La prima ragione dell’enorme successo di WhatsApp è la sua gratuità. E non intendo soltanto che nessun euro è stato mai speso per mandare in giro tutta la robaccia che abbiamo scritto e visto là sopra. Intendo la sua gratuità sul piano morale. Quanto volte ci è capitato di pensare non lo /la chiamo ma gli/le mando un messaggio WhatsApp o peggio ancora un vocale? Per quanto la nostra infingardaggine ci faccia credere che lo facciamo per risparmiare tempo, la verità è che WhatsApp è una perfetta macchina per la smaterializzazione. Dov’è davvero quel luogo metaforizzato da un sfondo beige con animaletti, fruttini, gelati e altre infantili amenità sul quale digitiamo la nostra incapacità di essere adulti? È solo il più diffuso - perché alla portata di qualsiasi stolto - spazio grigio che sta tra il nostro io e la totale virtualità, il più efficace nel renderci vertiginosamente vigliacchi. Adesso che questa nuova funzione ci permetterà addirittura di usare un nickname per nasconderci megli…
La prima ragione dell’enorme successo di WhatsApp è la sua gratuità. E non intendo soltanto che nessun euro è stato mai speso per mandare in giro tutta la robaccia che abbiamo scritto e visto là sopra. Intendo la sua gratuità sul piano morale. Quanto volte ci è capitato di pensare non lo /la chiamo ma gli/le mando un messaggio WhatsApp o peggio ancora un vocale? Per quanto la nostra infingardaggine ci faccia credere che lo facciamo per risparmiare tempo, la verità è che WhatsApp è una perfetta macchina per la smaterializzazione. Dov’è davvero quel luogo metaforizzato da un sfondo beige con animaletti, fruttini, gelati e altre infantili amenità sul quale digitiamo la nostra incapacità di essere adulti? È solo il più diffuso - perché alla portata di qualsiasi stolto - spazio grigio che sta tra il nostro io e la totale virtualità, il più efficace nel renderci vertiginosamente vigliacchi. Adesso che questa nuova funzione ci permetterà addirittura di usare un nickname per nasconderci meglio, quanto ci vorrà perché anche WhatsApp si trasformi nell’ennesimo social, dove con due spinte del pollicione produciamo monnezza di cui non ci sentiamo responsabili? La domanda è: come facevamo prima di WhatsApp, per chi ancora se lo ricorda? Telefonavamo.
Sì, c’erano gli sms ma non hanno mai davvero attecchito perché, appunto, erano a pagamento. E quindi ogni volta che scrivevamo i nostri pusillanimi “come va”, dovevamo cacciare qualche centesimo. Risultato? