L’Antitrust: “Non limitare il diritto degli avvocati a farsi pubblicità”
di Aldo FontanarosaROMA – Il diritto degli avvocati e degli studi legali di farsi pubblicità non deve essere intaccato. In un parere sulla riforma dell’ordinamento forense, delineata dal governo, l’Antitrust spiega che la pubblicità in ambito legale – se corretta, trasparente e non ingannevole – aiuta il cittadino a scegliere meglio.
Per questo l’Antitrust invita il governo a usare parole chiare. Non basta parlare di “informazione” sull’attività professionale, nel provvedimento in cantiere. È meglio parlare apertamente di “pubblicità”.
Dire pubblicità significa riconoscere che anche gli studi legali possono spiegare che cosa fanno, raccontare le proprie competenze, raggiungere nuovi clienti. Naturalmente entro regole serie: non bisogna citare clienti e cause specifiche; né millantare abilità superiori ai concorrenti o prezzi inferiori. Ma senza ulteriori divieti inutili.
Le modalità emergenziali
Il parere riguarda il disegno di legge delega con cui il governo vuole riformare la professione di avvocato. …
ROMA – Il diritto degli avvocati e degli studi legali di farsi pubblicità non deve essere intaccato. In un parere sulla riforma dell’ordinamento forense, delineata dal governo, l’Antitrust spiega che la pubblicità in ambito legale – se corretta, trasparente e non ingannevole – aiuta il cittadino a scegliere meglio.
Per questo l’Antitrust invita il governo a usare parole chiare. Non basta parlare di “informazione” sull’attività professionale, nel provvedimento in cantiere. È meglio parlare apertamente di “pubblicità”.
Dire pubblicità significa riconoscere che anche gli studi legali possono spiegare che cosa fanno, raccontare le proprie competenze, raggiungere nuovi clienti. Naturalmente entro regole serie: non bisogna citare clienti e cause specifiche; né millantare abilità superiori ai concorrenti o prezzi inferiori. Ma senza ulteriori divieti inutili.
Le modalità emergenziali
Il parere riguarda il disegno di legge delega con cui il governo vuole riformare la professione di avvocato. L’obiettivo dichiarato è modernizzare l’avvocatura, renderla più efficiente, più attrattiva per i giovani e più adatta ai cambiamenti degli ultimi anni.
L’Antitrust non boccia la riforma. Anzi, apprezza diversi passaggi, come la semplificazione dell’accesso alla professione. L’esame di Stato dovrebbe diventare meno pesante, con due prove scritte invece di tre, più la prova orale (“mantenendo talune delle modalità di svolgimento più agevoli introdotte in via eccezionale” durante il Covid).
Inoltre, i praticanti abilitati potrebbero svolgere attività di patrocinio autonomo (“previa iscrizione in un’apposita sezione del registro, entro determinati limiti di valore e di pena”). Tradotto: chi si prepara a diventare avvocato avrebbe possibilità di fare esperienza concreta, senza restare troppo a lungo ai margini.
La libera pattuizione
Il punto più delicato resta però quello dei compensi. La riforma conferma il principio della libera pattuizione tra avvocato e cliente. In teoria, dunque, il prezzo della prestazione dovrebbe essere concordato dalle parti.
L’Antitrust teme però che alcune formule possano riaprire la porta, anche senza dirlo apertamente, a una specie di tariffa minima. E qui scatta l’allarme.
L’Antitrust chiede prudenza sull’equo compenso. Questa disciplina serve a proteggere il professionista quando ha di fronte grandi clienti, come banche, assicurazioni, grandi imprese o pubbliche amministrazioni. In quei casi l’avvocato può trovarsi in una posizione debole e ha bisogno di una tutela.
La responsabilità solidale
Ma l’Autorità avverte: non bisogna estendere quel modello a tutti i rapporti. Se i parametri diventano vincolanti anche fuori dai casi previsti, il cittadino avrà meno libertà nella scelta e meno spazio per negoziare.
Le nuove norme prevedono, inoltre, che le spese legali siano pagate in modo solidale. Questo significa che ciascuna parte potrebbe essere chiamata a pagare l’intero compenso dell’avvocato, anche se poi potrà rivalersi sugli altri.
Il problema è che il testo non dice chiaramente se le parti possano accordarsi per escludere o limitare questa responsabilità solidale, come invece consente la normativa attuale.
I poteri pubblici
Un altro passaggio importante riguarda gli Ordini professionali e il Consiglio nazionale forense. La riforma assegna loro un ruolo rilevante nell’organizzazione della professione.
L’Antitrust non nega l’importanza degli Ordini. Ma ricorda un principio essenziale: le regole generali devono restare in mano ai poteri pubblici. Chi rappresenta una categoria non dovrebbe avere un potere troppo forte nel fissare le regole della stessa categoria. Il confine tra tutela della professione e difesa corporativa, in questi casi, può diventare sottile.
Gli anziani e l’aggiornamento
C’è poi il tema delle specializzazioni. La riforma punta a razionalizzare il sistema, affidando un ruolo importante agli Ordini territoriali, alle associazioni specialistiche e al Consiglio nazionale forense. L’idea è aiutare i cittadini a capire meglio – studiandone i titoli – quali competenze abbia un avvocato.
Anche qui, però, l’Antitrust chiede un sistema aperto. Non deve esistere un’unica strada obbligata, fatta solo di corsi. Un professionista ha diritto a dimostrare la propria specializzazione anche attraverso l’esperienza, lo studio, la ricerca, il lavoro svolto negli anni. Purché tutto sia valutato con criteri chiari, oggettivi e non discriminatori.
Allo stesso modo, quando si stabilisce chi può essere esonerato dagli obblighi di formazione, bisogna evitare disparità basate solo sugli anni di iscrizione all’albo. Non si può dire: sei anziano, navigato, esperto; dunque non hai bisogno di aggiornarti.