L’economista Mohaddes: “Tanti nodi e tempi lunghi, i prezzi resteranno ancora alti”
di Eugenio OccorsioROMA – «Nessuno si faccia prendere dall’entusiasmo. Il cessate il fuoco che verrà firmato venerdì durerà solo 60 giorni, poi resterà esposto all’imprevedibilità di tutte le parti in causa. Serviranno molti mesi per tornare alla normalità e i peggioramenti nell’economia mondiale saranno profondi, forse permanenti». Kamiar Mohaddes, economista di Cambridge di origine iraniana e consulente della World Bank, è prudente sulla “pace” fra Teheran e Washington. «Troppi aspetti sono scoperti, troppe questioni aperte». Mohaddes ha appena concluso il suo keynote speech per 100 studenti di tutto il mondo alla summer school dell’Istituto Iseo, fondato nel 1998 da Franco Modigliani.
Perché parla di “conseguenze permanenti” di una crisi che sembra stia risolvendosi?
«Intanto per le spese della guerra, in vite umane e prodotti costosissimi polverizzati. Soli agli Usa la guerra è costata 29 miliardi di dollari e in più ha scoperto altri fronti possibili come Taiwan».
ROMA – «Nessuno si faccia prendere dall’entusiasmo. Il cessate il fuoco che verrà firmato venerdì durerà solo 60 giorni, poi resterà esposto all’imprevedibilità di tutte le parti in causa. Serviranno molti mesi per tornare alla normalità e i peggioramenti nell’economia mondiale saranno profondi, forse permanenti». Kamiar Mohaddes, economista di Cambridge di origine iraniana e consulente della World Bank, è prudente sulla “pace” fra Teheran e Washington. «Troppi aspetti sono scoperti, troppe questioni aperte». Mohaddes ha appena concluso il suo keynote speech per 100 studenti di tutto il mondo alla summer school dell’Istituto Iseo, fondato nel 1998 da Franco Modigliani.
Perché parla di “conseguenze permanenti” di una crisi che sembra stia risolvendosi?
«Intanto per le spese della guerra, in vite umane e prodotti costosissimi polverizzati. Soli agli Usa la guerra è costata 29 miliardi di dollari e in più ha scoperto altri fronti possibili come Taiwan».
E parlando in termini economici?
«È stato tale lo sconvolgimento delle catene mondiali della produzione, dell’offerta e del valore, con un balzo di tutti i prodotti legati al petrolio e ai Paesi dell’area, che neanche la caduta dei prezzi del greggio riuscirà a compensarlo. L’attacco all’Ucraina ha portato conseguenze durature ma stavolta la crisi è mondiale: il petrolio è più importante e ha utilizzi più ampi».
Può farci degli esempi?
«L’inflazione ha conosciuto un balzo in un’infinità di settori, per esempio in quello alimentare: non solo per il petrolio, i trasporti e gli sprechi che irrimediabilmente ci sono stati, ma anche per i fertilizzanti. Ora non si fermerà automaticamente, perché per i meccanismi dell’economia c’è una autoalimentazione dell’inflazione e le banche centrali dovranno tenere alti i tassi per un periodo non breve. Anche quando si fermerà, i prezzi torneranno un po’ indietro ma mai sui valori precedenti la crisi».
Come è andata per l’Ucraina?
«Il gas passò dai 90 euro per MWh della vigilia dell’invasione ai 350 di metà agosto. Poi è sceso ai 43 attuali ma le tensioni, le paure e le minacce non si sono attenuate. Possiamo immaginare uno scenario simile per il petrolio».
Hormuz riaprirà “libero e fluido” come dice Trump?
«All’apice della crisi c’erano duemila petroliere in attesa. Ammettiamo che ora ce ne sia la metà, ha idea di quanto tempo e spreco di denaro occorra per far transitare queste navi in un corridoio strettissimo e a velocità minima per il pericolo di mine? C’è già la corsa a chi si aggiudica la miglior assicurazione, con migliaia di dollari investiti pur di acquisire qualche precedenza».
Gli iraniani dicono che saranno loro a sminare il Golfo.
«Ho il sospetto che cercheranno di inventarsi qualcosa per estrarre un pedaggio, una mossa contro il diritto internazionale che potrebbe suscitare una reazione armata, stavolta perfino europea, e riporterebbe la situazione al punto di partenza. E poi 60 giorni per risolvere questioni come l’uranio sono pochi: per questo non c’è da stare tranquilli. Poi c’è una questione ancora più significativa».
Ovvero?
«La fine del dollaro come unica valuta di riferimento era già nell’aria, ma la crisi di Hormuz è un punto di svolta. Come accadde per la sterlina ai tempi della crisi di Suez del 1956, il dollaro smetterà di essere l’unica valuta negli scambi. Il mix degli echi della guerra e della sfiducia in Trump creeranno spazi insperati per valuta alternative, quali lo yuan e, perché no, l’euro».