Sanità digitale, 5G e fibra: la pagella dell’Europa all’Italia digitale tra progressi e ritardi
di Alessandro LongoROMA – L’Italia digitale cresce, ma in fatto di innovazione resta un Paese sghembo. A due velocità. Lo dice la Commissione europea nel report annuale 2026 (Stato del Decennio Digitale) che è l’appuntamento consueto, il principale, per capire come siamo messi in questo settore così importante per il nostro futuro.
Non a caso è arrivato anche l’annuncio del responsabile all’innovazione al Governo, il sottosegretario Alessio Butti: “L’Italia accelera: superata la media Ue su servizi digitali, 5G, sanità digitale e fibra ottica – ha scritto in una nota – L’Europa riconosce i risultati raggiunti dall’Italia grazie agli investimenti del Pnrr e a una strategia fondata su infrastrutture moderne, servizi semplici e regole chiare per l’innovazione”.
Vero, ma è solo parte della fotografia. L’altra parte sono i perduranti ritardi in altre aree.
Una pagella a luce e ombre
Scrive la Commissione che "negli ultimi anni l’Italia ha compiuto notevoli progressi nel campo della digitalizzazione, in parti…
ROMA – L’Italia digitale cresce, ma in fatto di innovazione resta un Paese sghembo. A due velocità. Lo dice la Commissione europea nel report annuale 2026 (Stato del Decennio Digitale) che è l’appuntamento consueto, il principale, per capire come siamo messi in questo settore così importante per il nostro futuro.
Non a caso è arrivato anche l’annuncio del responsabile all’innovazione al Governo, il sottosegretario Alessio Butti: “L’Italia accelera: superata la media Ue su servizi digitali, 5G, sanità digitale e fibra ottica – ha scritto in una nota – L’Europa riconosce i risultati raggiunti dall’Italia grazie agli investimenti del Pnrr e a una strategia fondata su infrastrutture moderne, servizi semplici e regole chiare per l’innovazione”.
Vero, ma è solo parte della fotografia. L’altra parte sono i perduranti ritardi in altre aree.
Una pagella a luce e ombre
Scrive la Commissione che "negli ultimi anni l’Italia ha compiuto notevoli progressi nel campo della digitalizzazione, in particolare per quanto riguarda la diffusione della fibra ottica fino all’abitazione, la digitalizzazione delle Pmi e l’adozione del cloud e dell’analisi dei dati. Su questi indicatori, l’Italia supera la media dell’Ue”. “Il Paese beneficia inoltre di solide basi industriali e di ricerca e dispone di risorse in tecnologie strategiche, in particolare semiconduttori, calcolo ad alte prestazioni e tecnologia quantistica”. “I suoi servizi pubblici digitali sono ben sviluppati, compresi l’identità digitale avanzata e la sanità digitale”.
Belle parole, ma: “Nonostante una crescita promettente, persistono alcune debolezze strutturali, tra cui la scarsa copertura fibra nelle aree rurali, competenze digitali di base inferiori alla media dell’Ue e un’adozione e un’integrazione disomogenee delle tecnologie avanzate nelle operazioni aziendali”. Aspetto notevole: quei ritardi non sono un problema in sé; ma sono in contraddizione, almeno in parte, con le aree di forza.
“Queste sfide rischiano di ritardare la piena diffusione della fibra ottica, di ampliare le disuguaglianze e di frammentare l’ecosistema digitale nazionale”, spiega la Commissione. Se la fibra cresce ma le competenze digitali sono basse, tra persone e aziende, poi è poco utilizzata. In Italia il tasso di adozione della fibra è ai minimi, in Europa.
