«La borsa italiana è stata fortemente penalizzata durante lo scorso decennio per la crisi dei debiti pubblici, le manovre fiscali e regolamentari che hanno depresso la crescita per molti anni. Al di là dei fattori contingenti che si alternano sui mercati, questo lungo e lento recupero è continuato anche quest’anno, con un graduale riallineamento delle valutazioni». Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs WM in Italia, riflette sulla settimana appena trascorsa che ha fatto correre più di un brivido fra i Big della tecnologia, ridimensionatosi in chiusura ma ancora temuto da molti investitori.
È solo una questione di Big Tech “mancanti”?
«No. La performance positiva del mercato italiano è riconducibile a diversi fattori: valutazioni iniziali più contenute e successiva convergenza nel corso dell’anno, solidi dati macroeconomici, stabilità politica (con lo spread BTP-Bund attualmente sui livelli di fine 2025) e una composizione settoriale favorevole. In particolare, l’indice ital…
«La borsa italiana è stata fortemente penalizzata durante lo scorso decennio per la crisi dei debiti pubblici, le manovre fiscali e regolamentari che hanno depresso la crescita per molti anni. Al di là dei fattori contingenti che si alternano sui mercati, questo lungo e lento recupero è continuato anche quest’anno, con un graduale riallineamento delle valutazioni». Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs WM in Italia, riflette sulla settimana appena trascorsa che ha fatto correre più di un brivido fra i Big della tecnologia, ridimensionatosi in chiusura ma ancora temuto da molti investitori.
È solo una questione di Big Tech “mancanti”?
«No. La performance positiva del mercato italiano è riconducibile a diversi fattori: valutazioni iniziali più contenute e successiva convergenza nel corso dell’anno, solidi dati macroeconomici, stabilità politica (con lo spread BTP-Bund attualmente sui livelli di fine 2025) e una composizione settoriale favorevole. In particolare, l’indice italiano beneficia del peso rilevante del settore bancario, che ha tratto vantaggio anche dall’ondata di consolidamento, e del comparto energetico, sostenuto dall’aumento dei prezzi del petrolio nelle lunghe settimane della guerra in Medio Oriente. Hanno inoltre contribuito i titoli legati ai semiconduttori che sono stati i principali motori a livello globale e alle infrastrutture informatiche».
Risultato?
«Risultato, dall’inizio dell’anno, la Borsa italiana si è distinta con un rialzo superiore al 14% (Ftse Mib), circa il doppio rispetto all’Euro Stoxx 50 e superando anche la Spagna (Ibex 35), nonostante quest’ultima possa contare su una crescita economica più sostenuta».
Per quanto riguarda la pace tra Stati Uniti e Iran, la reazione del mercato — in particolar modo la clamorosa discesa del prezzo del petrolio — dimostra una fiducia riguardo la tenuta?
«Certamente un crollo come quello del petrolio, tornato ai livelli pre-bellici, dimostra una fiducia di fondo riguardo la tenuta complessiva del sistema. Sebbene resti una situazione fragile e le scorte di petrolio e gas vadano ricostituite nel corso dei prossimi mesi, se la pace dovesse essere implementata e rispettata con accordi duraturi, l’inflazione potrebbe ridimensionarsi riducendo il rischio di ulteriori rialzi dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali. Diversamente dalla Federal Reserve che è rimasta ferma, la Bce ha aumentato di un quarto di punto sulla base del suo mandato limitato all’inflazione e un approccio “data dependant” che implica il rischio di essere in ritardo».
Però, pericolo di bolle a parte, resta grave il ritardo europeo e italiano in particolare, su due fronti: le necessità di valorizzare gli ingenti risparmi esistenti e le dimensioni del mercato stesso, penalizzato dalla paralisi nel conseguimento di una vera unione monetaria, tant’è vero che le società tecnologiche vanno a quotarsi in America. Come arginare questa deriva?
«Certo, il ritardo si aggrava. Dall’inizio del secolo, il Pil reale della zona euro è cresciuto complessivamente del 35%, ovvero la metà rispetto agli Stati Uniti. Si tratta di una crescita deludente, insufficiente a mantenere il ruolo internazionale e gli standard di vita dell’area, almeno in termini relativi. Questo andamento viene spesso attribuito a fattori come la demografia (con la riduzione della popolazione attiva), l’eccessiva regolamentazione, la rigidità del mercato del lavoro e le mancate liberalizzazioni. Certamente, anche la ridotta dimensione del mercato azionario rende difficile attrarre capitali dall’estero: la quota della zona euro nell’indice azionario globale Msci Acwi è scesa dal 18% nel 2000 all’8% attuale».
Quali dovrebbero essere le misure più urgenti da prendere?
«Bisognerebbe chiedersi se alcune politiche economiche siano davvero efficaci nel favorire la crescita. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno adottato una politica fiscale più espansiva, con deficit molto più elevati negli ultimi 15 anni. Che stanno, è vero, provocando molti problemi ma potrebbero aver sostenuto la crescita. Inoltre, la Federal Reserve ha un mandato che include crescita e occupazione, oltre al controllo dell’inflazione, mentre la Bce si concentra quasi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi. La stessa filosofia economica, focalizzata principalmente sulla competitività e quindi sul contenimento dei salari reali, potrebbe limitare il potenziale di crescita. Altre aree economiche sembrano invece prestare maggiore attenzione alla domanda interna, non solo gli Stati Uniti, ma perfino la Cina con le politiche di “Common prosperity” varate nel 2021».