ROMA – «Per me l’Europa è la soluzione». Fabrizio Di Amato, presidente e azionista di riferimento del gruppo Maire, ieri era alla Nuvola all’Eur.
Di Amato, il ritornello alla fine rischia di essere sempre lo stesso: è tutta colpa dell’Europa. Davvero è così?
«L’Europa ha certamente delle responsabilità, ma trasformarla nel capro espiatorio di ogni difficoltà rischia di diventare un alibi. Io penso invece che l’Europa sia una soluzione, non il problema. Oggi non esiste più una competizione interna tra Paesi europei: la sfida è globale. O il Vecchio continente mette insieme competenze, industria, tecnologia e visione strategica, oppure perderà terreno rispetto al resto del mondo».
Il nodo più urgente è quello dell’energia. L’Italia paga più degli altri Paesi europei: cosa non ha funzionato?
«Non ha funzionato la pianificazione. La transizione energetica è necessaria e io sono favorevole alle rinnovabili, ma non si può affrontarla senza chiedersi quale sarà l’impatto sull’industria. Oggi compriamo pannelli e tecnologie dall’estero, mentre pezzi decisivi della filiera non li controlliamo. Così rischiamo di decarbonizzare e, insieme, deindustrializzare. Il punto è semplice: le rinnovabili sono fondamentali, ma da sole non garantiscono continuità, è una fonte di energia disordinata e non continua. L’industria, invece, ha bisogno di energia costante, programmabile e competitiva».
E qui entra in gioco il nucleare…
«Sì, nel medio periodo è una delle risposte necessarie. Non come alternativa ideologica alle rinnovabili, ma come complemento. Se vogliamo ridurre davvero le emissioni e nello stesso tempo tenere in piedi il sistema industriale, serve una quota di energia stabile. Anche in questo l’Europa è una soluzione…».
Come?
«Penso a una filiera europea: la Francia con le sue competenze nel nucleare, la Germania sulla manifattura, l’Italia fortissima nella componentistica. Se questi Paesi lavorano insieme possono costruire una tecnologia competitiva, esattamente come avvenne con Airbus nel settore dell’aviazione. È questo il senso della Ue che funziona: mettere in comune le eccellenze per reggere la competizione internazionale».
Di che nucleare si parla?
«Piccoli reattori modulari, gli Smr, basati su tecnologie avanzate. Potrebbero essere collocati in siti industriali già esistenti e aree dismesse. Non stiamo parlando di fantascienza: bisogna decidere di partire. Se si avviano autorizzazioni e investimenti, nel giro di cinque anni gli impianti possono diventare realtà. Il vero errore sarebbe continuare a rinviare. Bisogna dare una speranza alle nuove generazioni. Se avessimo dato retta a Mattei che nel ’52 parlava di nucleare oggi saremo autonomi».
Nell’immediato che cosa si può fare per rispondere all’emergenza?
«Due cose soprattutto. La prima è accelerare al massimo sui progetti già pronti nelle rinnovabili. La seconda è mantenere una quota di gas, perché oggi è l’unica fonte in grado di accompagnare la transizione. A questo aggiungerei il recupero dell’energia riciclando i rifiuti e gli investimenti nelle infrastrutture».
Bisogna difenderci dalla Cina?
«Più che difenderci, dobbiamo imparare dalla sua capacità di fare sistema e di investire nei settori strategici. Collaborare è possibile, ma senza dipendere dalle sue filiere: la risposta è sempre un’Europa più forte, La stessa cosa dobbiamo fare con gli Usa che hanno cercato di fare pressioni sui singoli Paesi per dividerci».
Confindustria dovrebbe alzare di più la voce rispetto alla politica?
«Serve una voce chiara, non urlata, un rapporto costruttivo tra industria e politica. La convergenza serve più della contrapposizione: le imprese devono investire e innovare, la politica deve garantire regole semplici e tempi certi».