BRUXELLES – Ma quella concessa dalla Commissione è vera flessibilità? Il “bonus” di quasi 14 miliardi in energia messo sul tavolo dell’Italia, infatti, non è affatto a costo zero. La quota di extra-spese nel settore energia è effettivamente consistente: lo 0,6 per cento del pil, pari a oltre 13 miliardi di euro da spalmare in due o tre anni. Ma, attenzione, c’è flessibilità e flessibilità. E quella messa a disposizione del nostro Paese - si potrebbe dire - è un po’ meno flessibile.
Perché? Perché non aiuta nel calcolo del deficit. Ossia questi 13-14 miliardi di euro non verranno scomputati dal disavanzo e quindi l’Italia, se la clausola di salvaguardia nazionale verrà effettivamente attivata, rinuncerà a uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Rimarremo nella lista dei “cattivi”. Già ci eravamo finiti dopo le ultime previsioni economiche che ci hanno attribuito la peggior performance il prossimo anno su debito e crescita. Ma questa sarebbe la certificazione.
Il patto di Stabilit…
BRUXELLES – Ma quella concessa dalla Commissione è vera flessibilità? Il “bonus” di quasi 14 miliardi in energia messo sul tavolo dell’Italia, infatti, non è affatto a costo zero. La quota di extra-spese nel settore energia è effettivamente consistente: lo 0,6 per cento del pil, pari a oltre 13 miliardi di euro da spalmare in due o tre anni. Ma, attenzione, c’è flessibilità e flessibilità. E quella messa a disposizione del nostro Paese - si potrebbe dire - è un po’ meno flessibile.
Perché? Perché non aiuta nel calcolo del deficit. Ossia questi 13-14 miliardi di euro non verranno scomputati dal disavanzo e quindi l’Italia, se la clausola di salvaguardia nazionale verrà effettivamente attivata, rinuncerà a uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Rimarremo nella lista dei “cattivi”. Già ci eravamo finiti dopo le ultime previsioni economiche che ci hanno attribuito la peggior performance il prossimo anno su debito e crescita. Ma questa sarebbe la certificazione.
Il patto di Stabilità riformato due anni fa e approvato dal governo, prevede infatti che gli Stati i quali si trovano già nella procedura per deficit eccessivo (come l’Italia) e ricorrono alla deroga non possono “scomputare” dal calcolo del disavanzo le spese autorizzate con la “flessibilità”. È un’opzione che riguarda solo i partner non sotto procedura, come la Germania. Lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, l’aveva definita «flessibilità asimettrica». La “concessione”, dunque, in questo caso riguarda solo la spesa netta. Nel percorso complessivo di messa in ordine dei conti che è stato concordato quasi due anni fa, è questo il paramento di riferimento e l’Ue ci autorizza a deviare solo da quel dato che va comunque recuperato entro i prossimi cinque anni. Certo questo vuol dire che non scatterà un altro “cartellino rosso” ma che rimarrà quello precedente.
Quindi se il governo italiano farà ricorso a questi 13-14 miliardi di euro, deciderà definitivamente di non uscire dalla procedura per deficit eccessivo e anzi di allungarne i tempi almeno fino al 2028. Con la conseguente difficoltà a effettuare ulteriori investimenti e a tenere stretti i cordoni della borsa.
C’è solo un’ancora di salvezza: se in autunno il riconteggio delle spese del 2025, soprattutto in relazione al superbonus edilizio, facesse scendere al 2,9 il deficit dello scorso anno, allora l’Italia sarebbe fuori dalla procedura e questi 13-14 miliardi non verrebbero più calcolati. Palazzo Chigi a quel punto dovrebbe solo garantire alla Commissione di rimanere sotto il 3 per cento di deficit anche quest’anno potendo escludere le spese per l’energia.
Non solo. Questo spazio fiscale di 14 miliardi non può essere utilizzato per ridurre le accise sulla benzina o le tasse sulle bollette ma solo per interventi strutturali: misure green, elettrificazione del Paese, introduzione di fonti rinnovabili, batterie. Tanto che al ministero dell’Economia, pur essendo soddisfatti del successo politico, vanno con i piedi di piombo e prima di chiedere formalmente l’attivazione della clausola ci vogliono pensare. «Ringrazio il commissario Dombrovskis – ha detto Giorgetti – per il senso di realtà. È una procedura utile nel momento di difficoltà e noi controlleremo l’evolversi degli eventi in relazione alla conflitto in corso nel Golfo, alla sua durata e alle conseguenze».
Insomma nel braccio di ferro con Bruxelles non è tutto oro quel che luccica.