Shock energetico, quali sono le regioni e i comuni che pagano il conto più salato
di Massimo FerraroROMA – Taranto e Sassuolo, Veneto e Sicilia. Il filo che lega questi territori passa per un tratto di mare il cui tratto percorribile non supera gli 8 chilometri. La chiusura dello stretto di Hormuz è arrivata al suo centesimo giorno e ha provocato in questi mesi una fiammata dei prezzi di gas e petrolio. Per l’Agenzia internazionale dell’energia è “la più grande perturbazione nella storia del mercato petrolifero globale”. Secondo i calcoli di Confindustria, alle imprese italiane costerà tra i 7 e i 21 miliardi di euro in più. Ma non in maniera uniforme. L’impatto maggiore è nel nord est manifatturiero e nel sud industriale e portuale. A mostrarlo su una mappa è Civiqa, la piattaforma di OpenEconomics nata per supportare nella governance la Pa: non solo i settori più energivori, ma anche le filiere più esposte o la dimensione di popolazione coinvolta incidono sul conto che devono pagare i territori. Che non segue il livello di ricchezza, ma la struttura produttiva. Le rinnovabili ries…
ROMA – Taranto e Sassuolo, Veneto e Sicilia. Il filo che lega questi territori passa per un tratto di mare il cui tratto percorribile non supera gli 8 chilometri. La chiusura dello stretto di Hormuz è arrivata al suo centesimo giorno e ha provocato in questi mesi una fiammata dei prezzi di gas e petrolio. Per l’Agenzia internazionale dell’energia è “la più grande perturbazione nella storia del mercato petrolifero globale”. Secondo i calcoli di Confindustria, alle imprese italiane costerà tra i 7 e i 21 miliardi di euro in più. Ma non in maniera uniforme. L’impatto maggiore è nel nord est manifatturiero e nel sud industriale e portuale. A mostrarlo su una mappa è Civiqa, la piattaforma di OpenEconomics nata per supportare nella governance la Pa: non solo i settori più energivori, ma anche le filiere più esposte o la dimensione di popolazione coinvolta incidono sul conto che devono pagare i territori. Che non segue il livello di ricchezza, ma la struttura produttiva. Le rinnovabili riescono ad alleggerire i rincari, ma solo quando coprono alte percentuali del fabbisogno e sono ben integrate.
Scenari Civiqa
Il nord est manifatturiero
È l’Emilia-Romagna ad avere l’indice di esposizione energetica (Eei) più elevato, con il 25% circa dei suoi Comuni coinvolti. Non perché sia più fragile, spiega il report, ma perché il suo modello produttivo si compone di ceramica, meccanica, packaging, chimica di processo. Settori, concentrati tra Modena e Reggio Emilia, ad alta richiesta di energia, dove la variazione dei prezzi incide sensibilmente sul costo finale del prodotto. E non è un caso che subito dopo si trovi il Veneto, con province come Vicenza e Verona che ospitano i distretti della concia, siderurgia e manifattura pesante dove “l’intensità energetica media supera di quattro volte quella del terziario”.
Il sud industriale
Per ragioni diverse, spiccano in classifica anche Puglia e Sicilia. Nel loro caso l’indice sale non tanto per il tipo di settore produttivo, quanto per l’esposizione della filiera – raffinerie, trasporti stradali, marittimi e aerei – alle fluttuazioni dei prezzi delle energie. La vulnerabilità non è della fabbrica, ma nella fornitura. Priolo, Augusta, Taranto, Brindisi sono poli petrolchimici e siderurgici costieri “dove ogni variazione del prezzo del greggio o del gas si trasmette direttamente alla struttura produttiva locale, senza filtri”. Quando si ferma un impianto in un'area così specializzata, è raro che un secondo settore riesca ad assorbire l'impatto occupazionale. Per questo le due regioni hanno valori più alti della Lombardia, nonostante i differenti volumi di produzione. Simile il caso del Piemonte, con uno de Pil più alti d’Italia ma penultimo in questa classifica, sia per il mix energetico diversificato, sia per i tipi di industria che ospita – automotive e meccanica – che consumano meno energia diretta rispetto ad altri.
Le altre aree a rischio
Anche Toscana, Umbria e Marche soffrono maggiormente l’oscillazione dei prezzi. La petrolchimica di Livorno e le vetrerie e cartiere del Centro Italia portano in alto sia la componente diretta sia quella upstream – quanto i settori locali dipendono da forniture energeticamente esposte -. Le Marche portano con sé la manifattura calzaturiera e il mobile, settori con “una intensità media ma con alta concentrazione occupazionale locale”. Il mercato del lavoro in queste aree risulta così poco flessibile, se le imprese dell’area vanno in sofferenza per l’aumento dei costi, il territorio non è in grado offrire molte alternative.
L’impatto delle rinnovabili
L’integrazione delle rinnovabili nel ciclo produttivo è in grado di assorbire parzialmente i rincari dell’energia ma, rivela Civiqa, la protezione è misurabile solo oltre una certa soglia di produzione. Dove le fonti pulite coprono meno di un terzo del fabbisogno, lo scudo è pressoché assente, mentre al di sopra cresce in modo più ché proporzionale all’aumentare della quota rinnovabile. Il mix idroelettrico di Valle d'Aosta e delle province autonome, quello eolico e solare della Basilicata, quello eolico e idroelettrico delle Marche costruiscono una protezione reale, non marginale. L’indicazione è chiara: Per i territori a media-alta esposizione energetica come Emilia-Romagna, Puglia e Campania, portare la quota rinnovabile dall'attuale 33-65% oltre la soglia dell'80% significherebbe ottenere riduzioni dell'Eei nell'ordine del 20-25%, riposizionando questi territori in una fascia di rischio significativamente più bassa.