✕

Dieci anni di Brexit: tutti i numeri di un divorzio costato caro

Manifestanti a favore del ritorno nell'Unione

 

Ascolta l'audio

Londra paga il referendum del 23 giugno 2016: cala il peso nel commercio globale e scendono gli investimenti delle imprese.Tengono i servizi, ma cresce la voglia di tornare
3 minuti di lettura

Sono passati dieci anni dalla Brexit, ovvero da quel fatidico referendum del 23 giugno 2016 che decise l’uscita di Londra dalla Ue, e una cosa è certa: il Regno Unito e la sua economia stanno messe peggio di un decennio fa.

Oramai tutti i principali studi, ultimo quello di Nicholas Bloom della Stanford University, parlano di almeno il 6 o 8% di Pil perso da allora fino al 2025 - ben più dei 4 punti percentuali predetti dall’istituto semigovernativo Office of Budget Responsability. Basandosi sul confronto con altre 33 economie avanzate, la ricerca mostra che il Regno Unito seguiva un andamento molto simile a quello degli altri Paesi fino al 2016, prima che si aprisse un significativo divario nella crescita della produzione.

Come spiega il Guardian, «l’economia britannica è oggi significativamente più piccola di quanto sarebbe stata altrimenti, il commercio ha risentito della Brexit, gli investimenti delle imprese hanno rallentato e le famiglie dispongono mediamente di diverse migliaia …

Sono passati dieci anni dalla Brexit, ovvero da quel fatidico referendum del 23 giugno 2016 che decise l’uscita di Londra dalla Ue, e una cosa è certa: il Regno Unito e la sua economia stanno messe peggio di un decennio fa.

Oramai tutti i principali studi, ultimo quello di Nicholas Bloom della Stanford University, parlano di almeno il 6 o 8% di Pil perso da allora fino al 2025 - ben più dei 4 punti percentuali predetti dall’istituto semigovernativo Office of Budget Responsability. Basandosi sul confronto con altre 33 economie avanzate, la ricerca mostra che il Regno Unito seguiva un andamento molto simile a quello degli altri Paesi fino al 2016, prima che si aprisse un significativo divario nella crescita della produzione.

Come spiega il Guardian, «l’economia britannica è oggi significativamente più piccola di quanto sarebbe stata altrimenti, il commercio ha risentito della Brexit, gli investimenti delle imprese hanno rallentato e le famiglie dispongono mediamente di diverse migliaia di sterline in meno ogni anno», vedi per esempio l’impatto dell’inflazione maggiore che in altri Paesi a causa della frizioni commerciali. Inoltre, dai quasi 1,50 dollari americani e 1,31 euro registrati subito dopo la chiusura delle urne del referendum, oggi la sterlina vale circa 1,34 dollari e 1,15 euro.

Valuta, investimenti, lavoro: gli effetti di Brexit

Non solo. L’Unione Europea rimane il principale partner commerciale del Regno Unito e nel 2025 le esportazioni verso il blocco hanno raggiunto un valore di 385 miliardi di sterline, pari al 41% del totale, ma dieci anni fa questa quota era al 48 per cento. Come nel resto d’Europa, la base industriale britannica era già in declino prima del 2016, a causa di concorrenza della Cina ed elevati costi energetici. Tuttavia, da allora la quota del Regno Unito nelle esportazioni mondiali di beni si è ridotta più rapidamente, passando dal 2,6% al 2,1% nel 2025: una contrazione del 17% rispetto a quella del 6% dell’Ue, nello stesso periodo.

L’accordo commerciale post-Brexit firmato dall’ex primo ministro Boris Johnson consente in gran parte scambi esenti da dazi con il Vecchio continente, ma li sottopone a una complessa rete di regole e burocrazia, dalle dichiarazioni doganali ai requisiti relativi alle regole di origine. Alcune stime indicano che, nel solo 2025, tale intesa sia costata al Paese circa 90 miliardi di sterline di mancati introiti fiscali. Per questo il governo britannico del barcollante Sir Keir Starmer ha avviato il cosiddetto “reset” con l’Unione Europea, ossia un forte allineamento delle norme britanniche al mercato unico europeo, per rendere il commercio tra blocchi più fluido, oltre a convergenza energetica, Erasmus e mobilità giovanile.

