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Tfr nel fondo pensione, cosa cambia da oggi: così per i più giovani l’assegno può crescere del 60%

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Dall’1 luglio i neoassunti del settore privato hanno 60 giorni per decidere se lasciare o meno la liquidazione in azienda. Conviene o no? Le simulazioni di smileconomy
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ROMA – Conviene o no a un giovane neoassunto destinare tutto il Tfr al fondo pensione? La risposta delle simulazioni smileconomy è sì. Se si parte presto e si versa per 30-40 anni, la pensione finale può crescere da quasi un terzo a oltre la metà rispetto al solo assegno pubblico, con punte fino al 62%. Dal primo luglio i neoassunti del settore privato avranno 60 giorni per scegliere: lasciare il Tfr in azienda, rivalutato dell’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione, oppure non opporsi al trasferimento nel fondo pensione di categoria.

Nelle simulazioni elaborate da Andrea Carbone, economista e ideatore di smileconomy, l’esempio è quello di Cometa, il fondo dei metalmeccanici: Tfr pari al 6,91% della retribuzione, contributo dell’1,2% a carico del l…

ROMA – Conviene o no a un giovane neoassunto destinare tutto il Tfr al fondo pensione? La risposta delle simulazioni smileconomy è sì. Se si parte presto e si versa per 30-40 anni, la pensione finale può crescere da quasi un terzo a oltre la metà rispetto al solo assegno pubblico, con punte fino al 62%. Dal primo luglio i neoassunti del settore privato avranno 60 giorni per scegliere: lasciare il Tfr in azienda, rivalutato dell’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione, oppure non opporsi al trasferimento nel fondo pensione di categoria.

Nelle simulazioni elaborate da Andrea Carbone, economista e ideatore di smileconomy, l’esempio è quello di Cometa, il fondo dei metalmeccanici: Tfr pari al 6,91% della retribuzione, contributo dell’1,2% a carico del lavoratore e del 2% dell’azienda. In tutto, oltre il 10% della retribuzione lorda investito ogni anno. «Il Tfr e il contributo datoriale possono essere un grande aiuto per tutti i giovani neoassunti», spiega Carbone, «se correttamente informati e consapevoli dei vantaggi di investire su lunghi orizzonti temporali».

Reddito basso e lavoro perso a 60 anni

Il primo caso è il più fragile: 1.250 euro netti al mese per 13 mensilità, perdita del lavoro a 60 anni e nessuna nuova occupazione. Questo lavoratore non raggiunge i requisiti per la pensione anticipata contributiva, che consente di uscire tre anni prima della vecchiaia solo se l’assegno supera le soglie di legge. Deve dunque aspettare la vecchiaia, che nel frattempo sarà salita oltre i 70 anni.

Per un 25enne, l’uscita arriverebbe a 71 anni e un mese, con una pensione pubblica di 750 euro netti, pari al 60% dell’ultimo reddito. Con il fondo, il tasso di sostituzione salirebbe all’87% con una linea a basso rischio e al 97% con rischio medio: dai 339 ai 463 euro netti in più al mese. Per un 30enne si passerebbe dal 62 all’85% o al 92%, dai 292 ai 384 euro in più. Per un 35enne dal 63 all’81% o all’86%, dai 233 ai 295 euro aggiuntivi.

Reddito basso ma lavoro fino alla pensione

Il secondo caso mantiene lo stesso reddito, 1.250 euro netti al mese, ma senza interruzione a 60 anni. Anche qui il canale di uscita resta la vecchiaia: la retribuzione è troppo bassa per superare le soglie richieste dalla pensione anticipata contributiva. Dunque non si esce tre anni prima, ma dopo i 70 anni. La differenza è che lavorare fino alla pensione aumenta l’assegno pubblico.

Per un 25enne, la pensione pubblica sale a 939 euro netti, pari al 75% dell’ultimo reddito. Con il fondo arriva al 107% con basso rischio e al 121% con rischio medio: dai 397 ai 569 euro netti in più al mese. Per un 30enne si passa dal 77 al 105% o al 115%, dai 349 ai 480 euro in più. Per un 35enne dal 78 al 100% o al 107%, dai 280 ai 368 euro aggiuntivi. Qui il fondo può portare l’assegno complessivo all’altezza dell’ultimo stipendio, o persino oltre. Ma a una condizione, ricorda Carbone: «Se riesci a lavorare fino a 70-71 anni».

Reddito più alto e uscita anticipata

Il terzo caso riguarda chi guadagna 2.000 euro netti al mese per 13 mensilità e lavora senza interruzioni. Qui la pensione maturata è sufficiente a superare la soglia della pensione anticipata contributiva: il lavoratore può uscire tre anni prima della vecchiaia, poco sopra i 67 anni. L’assegno pubblico è più alto in valore assoluto, ma il tasso di sostituzione è più basso, perché si lavora meno anni e i coefficienti di trasformazione sono meno favorevoli.

Per un 25enne, la pensione pubblica è stimata a 1.389 euro netti, pari al 69% dell’ultimo reddito. Con il fondo si sale al 100% con basso rischio e al 112% con rischio medio:dai 607 agli 848 euro netti in più al mese. Significa passare da quasi 1.400 euro a circa 2.000 euro, o addirittura oltre 2.200. Per un 30enne si va dal 71 al 96% o al 104%, da 493 a 658 euro aggiuntivi. Per un 35enne dal 72 al 93% o al 99%, da 416 a 535 euro in più.

La scelta dei 60 giorni

La previdenza complementare non cancella il problema delle carriere povere o discontinue. Non evita a molti giovani l’uscita dopo i 70 anni. Ma può trasformare una pensione pubblica fragile in un assegno complessivo molto più vicino all’ultimo stipendio.

Dal primo luglio, per i neoassunti, quella scelta avrà 60 giorni di tempo. Poi scatterà l’automatismo. Fermo restando che – come sempre e a maggiore ragione nel sistema contributivo – un lavoro buono (ben retribuito e senza buchi) è la migliore garanzia di una buona pensione.

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