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Inflazione ai massimi negli Usa ma Trump è ironico: “La amo”

(reuters)

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A maggio per gli americani il carovita arriva al 4,2%, spinto dallo shock energetico
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NEW YORK – Donald Trump giura: “Amo l’inflazione”, perché non sta esplodendo come molti temevano dopo l’attacco all’Iran, e “quando la guerra sarà finita i prezzi scenderanno molto velocemente”. Può darsi che abbia ragione lui, ammesso e non concesso che i nuovi scontri provocati dall’abbattimento dell’elicottero Apache sulle acque dello Stretto di Hormuz non provochino una nuova escalation. Di sicuro però l’impennata del Consumer price index al livello più alto degli ultimi tre anni non è una notizia ideale, per chi vorrebbe evitare di perdere le elezioni midterm di novembre e chiede alla Federal Reserve di tagliare subito i tassi.

Nel maggio scorso l’inflazione su base annuale è salita al 4,2% negli Stati Uniti, la soglia più alta dal 2023. Su b…

NEW YORK – Donald Trump giura: “Amo l’inflazione”, perché non sta esplodendo come molti temevano dopo l’attacco all’Iran, e “quando la guerra sarà finita i prezzi scenderanno molto velocemente”. Può darsi che abbia ragione lui, ammesso e non concesso che i nuovi scontri provocati dall’abbattimento dell’elicottero Apache sulle acque dello Stretto di Hormuz non provochino una nuova escalation. Di sicuro però l’impennata del Consumer price index al livello più alto degli ultimi tre anni non è una notizia ideale, per chi vorrebbe evitare di perdere le elezioni midterm di novembre e chiede alla Federal Reserve di tagliare subito i tassi.

Nel maggio scorso l’inflazione su base annuale è salita al 4,2% negli Stati Uniti, la soglia più alta dal 2023. Su base mensile, però, l’aumento è stato dello 0,5%, ossia meno dello 0,6% di aprile e lo 0,9% di marzo. Questo fa pensare agli ottimisti che il picco provocato dal rialzo dei costi dell’energia dovuto alla guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz sia stato raggiunto e superato, anche se l’inerzia della crisi ha ancora un effetto sui prezzi.

Se la loro analisi, ovviamente condivisa dal capo della Casa Bianca, è corretta, l’impatto del conflitto sarebbe in via di assorbimento, a patto però che si vada verso una soluzione diplomatica e non una nuova escalation, come quella che potrebbe essere provocata anche accidentalmente dagli scontri in corso da qualche giorno. Ieri infatti Wall Street ha reagito con un significativo calo di tutti gli indici, dal Dow Jones al Nasdaq, alle minacce del presidente di rilanciare l’offensiva prendendo di mira le infrastrutture civili della Repubblica islamica, incluse elettricità e petrolio.

Il secondo problema è che l’obiettivo dichiarato della Fed sarebbe quello di riportare l’inflazione sulla soglia del 2%, ma invece con il dato di ieri è ormai salita a oltre il doppio e continua ad aumentare. Queste condizioni complicano la vita al nuovo presidente della banca centrale, Kevin Warsh, che Trump ha messo al posto di Jerome Powell proprio per avere qualcuno disposto a seguirlo sulla strada delle riduzione del costo del denaro.

La prima riunione del Federal Open Market Committee sotto la nuova guida è in programma il 16 e 17 giugno e certamente il dato di ieri sull’incremento dei prezzi non rafforza la mano di chi vorrebbe tagliare i tassi. Anzi, non mancano ormai le voci che prevedono un rialzo, da qui alla fine dell’anno, anche perché nello stesso tempo l’occupazione continua a correre e le borse salgono, senza preoccuparsi della temuta bolla dell’intelligenza artificiale. Il tutto sullo sfondo delle midterm, da cui ci separano solo cinque mesi, con il rischio sempre più concreto di arrivarci con l’inflazione ancora in rialzo.

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