I rinnovi contrattuali nel pubblico non bastano: l’inflazione si mangia gli aumenti
a cura di Osservatorio Conti Pubblici ItalianiIl 9 giugno è stata sottoscritta l’ipotesi di Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) per il personale del comparto delle Funzioni centrali per il triennio 2025-2027. L’accordo, che è stato siglato dall’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) e dalle principali organizzazioni sindacali, interesserà circa 205mila lavoratori e entrerà in vigore dopo i controlli della Ragioneria Generale dello Stato e della Corte dei Conti. È probabile che questo contratto influenzi anche i rinnovi contrattuali negli altri comparti del pubblico impiego.
Aumenti in termini nominali e al netto dell’inflazione
Il nuovo contratto comporta un ulteriore incremento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, dopo quello…
Il 9 giugno è stata sottoscritta l’ipotesi di Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) per il personale del comparto delle Funzioni centrali per il triennio 2025-2027. L’accordo, che è stato siglato dall’Aran (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) e dalle principali organizzazioni sindacali, interesserà circa 205mila lavoratori e entrerà in vigore dopo i controlli della Ragioneria Generale dello Stato e della Corte dei Conti. È probabile che questo contratto influenzi anche i rinnovi contrattuali negli altri comparti del pubblico impiego.
Aumenti in termini nominali e al netto dell’inflazione
Il nuovo contratto comporta un ulteriore incremento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, dopo quello introdotto con il rinnovo del Ccnl 2022-2024 firmato a gennaio dello scorso anno. Il contratto prevede un aumento complessivo della massa salariale del 5,4% rispetto al 2024. Non sono disponibili informazioni pubbliche sul corrispondente aumento medio previsto per le retribuzioni individuali per occupato, ma a meno di ipotizzare un improbabile calo dell’occupazione nelle Funzioni centrali, tale aumento non dovrebbe superare il 5,4%. È un incremento inferiore alla crescita dei prezzi al consumo prevista nello stesso periodo: secondo previsioni della Banca d’Italia, nel 2027 il livello dei prezzi sarà superiore del 6,8% rispetto al 2024. Quindi, al netto dell’inflazione, il livello delle retribuzioni pubbliche scenderebbe, raggiungendo un minimo storico pluriventennale (Fig.1).
Al tempo stesso sono state introdotte nuove misure a favore dei dipendenti pubblici: l’indennità di turno anche durante le ferie, sette ore di permesso per gli screening oncologici degli over 50, due giorni di ferie in più per i nuovi assunti e corsi di formazione per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Un confronto con gli andamenti delle retribuzioni nel settore privato
Per l’insieme dei dipendenti pubblici, le retribuzioni contrattuali reali sono scese quasi senza interruzioni dopo il picco del 2009-2010, con la sola eccezione di una breve ripresa tra il 2017 e il 2020 (Fig.2). Nel settore privato, invece, la dinamica è meno sfavorevole: dopo una prima flessione, dal 2013 inizia una fase di crescita che porta le retribuzioni reali, nel 2020, al di sopra dei livelli di dieci anni prima.
In entrambi i settori, la caduta più forte si concentra nel triennio 2021-2023, quando l’accelerazione dei prezzi non viene compensata con la stessa rapidità dagli aumenti contrattuali. La perdita è più marcata nel privato, dove le retribuzioni reali diminuiscono di circa il 10%, contro il 6,8% nel pubblico. Il recupero successivo è però più rapido nel settore privato. Ipotizzando che le retribuzioni nel settore pubblico nel triennio 2025-27 si muovano in linea con gli aumenti concessi ai dipendenti delle Funzioni centrali e che quelle per il settore privato seguano lo stesso tasso di crescita del 2025, il rapporto tra retribuzioni pubbliche e private scenderebbe ulteriormente, collocandosi su un livello del 13% inferiore a quello di vent’anni prima (Fig.3).