Ferrari: “A Times Square ho pianto, Bending Spoons sarà la più grande d’Italia”
di Filippo SantelliROMA – «La cosa che mi ha dato una carica enorme, e fatto piangere, è il senso di appartenenza e di gioia collettiva», racconta Luca Ferrari, 41 anni, cofondatore e Ceo di Bending Spoons, il giorno dopo la quotazione record al Nasdaq della società tech milanese che acquisisce, ristruttura e rilancia aziende digitali in stallo.
Non ha suonato lei la famosa campanella...
«Abbiamo portato a New York tutti gli “spooner” (i lavoratori, ndr) che potevano venire, per festeggiare insieme. Al Nasdaq non avevano mai viso una cosa del genere: eravamo più di 550, cento sul palco e io fuori in Times Square con gli altri. Quando Laura, una collega, ha suonato la campanella è partito un grande applauso, anima e corpo. Anche nello sport sono un romantico, mi piacciono le squadre dove non c’è un campione ma che vincono giocando insieme».
ROMA – «La cosa che mi ha dato una carica enorme, e fatto piangere, è il senso di appartenenza e di gioia collettiva», racconta Luca Ferrari, 41 anni, cofondatore e Ceo di Bending Spoons, il giorno dopo la quotazione record al Nasdaq della società tech milanese che acquisisce, ristruttura e rilancia aziende digitali in stallo.
Non ha suonato lei la famosa campanella...
«Abbiamo portato a New York tutti gli “spooner” (i lavoratori, ndr) che potevano venire, per festeggiare insieme. Al Nasdaq non avevano mai viso una cosa del genere: eravamo più di 550, cento sul palco e io fuori in Times Square con gli altri. Quando Laura, una collega, ha suonato la campanella è partito un grande applauso, anima e corpo. Anche nello sport sono un romantico, mi piacciono le squadre dove non c’è un campione ma che vincono giocando insieme».
Qual è la chiave del percorso che ha portato una startup fondata da quattro amici fin lì?
«Il vero vantaggio competitivo della nostra “piattaforma” sono proprio le persone, più ancora delle tecnologie che abbiamo costruito nel tempo, e ora accelerato con l’IA, o dei dati. Quando acquisisci un’azienda che non ha più energia e ci porti dentro talento e voglia di fare succedono miracoli. È difficile da spiegare, ma chiunque lo vive diventa un “believer”, ci crede».
Il primo giorno il titolo è salito del 40%, ieri ha perso l’11%, ma la valutazione resta ben sopra i 20 miliardi. Così alta mette pressione?
«Non ci ho pensato davvero. Da un lato potrei preferire un prezzo basso, per la sfida di dimostrare che valiamo di più, dall’altro mi fa piacere vedere riconosciuto un valore. Vediamo dove saremo tra sei mesi, i mercati sono imprevedibili, un giorno sei eroe e un giorno un cretino, quindi oggi non mi esalto e se andremo giù del 30% non mi cospargerò il capo di cenere».
In ogni caso i multipli sono stellari. Avete chiuso il 2025 con un fatturato di 1,3 miliardi di dollari.
«Credo sia un errore prendere i nostri numeri dello scorso anno e confrontarli con i multipli di aziende che non crescono: noi stiamo raddoppiando fatturato e profitti operativi, bisogna ragionare sul medio termine».
La quotazione cosa cambia?
«Il miliardo che abbiamo raccolto non cambia tanto: ne avevamo più di tre già pronti da investire. Ma la quotazione era un passaggio obbligato perché una società quotata ha migliori condizioni sul debito, che noi usiamo in modo incrementale insieme alla cassa per finanziare nuovi acquisizioni. Inoltre, se mai valuteremo un aumento di capitale lo potremo fare da una posizione più vantaggiosa rispetto a una società privata».
Il debito è una chiave della vostra strategia: con tassi più alti può essere più pesante da gestire?
«Trovo il tema un po’ esagerato. Tutto il nostro debito è “hedged” (assicurato rispetto ai tassi, ndr) e finora abbiamo realizzato ritorni del 25% al lordo della leva: anche se gli interessi salissero da un 8 a un 12% avremmo spazio. Non siamo un business sul filo del rasoio».
Ha detto che avete nel radar mille potenziali prede. Aumenterete ancora il ritmo di acquisizioni?
«Nel mondo ideale manterremo un passo simile, in media 5 l’anno, di dimensione crescente. Non dipende solo da noi, ma sono ottimista: quelle mille aziende non sono l’ipotesi astratta di un consulente, ma una lista di nomi che abbiamo».
Arrivare in Borsa è una pietra miliare. La prossima?
«Internamente abbiamo molti obiettivi concreti, ma se parliamo di aspirazioni direi riuscire a diventare l’azienda italiana con la valutazione più alta».
Perché in Italia una startup che sfonda come voi è un’eccezione?
«So le cose che abbiamo fatto bene, ma non so dire perché gli altri non le facciano. Una è essere molto ambiziosi da subito: noi volevamo diventare in 30 anni un’altra Berkshire Hathaway (il conglomerato di Warren Buffett, ndr) e avevamo un piano per riuscirci. In Italia gli imprenditori pensano in piccolo. L’altra cosa è puntare davvero sulle persone, mentre vedo aziende con mentalità padronale e altre in cui si è per forza tutti uguali».
Siete quotati negli Stati Uniti e molte delle vostre app sono americane. Non è che vedremo il quartier generale spostarsi oltre Atlantico e lasciare Milano?
«Non c’è alcun piano in questo senso e sarebbe una scelta contro il cuore: siamo ben contenti così».