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Leonardi: “Pnrr, solo corsa a rate e spesa. Il Piano è stato un’occasione persa”

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Secondo l’ex consigliere di Draghi, “l’esecutivo, anziché prendersela con l’Europa, dovrebbe dire quanto ha speso, quanto resta, quali progetti funzionano e quali no”
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ROMA – Il primato europeo sul Pnrr, rivendicato dalla premier Meloni, per Marco Leonardi, economista dell’università di Milano ed ex consigliere di Mario Draghi, «significa che l’Italia ha saputo ottenere le rate, non che abbia già aumentato la crescita potenziale».

Se il Pil resta allo zero virgola, che cosa abbiamo davvero attuato?

«Molte milestone, procedure, interventi. Non necessariamente la trasformazione strutturale promessa. Il Piano doveva migliorare produttività, pubblica amministrazione, giustizia, infrastrutture, capitale umano, partecipazione al lavoro. L’impatto però è stato inferiore alle attese. La vera domanda è cosa resterà dopo: capacità amministrativa e servizi migliori oppure solo avanzamenti contabili?».

Alla fine è stato solo un paracadute per evitare la recessione?

«Non solo. Ha finanziato investimenti importanti, sostenuto la domanda e imposto una disciplina nuova: scadenze, obiettivi, monitoraggio. Senza Pnrr, l’Italia avrebbe avuto una crescita ancora più ba…

ROMA – Il primato europeo sul Pnrr, rivendicato dalla premier Meloni, per Marco Leonardi, economista dell’università di Milano ed ex consigliere di Mario Draghi, «significa che l’Italia ha saputo ottenere le rate, non che abbia già aumentato la crescita potenziale».

Se il Pil resta allo zero virgola, che cosa abbiamo davvero attuato?

«Molte milestone, procedure, interventi. Non necessariamente la trasformazione strutturale promessa. Il Piano doveva migliorare produttività, pubblica amministrazione, giustizia, infrastrutture, capitale umano, partecipazione al lavoro. L’impatto però è stato inferiore alle attese. La vera domanda è cosa resterà dopo: capacità amministrativa e servizi migliori oppure solo avanzamenti contabili?».

Alla fine è stato solo un paracadute per evitare la recessione?

«Non solo. Ha finanziato investimenti importanti, sostenuto la domanda e imposto una disciplina nuova: scadenze, obiettivi, monitoraggio. Senza Pnrr, l’Italia avrebbe avuto una crescita ancora più bassa, forse persino una recessione».

Il Piano era stato però pensato per chiudere i divari e aumentare la crescita potenziale. Missione compiuta?

«Solo in parte. Alcuni interventi potranno ridurre divari concreti: asili, scuole, ferrovie, sanità territoriale, digitalizzazione. Ma non basta finanziare opere. Conta dove arrivano le risorse, chi le attua e se i servizi saranno sostenibili anche dopo. Il rischio è ridurre alcuni divari infrastrutturali e allargare quelli di capacità amministrativa: gli enti più forti progettano e spendono meglio, quelli fragili restano indietro. Sulla crescita potenziale serve prudenza: non vedo ancora un salto strutturale».

In cosa hanno sbagliato Conte, Draghi e Meloni, i tre governi del Pnrr?

«Il Piano del 2021 era molto frammentato: troppi progetti, troppi soggetti attuatori, troppi interventi piccoli. Meloni ha affrontato problemi reali — costi, ritardi, progetti difficili — ma ha usato revisioni molto estese, semplificando diversi target. L’errore comune è stato trattare il Pnrr troppo spesso come una corsa a spendere e incassare rate. E troppo poco come l’occasione per cambiare il Paese. Alcune revisioni sono state sbagliate, penso a Industria 5.0 e alla Rosco, la società pubblica per comprare e affittare treni agli operatori ferroviari, mai partita. Andavano invece cambiati altri progetti, su lavoro, scuola, turismo, che nel 2021 erano ancora pensati per l’emergenza Covid».

Lei ha detto al Financial Times che Bruxelles è stata troppo indulgente con le revisioni italiane del Pnrr. È per questo che ora la Commissione è più rigida sulla flessibilità per i costi energetici?

«Non credo ci sia un collegamento diretto. Sul Pnrr Bruxelles ha concesso all’Italia molta flessibilità: sei revisioni, tanti target modificati, alcuni obiettivi semplificati. Questo ha evitato blocchi e fallimenti formali, ma ha anche consumato credibilità negoziale. L’Italia dovrebbe presentarsi con un quadro serio: quanto ha speso, quanto resta, quali progetti funzionano e quali no. La flessibilità si ottiene con trasparenza e strategia, non usando Bruxelles come capro espiatorio. Essere contro il Pnrr e contro l’Europa è un atteggiamento suicida: molti guai ce li siamo procurati da soli, l’Europa non c’entra».

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