✕

Non è un Paese per manager donne e giovani. I ceo italiani ultimi in Europa per età e titoli

Ascolta l'audio

Ecco la fotografia agli amministratori delegati in Europa, America, Asia e Africa. In Italia non c’è neanche una donna al vertice delle 40 società quotate al Ftse
2 minuti di lettura

ROMA – Rigorosamente uomo, over sessanta e con una carriera costruita fuori dall'azienda che andrà a guidare. Ma senza dottorato nel cassetto. Ecco l’identikit del tipico ceo italiano del 2026 secondo il nuovo report annuale Route To The Top. Di donne al comando – dopo l’addio di Giuseppina Di Foggia a capo di Terna – invece non se ne parla.

L'indagine condotta da Heidrick & Struggles (società di headhunting) - circoscrive la figura dell'amministratore delegato nelle società quotate in Europa, America, Asia e Africa (sono più di 1000 i ceo e i membri dei board sentiti). Con una media di 60,8 anni, gli ad italiani sono i più anziani d'Europa, quasi tre anni sopra la media continentale di 57,3. In Polonia i ceo hanno in media 54,8 anni e vengono nominat…

ROMA – Rigorosamente uomo, over sessanta e con una carriera costruita fuori dall'azienda che andrà a guidare. Ma senza dottorato nel cassetto. Ecco l’identikit del tipico ceo italiano del 2026 secondo il nuovo report annuale Route To The Top. Di donne al comando – dopo l’addio di Giuseppina Di Foggia a capo di Terna – invece non se ne parla.

L'indagine condotta da Heidrick & Struggles (società di headhunting) - circoscrive la figura dell'amministratore delegato nelle società quotate in Europa, America, Asia e Africa (sono più di 1000 i ceo e i membri dei board sentiti). Con una media di 60,8 anni, gli ad italiani sono i più anziani d'Europa, quasi tre anni sopra la media continentale di 57,3. In Polonia i ceo hanno in media 54,8 anni e vengono nominati a 50; in Italia la nomina arriva a 54.

Una carriera fuori dall’azienda

La buona notizia rispetto all'anno scorso è che si registra un aumento degli incarichi, spinto in larga parte dal rinnovo ai vertici delle partecipate dello Stato, segno di un mercato in movimento. Un mercato che guarda spesso fuori, infatti i 49% dei ceo italiani arriva dall'esterno dell'azienda (il dato più alto d'Europa), dove la media si ferma al 34%. In Francia è il 20%, in Danimarca il 21%. È una scelta che riflette la preferenza dei board per profili già testati su altri palcoscenici, con esperienze maturate in contesti diversi. Mentre chi scala posizioni dall'interno di un’azienda, nella maggioranza dei casi, lavora in quella medesima realtà da oltre dieci anni.

La strada verso il vertice è lunga, ma solida. In questi casi il 20% arriva dalla funzione finanziaria (dato in linea con la media europea) e il 29% viene da un ruolo operativo di COO (Direttore operativo).Sul fronte della formazione, il confronto europeo mostra margini di crescita. Solo il 39% degli ad italiani ha un titolo accademico avanzato (dottorato), contro il 71% della media europea, il 92% della Danimarca e il 100% del Belgio. Un gap che accomuna l'Italia ad altri mercati emergenti, come Kenya, Colombia e Sudafrica dove la maggior parte degli AD non possiede un dottorato. Questo suggerisce come il percorso verso il vertice nel nostro Paese passi ancora prevalentemente dall'esperienza sul campo più che dagli studi.

I piani di successione

"Quasi l’80%% delle prime 100 aziende italiane quotate al FTSE MIB, Mid e Small Cap dichiara di avere piani di successione – spiega Sara Gay, Partner di Heidrick & Struggles – ma molto spesso si tratta di semplici piani di emergenza: scattano solo se il ceo viene meno improvvisamente, non costruiscono una pipeline di leadership nel tempo. Questo è il vero nodo: non la mancanza di strumenti, ma l'assenza di una visione strategica dei piani di successione di lungo periodo. Preparare un ceo richiede almeno tre anni di lavoro continuo - mappatura interna, valutazione dei candidati e piani di sviluppo, confronto con il mercato esterno. Chi non inizia per tempo si ritrova a scegliere in emergenza, con opzioni limitate e tempi compressi. Il rischio, per le aziende italiane, è di restare indietro proprio sui mercati internazionali, dove credibilità e standing del vertice contano quanto i fondamentali."

Le ceo che non esistono più

Sul fronte della rappresentanza femminile l’Italia resta fanalino di coda. Fino a pochi mesi c’era solo una donna al vertice delle 40 quotate al FTSE. Ma da quando Giuseppina Di Foggia ha lasciato il ruolo in Terna per approdare alla presidenza di Eni, neppure una. Dietro questi numeri c'è anche una questione di sistema: l'Italia fatica a produrre ceo dall'interno perché raramente li prepara per tempo.

Leggi i commenti