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Il gasdotto che divide Putin e Xi

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Mosca vuole il raddoppio della pipeline. Forza della Siberia per compensare lo stop all’export in Europa. Ma Pechino non ha fretta
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Alexey Miller, amministratore delegato del colosso energetico russo Gazprom, lo ha definito «il progetto più imponente al mondo». Peccato, però, che resterà ancora nel cassetto. Nemmeno l’ultima visita di Vladimir Putin a maggio a Pechino è riuscita a sbloccare la situazione: sul mega gasdotto “Forza della Siberia 2” c’è un accordo di massima tra Russia e Cina, ma non ancora un calendario dei lavori.

Quello riguardo al “Forza della Siberia 2” è un progetto di cui si parla da almeno vent’anni e, nonostante i numerosi tentativi di Mosca, Pechino si è finora mostrata riluttante. Il gasdotto serve molto di più a Putin che a Xi: la Russia ha poche alternative riguardo l’export di gas, viste le sanzioni scattate dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino invece ne ha, visto che diversifica molto le proprie importazioni. E soprattutto la Cina non vuole legarsi troppo ad un unico partner energetico (e la Russia è già una delle sue principali fonti). Questioni chiave come il prezzo del gas rimango…

Alexey Miller, amministratore delegato del colosso energetico russo Gazprom, lo ha definito «il progetto più imponente al mondo». Peccato, però, che resterà ancora nel cassetto. Nemmeno l’ultima visita di Vladimir Putin a maggio a Pechino è riuscita a sbloccare la situazione: sul mega gasdotto “Forza della Siberia 2” c’è un accordo di massima tra Russia e Cina, ma non ancora un calendario dei lavori.

Quello riguardo al “Forza della Siberia 2” è un progetto di cui si parla da almeno vent’anni e, nonostante i numerosi tentativi di Mosca, Pechino si è finora mostrata riluttante. Il gasdotto serve molto di più a Putin che a Xi: la Russia ha poche alternative riguardo l’export di gas, viste le sanzioni scattate dopo l’invasione dell’Ucraina. Pechino invece ne ha, visto che diversifica molto le proprie importazioni. E soprattutto la Cina non vuole legarsi troppo ad un unico partner energetico (e la Russia è già una delle sue principali fonti). Questioni chiave come il prezzo del gas rimangono irrisolte e gli analisti prevedono che i negoziati potrebbero richiedere anni.

Il nodo energia

Una volta completato il gasdotto dovrebbe partire dalla penisola di Jamal, dove si trovano le più grandi riserve di gas naturale della Russia (che Mosca ha usato per rifornire il mercato europeo), per poi attraversare la Mongolia prima di raggiungere la Cina. Secondo le stime, consentirebbe di trasportare circa cinquanta miliardi di metri cubi di gas all’anno. Un gasdotto che collega la Russia alla Cina, “Forza della Siberia 1”, è già in funzione dal 2019, con una capacità di circa 38 miliardi di metri cubi all’anno.

Il Carnegie Russia Eurasia Center stima che il costo di costruzione potrebbe ammontare a 34 miliardi di dollari per i tratti che attraversano la Russia e la Mongolia. Sebbene Gazprom abbia dichiarato che l’accordo di fornitura proposto ha una durata di trent’anni, non è chiaro se la Cina si impegnerà ad acquistare l’intera capacità annuale del gasdotto. La Russia vorrebbe che la Cina accettasse di acquistare volumi fissi per garantire entrate a lungo termine, mentre la Cina cerca una maggiore flessibilità nel caso in cui la domanda interna di gas dovesse diminuire o dovessero emergere alternative più economiche. Dato che la maggior parte dell’investimento iniziale per la costruzione del gasdotto ricadrà su Mosca, è nell’interesse della Russia richiedere un contratto di lunga durata.

La questione dei prezzi

«Anche la questione dei prezzi ha rappresentato un punto cruciale nei negoziati. I funzionari russi sostengono che il gas verrebbe venduto a prezzi di mercato, sebbene Gazprom abbia indicato che le forniture tramite il gasdotto sarebbero più convenienti rispetto al gas russo venduto in precedenza all’Europa», come ricorda Bloomberg.

Dopo l’incontro tra Putin e Xi a Pechino a maggio, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov dichiarò che «nel complesso, esiste già un’intesa comune sui parametri principali del progetto», in particolare per quanto riguarda il tracciato del gasdotto e le modalità di costruzione. Ma Peskov ha ammesso che non è stata discussa alcuna tempistica per la realizzazione.

I negoziati si arenarono già in passato, a causa delle riserve di Pechino sul percorso preferito da Gazprom, che proponeva di trasportare il gas dalla Siberia occidentale alla provincia cinese dello Xinjiang attraverso i monti Altai. Alla fine del 2019 Gazprom ha ceduto e ha accettato di seguire un percorso alternativo preferito da Pechino. Per anni il progetto è rimasto in una fase di stallo, i negoziati seguivano sempre lo stesso copione: Putin e Xi si incontravano, i comunicati russi parlavano di progressi compiuti, mentre quelli cinesi spesso non facevano alcun riferimento al gasdotto.

«La Russia ha urgente bisogno di una domanda di esportazione a lungo termine per monetizzare le riserve di gas inutilizzabili, ma la Cina riconosce la debole posizione negoziale di Mosca a seguito della perdita dell’Europa come principale acquirente», ha dichiarato Go Katayama, analista presso la società Kpler. «Pechino, quindi, sta spingendo per prezzi fortemente scontati, mentre la Russia ha bisogno di prezzi più alti per giustificare gli enormi costi infrastruttural».

La Cina dispone di tre gasdotti che partono dal Turkmenistan e dall’Uzbekistan, attraversano il Kazakistan ed entrano nel Paese nella regione dello Xinjiang, fornendo oltre 40 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. A sud, il gasdotto Myanmar-Cina, lungo 793 km, è entrato in funzione nel 2013 ed è stato progettato per trasportare 12 miliardi di metri cubi all’anno.

«Per Pechino, a quanto pare, nessuna delle argomentazioni a favore dell’accordo è stata abbastanza convincente, soprattutto per firmare un contratto trentennale. Dopotutto, esistono già il “Forza della Siberia 1” e un nuovo gasdotto nell’Estremo Oriente, e la Cina ha finora superato con successo la crisi energetica globale grazie ai suoi investimenti a lungo termine nelle energie rinnovabili, nel carbone pulito e nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento. In effetti, Pechino ha avuto un tale successo che non ha nemmeno intaccato le sue vaste riserve di petrolio», scriveva a fine maggio Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center. «La saga del gasdotto si trascina ormai da oltre vent’anni: il primo protocollo d’intesa relativo al progetto risale infatti al 2006. Negli anni successivi, la Cina ha visto sorgere terminali Gnl, nuove centrali nucleari e idroelettriche, oltre a intere distese di turbine eoliche e campi su campi di pannelli solari. Il megaprogetto continua a esistere in una dimensione effimera, il che significa che c’è il rischio che la finestra di opportunità per la Russia si chiuda se la produzione di energia in Cina diventerà così verde da rendere le nuove fonti di gas non più di alcun interesse per Pechino».

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