quando si è trattato di fusioni transfrontaliere, le uniche che potenzialmente darebbero vita almeno a mini-giganti in grado di competere con i colossi americani e cinesi. Persino il treno delle nuove tecnologie lo si è lasciato passare per carenze organizzative e finanziarie, e ora è quasi irraggiungibile. Si aggiungano problemi annosi come le difficoltà di una vera unione monetaria, compresa l’unione dei debiti, dovute ai veti incrociati e alle gelosie fra le autorità di controllo. Eppure la creazione di un mercato competitivo, vista la crisi americana, sarebbe lì a portata di mano, e dati come quelli di ieri dimostrano quanto sarebbe fondamentale per la creazione di beni comuni, non certo solo nella difesa ma nel welfare e nella tutela di tutti i cittadini europei».

Lo stesso Dombrovskis ha ammesso che c’è da tener presente anche il fattore dei dazi, e inoltre che tutto sommato qualcosa si potrebbe fare per intervenire nella crisi energetica “facendo attenzione ai Paesi ad alto debito”. A cosa si riferiva?

«Probabilmente all’accesso ai fondi europei non utilizzati ma “tenuti lì” per emergenze. Non parlo necessariamente dei fondi non utilizzati dal Pnrr italiano ma ad altre risorse a disposizione più limitate. Ma è ancora tutto di là da vedere e quantificare, dipenderà ovviamente da come va la crisi e dal grado di coesione e convincimento dell’Europa stessa».

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