New York – Prodotto interno lordo americano rivisto al ribasso e inflazione in rialzo. Non siamo ancora alle porte della recessione temuta dai pessimisti, e neppure al crollo dei mercati che alcuni pronosticano, però se uno tiene presente che questi dati riflettono solo in parte gli effetti della guerra in Iran, e il danno di lungo termine quanto meno al settore dell’energia, non mancano le domande da porsi sulla saggezza delle scelte fatte dal presidente Trump, e il possibile impatto sugli equilibri geopolitici e le elezioni midterm di novembre.
La crescita nel primo trimestre dell’anno è stata abbassata dal 2% su base annuale stimato in precedenza, all’1,6% di ieri. La ragione principale sta nei nuovi dati sugli investimenti per gli inventari e anche una riduzione delle spese dei consumatori, in particolare nel settore sanitario. Non è l’annuncio di una crisi, perché ad esempio le aziende hanno continuato a comprare equipaggiamenti per gestire la rivoluzione dell’intelligenza artifi…
New York – Prodotto interno lordo americano rivisto al ribasso e inflazione in rialzo. Non siamo ancora alle porte della recessione temuta dai pessimisti, e neppure al crollo dei mercati che alcuni pronosticano, però se uno tiene presente che questi dati riflettono solo in parte gli effetti della guerra in Iran, e il danno di lungo termine quanto meno al settore dell’energia, non mancano le domande da porsi sulla saggezza delle scelte fatte dal presidente Trump, e il possibile impatto sugli equilibri geopolitici e le elezioni midterm di novembre.
La crescita nel primo trimestre dell’anno è stata abbassata dal 2% su base annuale stimato in precedenza, all’1,6% di ieri. La ragione principale sta nei nuovi dati sugli investimenti per gli inventari e anche una riduzione delle spese dei consumatori, in particolare nel settore sanitario. Non è l’annuncio di una crisi, perché ad esempio le aziende hanno continuato a comprare equipaggiamenti per gestire la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, con un incremento del 17,2%, ma non è neppure un dato incoraggiante.
Discorso simile per l’inflazione, con l’indice Personal Consumption Expenditures salito al 3,8%, e il core al 3,3%, quindi con un aumento dello 0,4% su base mensile per il primo, e 0,2% per il secondo. Il segretario al Tesoro Bessent ha notato che «stiamo parlando di decimali», dovuti con buona probabilità agli effetti della guerra in Iran, che se l’accordo è davvero a portata di mano potrebbero non durare ancora a lungo. È anche vero però che l’ultima volta in cui la Federal Reserve aveva fatto un ragionamento simile, dopo la pandemia di Covid, era seguita l’impennata dei prezzi più alta del secolo, costando ai democratici la Casa Bianca.
Bessent ha rivelato di aver fatto colazione ieri con il nuovo capo della banca centrale Kevin Warsh, garantendo che avrà tutta l’indipendenza necessaria per fare le scelte giuste nell’interesse dell’America. È un fatto però che Trump abbia detto molto esplicitamente di volere da lui il taglio dei tassi, mentre i dati di ieri suggerirebbero di fare l’esatto contrario. Diversi governatori della Fed, come Lisa Cook e Christopher Waller, hanno già detto di essere pronti ad alzare il costo del denaro, se la realtà dei fatti lo richiedesse.
L’esplosione dell’inflazione non converrebbe neppure al capo della Casa Bianca, ma lui ha detto che gli effetti economici della guerra in Iran non influenzeranno le sue decisioni politiche, perché sta perseguendo il bene superiore di privare gli ayatollah dell’arma atomica. Alla fine quindi il prezzo potrebbero pagarlo gli americani, con conseguenze prevedibili nelle urne di novembre.