Per anni, ci siamo chiesti non se, ma quando l'Ucraina sarebbe crollata e Putin sarebbe entrato da trionfatore a Kiev. Adesso, anche commentatori prudenti si chiedono, senza troppa circospezione, non se, ma quando sarà Putin a gettare la spugna.
La pace pare lontana
Una pace appare ancora lontana, ma, intanto, l'impressione è di un ribaltone, dove si è rivelata inefficace anche la sponda offerta a Mosca da Donald Trump.
I fattori decisivi sono molti: la capacità dell'Europa di sostituire i propri aiuti finanziari alla marcia indietro americana, l'inventiva e la reattività dell'apparato militare-industriale ucraino contro l'impreparazione e l'approssimazione di quello russo, la farraginosità strategica dell'esercito di Putin.
Per anni, ci siamo chiesti non se, ma quando l'Ucraina sarebbe crollata e Putin sarebbe entrato da trionfatore a Kiev. Adesso, anche commentatori prudenti si chiedono, senza troppa circospezione, non se, ma quando sarà Putin a gettare la spugna.
La pace pare lontana
Una pace appare ancora lontana, ma, intanto, l'impressione è di un ribaltone, dove si è rivelata inefficace anche la sponda offerta a Mosca da Donald Trump.
I fattori decisivi sono molti: la capacità dell'Europa di sostituire i propri aiuti finanziari alla marcia indietro americana, l'inventiva e la reattività dell'apparato militare-industriale ucraino contro l'impreparazione e l'approssimazione di quello russo, la farraginosità strategica dell'esercito di Putin.
In affanno l’economia russa, non ucraina
Ma, come spesso accade in guerra, il confronto cruciale avviene lontano dalla prima linea, anche dalle retrovie. La guerra ha risucchiato e spento l’economia russa, mentre quella ucraina restava, comunque, in piedi. Ovvero: la battaglia si combatte nelle fabbriche e nelle banche e non la sta vincendo la Russia.
Dopo il calo secco di quasi il 30 per cento nell'anno dell'invasione, l’economia ucraina ha ripreso a crescere, sia pure a ritmi rallentati. Nel primo trimestre di quest'anno, per la prima volta dall'inizio della guerra, il Pil, in realtà, è diminuito dello 0,6 per cento, rispetto ad un anno fa. Tuttavia, secondo l'Ukraine War Economic Tracker del Centre for Economic Strategy, lo sviluppo previsto per il 2026 è dell'1,3 per cento. L'Ocse è appena più prudente: 1 per cento. Nel 2027, comunque, si dovrebbe tornare vicini al 3 per cento. L'inflazione è all'8 per cento (ma nel 2022 era il 20 per cento) e poiché i tassi della banca centrale sono al 15 per cento, il costo reale del denaro, per le imprese, è il 7 per cento. Il deficit pubblico è pari al 20 per cento del Pil.
Tempi difficili, insomma. Ciò che conta, però, è che per la Russia sono peggiori. Finito il boom artificiale della spesa militare, l'economia russa sta perdendo velocemente quota. Secondo il monitoraggio del Kiel Institute tedesco, “non si può parlare di collasso, ma le fondamenta strutturali si stanno erodendo in fretta”.
L'economia ha smesso di crescere. Nel primo trimestre del 2026, c'è stata una contrazione dello 0,3 per cento, nonostante un aumento della spesa pubblica del 44 per cento, rispetto ad un anno fa. Lo stesso Putin ha previsto un arretramento dello 0,4 per cento per quest'anno. Intanto, esplode – fra investimenti per la difesa e sussidi a militari ed ex – il deficit pubblico: a marzo, aveva già raggiunto il tetto previsto per l'intero 2026. Secondo il Kiel Institute, insomma,l'attuale situazione macroeconomica “non è sostenibile”. I tassi di interesse sono al 14-14,5 per cento contro una inflazione ufficiale al 5,5 per cento. Per le imprese, vuol dire tassi reali intorno al 9 per cento. Molte aziende, ormai, pagherebbero interessi sui debiti superiori ai propri margini operativi.
Alla Cina un terzo dell’export russo
I segnali più evidenti della stretta sono due. Il primo è lo svuotamento del tesoretto rappresentato dal fondo nazionale contro gli shock petroliferi. Al momento dell'invasione equivaleva al 6,5 per cento del Pil. Oggi si è ridotto all'1,8 per cento, più di due terzi in meno. In sostanza, Putin non ha più un cuscinetto di riserva per la spesa pubblica e l'unica ciambella di salvataggio – segnale numero due - è la Cina, che ormai rappresenta il 35 per cento del commercio estero russo, una posizione che consente a Pechino di strangolare Mosca, imponendo prezzi stracciati e una ipoteca politica pesantissima.
Il nodo del gas e del petrolio
Alla base della deriva russa c'è, naturalmente, il progressivo esaurimento della risorsa principale, quella macchina sfornasoldi che sono le esportazioni di gas e petrolio. Nel primo trimestre, i redditi relativi – spina dorsale del bilancio russo – sono diminuiti del 45 per cento, rispetto ad un anno fa. Neanche il boom del barile, dopo il blocco dello stretto di Hormuz, è riuscito a chiudere il buco, semplicemente perché la Russia non aveva i barili da esportare.
Come mai? Per l’offensiva dei droni ucraini. L'attacco di Kiev alle raffinerie russe è stato, forse, l'atto più importante dell'ultimo anno di guerra. A tratti, gli ucraini sono riusciti a mettere fuori uso fino al 40 per cento delle esportazioni di prodotti raffinati, la scappatoia principale di Mosca contro le sanzioni. Neanche la rinuncia ad esportare, però, è bastata ad evitare a Putin l’umiliazione di razionare il diesel alle pompe del Paese e finanche di reimportare benzina da uno dei maggiori clienti del suo greggio, l'India. Ai distributori si segnalano risse fra gli automobilisti in fila.
La remota “operazione speciale” è diventata, per i russi, il motivo concreto e presente dell'impossibilità di andare a fare la spesa al supermercato in macchina. Non sarebbe il primo scontro geopolitico che si decide alla pompa. Straordinario che gli ucraini siano riusciti a dare il ruolo di protagoniste alle pompe russe.