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La grande frenata sul Tamigi

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Londra si interroga sul suo futuro: rimane la città più internazionale d’Europa ma tra caro-vita e pil in rallentamento sta perdendo attrattività
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Dai voli pieni zeppi di turisti che in questi giorni sbarcano nei suoi cinque aeroporti, non si direbbe. E nemmeno dalla classifica appena pubblicata dalla rivista globale TimeOut, che l’ha incoronata come la «capitale della cultura mondiale», con più cose da vedere e da fare che la seconda (Parigi) e la terza (New York) della graduatoria. Eppure, il Financial Times, che oltre a essere il più autorevole giornale finanziario europeo ha la redazione e le antenne lungo le rive del Tamigi, ha appena pubblicato una lunga inchiesta con un titolo inequivocabile: “Londra ha perso il suo lustro”. La metropoli all’ombra del Big Ben, come si diceva una volta, all’ombra dello Shard, il grattacielo disegnato da Renzo Piano che è il più alto d’Europa, come si dovrebbe dire ora, è in crisi, afferma il quotidiano della City. E ultimamente le cifre gli danno ragione.

economia e demografia: spie del rallentamento 
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Dai voli pieni zeppi di turisti che in questi giorni sbarcano nei suoi cinque aeroporti, non si direbbe. E nemmeno dalla classifica appena pubblicata dalla rivista globale TimeOut, che l’ha incoronata come la «capitale della cultura mondiale», con più cose da vedere e da fare che la seconda (Parigi) e la terza (New York) della graduatoria. Eppure, il Financial Times, che oltre a essere il più autorevole giornale finanziario europeo ha la redazione e le antenne lungo le rive del Tamigi, ha appena pubblicato una lunga inchiesta con un titolo inequivocabile: “Londra ha perso il suo lustro”. La metropoli all’ombra del Big Ben, come si diceva una volta, all’ombra dello Shard, il grattacielo disegnato da Renzo Piano che è il più alto d’Europa, come si dovrebbe dire ora, è in crisi, afferma il quotidiano della City. E ultimamente le cifre gli danno ragione.

economia e demografia: spie del rallentamento 

La crescita al rallentatore

Negli ultimi cinque anni, l’economia cittadina è cresciuta a un decimo del tasso di due decenni or sono. La crescita della popolazione metropolitana si è pressoché arrestata. Il valore delle case è sceso, mentre nel resto del Regno Unito cresce. Anche i salari sono mediamente diminuiti più che nelle altre regioni britanniche. È calato il livello dell’occupazione. È calata la spesa dei consumatori, nei trasporti, nella ristorazione, nel settore dell’ospitalità (alberghi e Airbnb), come si nota dalle chiusure di pub, caffè, ristoranti, o da quelli che, pur restando aperti, sono spesso semivuoti. Ed è calata, rispetto alla metà dei primi anni Duemila, la produttività. È aumentata soltanto la povertà e la difficoltà per studenti, giovani famiglie, immigrati, ad affittare una casa, per non parlare di acquistarla, perché non ci sono abbastanza alloggi popolari.

I perché del declino

Le cause del declino di Londra sono note. Ha pagato tre shock uno dopo l’altro: il crash finanziario del 2008 con la lunga stagione di austerity che ne è seguita, la Brexit approvata con il referendum di dieci anni or sono, la pandemia del Covid nel 2020-’22. Ognuno dei quali ha colpito particolarmente la City, la cittadella finanziaria che, con tutte le sue ramificazioni, rappresenta il principale polmone economico della capitale. Ha inoltre risentito dell’instabilità politica: mezza dozzina di primi ministri dal referendum sulla Brexit del 2016 e un altro probabilmente in arrivo fra qualche mese. Tutti fattori che hanno pesato anche a livello nazionale, ma a Londra si sono sentiti di più, perché paradossalmente, in questo ventennio di suo declino, sono emerse con maggior vigore altre parti dell’Inghilterra, come Manchester e Liverpool, che il declino lo avevano avuto prima e ora si sono riprese, offrendo un’alternativa a Londra per fare affari, studiare, vivere. Successivi governi si sono impegnati a rafforzare il centro-nord dell’Inghilterra, che ha sofferto più di tutti la deindustrializzazione, e così facendo hanno trascurato la capitale. «Ma se Londra non cresce», avverte Andrew Carter, presidente del think tank Centre for Cities, «ci rimette l’intera nazione».

