ROMA – «Non bisogna fare l’errore di considerare l’intelligenza artificiale qualcosa di completamente nuovo: è una diversa modalità di sviluppo della digitalizzazione». Ecco perché, spiega Alessandro Aresu, analista geopolitico e strategico, autore del saggio “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, l’Italia arranca nell’IA: «Da noi lo sviluppo del digitale non è ancora abbastanza pervasivo». Ma se non ha alcun senso inseguire Anthropic o Nvidia, quello che ancora l’Italia e l’Europa possono fare è «costruire filiere che creino soluzioni di sviluppo e di applicazione dell’IA, ritagliate su misura sulle esigenze delle nostre imprese», perché non è detto che i «programmi dei giganti della tecnologia siano adatti alle nostre Pmi».
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ROMA – «Non bisogna fare l’errore di considerare l’intelligenza artificiale qualcosa di completamente nuovo: è una diversa modalità di sviluppo della digitalizzazione». Ecco perché, spiega Alessandro Aresu, analista geopolitico e strategico, autore del saggio “Geopolitica dell’intelligenza artificiale”, l’Italia arranca nell’IA: «Da noi lo sviluppo del digitale non è ancora abbastanza pervasivo». Ma se non ha alcun senso inseguire Anthropic o Nvidia, quello che ancora l’Italia e l’Europa possono fare è «costruire filiere che creino soluzioni di sviluppo e di applicazione dell’IA, ritagliate su misura sulle esigenze delle nostre imprese», perché non è detto che i «programmi dei giganti della tecnologia siano adatti alle nostre Pmi».
L’Italia e l’Europa possono ancora recuperare i loro ritardi sullo sviluppo dell’IA?
«Come ricorda anche il governatore Panetta, l’ecosistema dell’IA, dai datacenter ai semiconduttori, si è consolidato con rapporti di forza tali che non ci permettono di competere. Ma possiamo utilizzare l’IA per rendere più produttivo il nostro sistema industriale, compresa la manifattura tradizionale, la logistica, la farmaceutica. Non facciamo lo stesso errore degli anni Novanta, quando è comparsa l’ICT. Ma serve un cambio di passo»
Di che tipo?
«Il nostro ritardo ha a che fare anche con gli aspetti finanziari. È da 15 anni che si parla dell’unione del mercato di capitali: finchè non si fa, in Europa non c’è capacità finanziaria sufficiente, e le imprese non avranno mai le risorse necessarie per fare gli investimenti che servono. Inoltre i nostri tempi sono troppo lunghi: spesso i piani Ue sulla carta sono buoni, ma hanno ritardi di attuazione tali da indebolirne l’efficacia».
Anche il fatto che da noi ci sia una forte predominanza di Pmi può costituire un ostacolo?
«Non necessariamente. Piuttosto, vanno individuate le best practice già in atto nei territori, e vanno costruite iniziative mirate di filiera, evitando di affidarci solo ai grandi player internazionali che stanno già aprendo uffici in Italia, Anthropic lo ha appena annunciato. Ma facciamo troppa fatica a muoverci, abbiamo ancora troppa paura dell’intelligenza artificiale».
È comprensibile, ci hanno detto che prenderà i nostri posti di lavoro...
«Non è detto, continuano a ripeterlo i leader che rivendicano i superpoteri delle loro tecnologie, ma poi quando cercano di calare le loro previsioni nella realtà immediata non sono mai d’accordo, i numeri sono diversi e c’è anche chi dice che non perderemo posti di lavoro. Quello che è certo è piuttosto che rischia di perdere il lavoro chi non sarà in grado di usare l’intelligenza artificiale».
Che tipo di formazione servirà? Solo scientifica? Oppure, come dice il Nobel Pissarides, non bisogna consigliare a tutti di specializzarsi nelle materie Stem?
«Dipende. Io stesso ho una formazione umanistica, ma in un Paese come il nostro, dove la cultura matematica e scientifica sono carenti, servono esperti con questo tipo di competenze».
Alla Ue si rimprovera di aver normato l’IA prima ancora di averla sviluppata: è così?
«È legittimo porsi delle domande sulle implicazioni etiche e sociali dell’IA, e non è sbagliato normarne l’uso. Ma non prima di aver capito bene come funziona, come è fatta la filiera, come favorire l’apertura delle startup innovative, quali e quanti lavoratori ci servono, come trattenere i talenti, come farli arrivare se non ci sono. Altrimenti parliamo del nulla».
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