Pil a confronto: Regno Unito vs altre 33 economie

Ma per partiti come i Lib-Dem non basta. Secondo il loro leader Sir Ed Davey «bisogna rientrare subito nel mercato unico», perché, stando a una ricerca del think tank Centre for European Reform, tornare nell’unione doganale compenserebbe soltanto in parte il danno. Mentre secondo il sindaco di Londra Sadiq Khan il Labour deve promettere di rientrare in toto in Ue. Per un sondaggio YouGov, il 57% dei britannici ritiene che il Regno Unito abbia sbagliato a votare per la Brexit e la maggioranza sostiene il rientro nell’Ue (55%).

Investimenti in calo

Non solo. Si stima che gli investimenti siano oggi circa il 18% inferiori rispetto a uno scenario in cui il Regno Unito fosse rimasto nell’Unione, mentre la produttività risulta fino al 4% più bassa. Inoltre, come nota il Financial Times, i servizi finanziari rappresentano uno dei settori che hanno maggiormente risentito della Brexit, soprattutto a causa della perdita dei diritti di “passaporto europeo” per le banche. Secondo un’analisi della Banca d’Inghilterra pubblicata il mese scorso, il peso del settore finanziario britannico sull’economia nazionale è diminuito dal 9,4% del Pil nel 2016 al 7,8% attuale. «Ogni anno trascorso fuori dall’Ue è un anno in cui siamo più poveri», sostiene al Ft Michael Saunders, ex membro del comitato di politica monetaria di Bank of England e oggi consulente di Oxford Economics.

Tengono i servizi e la City

Allo stesso tempo, però, se le esportazioni di beni materiali del Regno sono sensibilmente calate, quelle dei servizi finanziari sono cresciute. Ciò grazie alla decisione di Bruxelles di consentire alle banche europee di continuare ad accedere alle camere di compensazione britanniche per i derivati e ai fondi d’investimento dell’Ue di continuare a delegare la gestione dei portafogli a società con sede nel Regno Unito. Fortunatamente per Londra, l’economia mondiale è sempre più orientata ai servizi. Tra il 2016 e il 2025 le esportazioni britanniche di servizi sono aumentate del 47% in termini reali. Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, la quota britannica del mercato mondiale dei servizi professionali ha raggiunto nel 2025 il massimo storico dell’11,3 per cento, avvicinandosi al 12,3% degli Stati Uniti.

Questo perché, come ricorda il quotidiano finanziario, il Regno Unito continua a svolgere un ruolo centrale di competenze legali, ingegneristiche e pubblicitarie a livello globale, «richieste tanto dagli sceicchi del Golfo quanto dai magnati della tecnologia americani». E tra il 2015 e il 2022, ad esempio, le esportazioni di servizi pubblicitari sono più che raddoppiate. Anche la perdita di posti di lavoro nella City di Londra è stata contenuta, mantenendo così la posizione di secondo centro finanziario mondiale: invece dei 100mila previsti, stime attuali parlano di una fetta tra 7mila e 40mila posti di lavoro bruciati, sebbene il numero di società quotate nel Regno Unito e di nuove Ipo sia in preoccupante calo.

Infine, l’immigrazione. La Brexit doveva riportare il controllo dei confini ma con Boris Johnson l’immigrazione netta nel Regno Unito è aumentata in modo significativo, raggiungendo il record di quasi un milione di persone nell’anno conclusosi a giugno 2023, con quasi il 90% dei nuovi arrivi da Paesi extra Ue, soprattutto India e Nigeria, mentre gli europei sono scappati in massa. Altro che “Take Back Control”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi i commenti