La ricchezza della capitale

Naturalmente, il malessere della capitale è relativo. Pur ospitando soltanto il 13 per cento della popolazione del Regno Unito, Londra genera da sola un quarto del Pil, un quinto delle tasse e una percentuale ancora più grande del reddito nazionali. Rimane cioè di fondamentale importanza per tutto il Paese: il motore che lo fa marciare non si è spento, ha soltanto rallentato. Basta questo, tuttavia, a creare preoccupazione tra i suoi abitanti e pure fra chi qui non abita. «Dieci anni fa, Londra era una destinazione per chiunque, oggi è una scelta di compromesso», dice uno degli interpellati di un sondaggio del Financial Times fra i lavoratori del settore finanziario nella City, quattro su dieci dei quali ammettono di essere tentati dall’andarsene. Sebbene in crisi, infatti, la città rimane cara, come case, scuole, trasporti; e se i vantaggi di risiederci non sono più quelli di una volta, si chiedono in molti, perché non fare le valige? «Londra è attaccata da due lati», commenta Liam Sides, direttore di una società di consulenze, «gli investimenti vanno giù e le spese vanno su». Concorda Gabriel Gonazales, proprietario di un ristorante di cucina peruviana che ha visto un’erosione di clienti: «Ci sono stati gli anni del boom, quando Londra si sentiva il centro del mondo. Ora quella sensazione è sparita». Anche per questo si è invertita la tendenza: nei cinque anni prima delle Olimpiadi del 2012, che sono stati forse l’ultimo momento di gloria della capitale, la sua popolazione è cresciuta dell’8,2 per cento; negli ultimi cinque soltanto del 2,3.

La seconda città globale

Ciononostante, Londra resta al secondo posto nel ranking internazionale delle città globali pubblicato da Oxford Economics, superata soltanto da New York. Non è necessario passare un po’ di tempo nella sala arrivi di Heathrow, Gatwick, Stansted, Luton e City, i suoi cinque aeroporti (ce ne sarebbe un sesto, SouthEnd, a due passi dal mare nella contea dell’Essex), per rendersi conto che la più grande città d’Europa (con 9 milioni e 188 mila abitanti e le dimensioni di Parigi, Roma e Vienna messe insieme) continua a essere una calamita senza rivali, nel Regno Unito e nell’intero continente. È sufficiente salire a Primrose Hill, la collina nel piccolo parco adiacente a Regent’s Park, uno dei punti da cui si gode la vista più bella della città, e guardare verso il Tamigi: l’orizzonte è costellato da grappoli di grattacieli, che lo rendono ormai simile a quello newyorchese. E da grappoli di gru per costruirne altri ancora: la banca JP Morgan ha da poco annunciato piani per erigerne uno a Canary Wharf, la nuova City a est della vecchia, ancora più alto dello Shard (qualcuno predice “il doppio”), un progetto con un budget di 10 miliardi di sterline.

Rispondendo alle critiche di Donald Trump, che la descrive come una città in preda a crimine, terrorismo e a leggi dettate dalla Sharia islamica (solo perché è governata dalla sinistra), il sindaco Sadiq Khan, laburista e musulmano, cita statistiche secondo cui la criminalità è in calo, i trasporti migliorano, la cultura multietnica e multiconfessionale viene rispettata. «Come New York, Londra è una metropoli globale che va ad ondate e in questo momento l’onda scende», dice il professor Tony Travers, docente della London School of Economics. «Ma ha sempre saputo riprendersi e sopravvivere».

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