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Il Pnrr ha perso i pezzi. Ma Meloni si promuove: “Vinta una sfida impossibile”

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Il governo rivendica le modifiche e la cancellazione di molti obiettivi. Pochi risultati su disparità territoriali, imprese e ambiente
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ROMA - Rivendica un impegno «all’altezza del compito». Bacchetta i gufi che parlavano di «una sfida impossibile da vincere». Parla di «primato europeo». Snocciola numeri da bilancio finale e detta impegni per affrontare «l’ultimo miglio» spingendo «il più possibile sull’acceleratore». Ecco il Pnrr di Giorgia Meloni.

A tre mesi dalla scadenza, la premier fa capolino con un videomessaggio alla due giorni governativa a Milano dedicata al Piano nazionale di ripresa e resilienza per mettere il sigillo politico sull’attuazione della strategia nata durante la pandemia per fare dell’Italia un Paese più equo, sostenibile e inclusivo.

È il tentativo di monetizzare, oggi che il governo è in affanno, la svolta predicata appena arrivata a palazzo Chigi ne…

ROMA - Rivendica un impegno «all’altezza del compito». Bacchetta i gufi che parlavano di «una sfida impossibile da vincere». Parla di «primato europeo». Snocciola numeri da bilancio finale e detta impegni per affrontare «l’ultimo miglio» spingendo «il più possibile sull’acceleratore». Ecco il Pnrr di Giorgia Meloni.

A tre mesi dalla scadenza, la premier fa capolino con un videomessaggio alla due giorni governativa a Milano dedicata al Piano nazionale di ripresa e resilienza per mettere il sigillo politico sull’attuazione della strategia nata durante la pandemia per fare dell’Italia un Paese più equo, sostenibile e inclusivo.

È il tentativo di monetizzare, oggi che il governo è in affanno, la svolta predicata appena arrivata a palazzo Chigi nell’autunno del 2022: un Piano più tangibile e vicino ai cittadini rispetto a quello messo a punto dai tecnici del governo Draghi. Ecco perché l’intervento si focalizza sulla considerazione di un Pnrr che, «grazie al lavoro fatto», ora «non è più qualcosa di astratto». È invece – aggiunge la presidente del Consiglio – «più capace di rispondere ai bisogni concreti delle famiglie e delle imprese». A sostegno della tesi arrivano anche i dati freschi sulla tabella di marcia. Eccoli: 166 miliardi ricevuti su 194,4 complessivi, 416 traguardi raggiunti e 660mila progetti finanziati (550mila conclusi e circa 100mila in fase avanzata di realizzazione). Il ministro per il Pnrr Tommaso Foti mette la ciliegina sulla torta: «Se non fossimo intervenuti – annota – oggi probabilmente non potremmo dire che il nostro obiettivo futuro è la decima rata». L’ultima. Vale 28,4 miliardi, il 15% di tutta la dote. Per incassarla bisognerà mettere in fila 159 obiettivi, il numero più alto per singola tranche. Più del triplo rispetto a quelli della nona.

Un rush finale impegnativo, che anche se portato a termine non esaurirebbe la “missione” Pnrr. Nella narrazione meloniana ci sono “omissis”. Progetti ridimensionati e cancellati. Soldi spostati più in là, oltre la deadline. Un impatto sul Pil al di sotto delle attese. Divari territoriali che non si sono colmati: al Sud – dicono i dati – la forbice tra le periferie e le città si è allargata invece di restringersi.

Il comune denominatore è un rimescolamento di riforme e investimenti che è passato attraverso sette revisioni. L’ottava è a vista. Arriverà il 3 giugno, all’ultimo minuto utile, per aggiustare ancora il tiro ma soprattutto per racimolare qualche centinaia di milioni da destinare agli aiuti contro il caro energia. «Ci sta lavorando il ministro Foti, c’è la possibilità», ha detto ieri il titolare del Mef Giancarlo Giorgetti confermando l’anticipazione di Repubblica.

Le metamorfosi del Piano sono contemplate nel racconto della presidente del Consiglio, che rivendica i diversi riadattamenti. Ma manca tutto quello che è finito nel cestino. Come gli investimenti tagliati, da Transizione 5.0 (-3,8 miliardi) alle comunità energetiche (-1,4 miliardi) , insieme alle misure contro il rischio di alluvioni e il dissesto idrogeologico (-910 milioni) per citare tre investimenti-pilastro delle transizioni chiave del Pnrr (digitale e ambientale).

Se delle due grandi revisioni, la prima ha consentito l’innesto della costola di RepowerEU per affrancarsi dal gas russo, la seconda, più recente, ha dovuto prendere atto delle difficoltà a portare a termine i progetti. E così sono stati riallocati 13 miliardi: nuovi investimenti sì, ma anche opere che non vedranno mai la luce. Altro “omissis”: 23,5 miliardi sono stati congelati dentro “salvagenti” finanziari. Tradotto: i soldi saranno spesi oltre la scadenza del Pnrr perché prima non si riuscirà.

Messi in fila, uno dopo l’altro, i “buchi” del Pnrr spengono le aspettative sulla spinta al Pil. È vero: l’Italia registrerebbe tassi di crescita negativi senza l’apporto del Piano. Ma l’impegno «all’altezza del compito» ha restituito un Pil potenziale molto basso. Tra lo zero e lo 0,3%. Una fiammella debole sopra una legna da 194,4 miliardi.

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