Passare dalle reti all’adozione
Tema emerso anche il 24 giugno all'evento Telco per L'Italia (organizzato da Nextwork360), dove i principali operatori telefonici e lo stesso Butti hanno riconosciuto il ruolo delle telecomunicazioni in questo frangente. "Bisogna avere il coraggio di trasformare le tlc in valore economico e sociale", ha detto Butti. Qui c'è il problema. Gli investimenti pubblici e privati nelle reti hanno portato risultati di copertura fibra ormai adeguati, ma gli effetti non si misurano ancora sul tessuto produttivo del Paese. La bassa adozione della fibra è un fattore, ma ce ne sono altri, come la difficoltà di fare entrare davvero le tecnologie, anche una volta adottate, nei processi industriali e renderli più efficienti.
Le Pmi italiane sono finalmente passate al cloud e altre tecnologie consolidate, persino meglio rispetto alla media Ue, dicono i nuovi dati europei; ma sono in ritardo sull’uso dell’IA generativa, che è l’innovazione più recente. Ancora la Commissione: “Sono troppo poche le Pmi che hanno raggiunto livelli molto elevati di intensità digitale”. Carenze che minano la “capacità di realizzare innovazioni e guadagni di produttività”. Non basta adottare le tecnologie se poi non si riesce a sfruttarle a fondo.
Una via a cui stanno lavorando diversi soggetti (come detto all'evento da Fibercop, Openfiber, Sirti, Salesforce) è sviluppare sulla rete sistemi più avanzati, servizi e capacità di calcolo (come mini datacenter locali) vicini alle esigenze reali dei nostri distretti industriali. Per favorire così un'adozione che sia davvero portatrice di valore economico per il territorio.
Servirà probabilmente anche "un maggiore ruolo del Governo e dell'Ue, per rafforzare le nostre reti telefoniche, pilastro di una possibile crescita per la nostra economia", dice Andrea Rangone, professore del Politecnico di Milano. Un tema è quello del rinnovo delle frequenze, in passato assegnate dallo Stato con altissimi costi per gli operatori. "Una scelta che ha contribuito alla fragilità economica di quest'infrastruttura, così importante", dice Rangone. Messaggio recepito dal Governo, che - ha detto Butti - "valuta un rinnovo a costi bassi o nulli per gli operatori, in cambio però di investimenti, ad esempio nelle reti 5G ‘standalone’ (ossia 5G "puro", migliore di quello ora disponibile da noi)", che in Italia è meno diffuso rispetto al resto dell'Europa.
La pagella europea
Bene per la fibra ottica, si diceva. Nel 2025 la copertura in fibra fino all’abitazione ha raggiunto il 77,6%, sopra la media Ue del 74,1%. Anche il 5G di base (non "puro") è ormai quasi universale: 99,8% della popolazione, contro il 96,8% europeo. È un risultato rilevante per un Paese che per anni ha pagato il ritardo infrastrutturale e la dipendenza dalla rete in rame.
La fotografia cambia quando si guarda alle aree rurali. Qui la copertura in fibra arriva al 44,5%, molto sotto la media Ue del 62,6%. Per Bruxelles questo resta uno dei punti più delicati: senza l’ultimo tratto di rete e senza una maggiore adozione della fibra da parte degli utenti, il rischio è avere infrastrutture finanziate ma non abbastanza usate, con un divario territoriale che si sposta dalla disponibilità tecnica alla qualità effettiva dell’accesso.
Le Pmi italiane con almeno un livello base di digitalizzazione sono il 79,5%, sopra la media Ue del 71,4%. Anche il cloud mostra una performance forte: lo usa il 68,1% delle imprese considerate, contro il 46,7% europeo. L’analisi dei dati arriva al 42,7%, poco sopra la media Ue del 39,9%.
Il limite, come detto, è nella profondità dell’uso. Molte aziende adottano strumenti digitali, ma non li integrano ancora nei modelli di business, nei processi decisionali e nella crescita di scala. L’IA è il segnale più evidente: l’adozione è raddoppiata, dal 8,2% al 16,4%, ma resta sotto la media Ue del 20% e lontana dall’obiettivo italiano del 60% al 2030.
La debolezza più sociale, e forse più difficile da correggere, riguarda le persone. Solo il 54,3% degli italiani possiede almeno competenze digitali di base, contro il 60,4% della media Ue. Il miglioramento c’è stato, ma il distacco resta ampio e colpisce soprattutto chi ha livelli di istruzione più bassi, gli anziani, alcune aree del Paese e le zone rurali.
Ecco perché la Commissione parla di rischio diseguaglianze crescenti. Se servizi pubblici, sanità, pagamenti, identità digitale e lavoro si spostano sempre più online, una quota ampia della popolazione rischia di restare dipendente da intermediari, sportelli fisici o reti familiari.
La Commissione cita tra le misure positive la Rete dei punti di facilitazione digitale, arrivata a circa 4.000 punti attivi e a circa 2,5 milioni di persone supportate. Bruxelles però chiede di consolidarla come infrastruttura permanente, non come intervento legato a una stagione di fondi straordinari.
Ancora più critico è il dato sugli specialisti Ict: in Italia sono il 3,8% degli occupati, contro il 5% europeo. Il report segnala anche la sottorappresentazione delle donne negli studi e nelle carriere tecnologiche. Senza più tecnici, ingegneri, data specialist, esperti di sicurezza e profili IA, l’adozione delle tecnologie avanzate rischia di fermarsi alla superficie.
La partita economica è enorme. L’Italia destina al digitale il 26,5% del proprio piano di ripresa e resilienza, pari a 49,8 miliardi di euro. A questi si aggiungono 6,1 miliardi della politica di coesione, il 14% del totale nazionale destinato a quei fondi. La roadmap italiana per il Decennio digitale comprende 67 misure per un bilancio complessivo di 62,3 miliardi, pari al 2,84% del Pil.
Questi numeri spiegano perché Bruxelles insista sulla continuità degli investimenti. Il meccanismo per la ripresa e la resilienza si avvicina alla chiusura e il rischio, per l’Italia come per altri Paesi, è una frenata proprio quando le infrastrutture entrano nella fase più difficile: manutenzione, adozione, competenze, semplificazione dei processi e misurazione dei risultati.
Le raccomandazioni per il dopo-Pnrr
Le raccomandazioni della Commissione all’Italia seguono cinque linee principali. La prima è la connettività: completare la fibra su tutto il territorio, colmare il divario rurale, favorire l’adozione effettiva da parte degli utenti, accompagnare la dismissione del rame e spingere il 5G standalone (il più evoluto, dove l’Italia è in ritardo nell’UE), necessario per applicazioni industriali più avanzate.
La seconda riguarda competenze e specialisti. Bruxelles chiede più formazione digitale di base, più riqualificazione dei lavoratori pubblici e privati, più percorsi tecnici e universitari allineati al mercato e più partecipazione femminile nelle carriere tecnologiche.
La terza è l’IA. L’Italia deve rendere operativo il quadro nazionale di governance, sostenere l’adozione nelle imprese, soprattutto nelle pmi, e promuovere casi d’uso in settori come manifattura e robotica. Non basta avere supercalcolo, ricerca e fondi: il passaggio decisivo è portare l’IA nei processi produttivi.
La quarta e la quinta raccomandazione guardano alla sovranità tecnologica: quantistica e semiconduttori. L’Italia ha un ecosistema industriale e di ricerca riconosciuto, ma deve rafforzare il collegamento tra università, centri di ricerca, imprese e pmi, integrandosi meglio nelle filiere europee.
Resta infine un dato poco rassicurante: secondo il report, l’Italia ha dato seguito solo al 13% delle otto raccomandazioni formulate dalla Commissione nel 2025, pur avendo introdotto alcune nuove misure. È il punto che riassume la sfida italiana. Il Paese dispone di reti, fondi, imprese e competenze industriali per giocare una partita più alta nel digitale europeo. Deve ora dimostrare di saper eseguire con continuità, chiudendo i divari che rendono ancora diseguale l’accesso al futuro digitale.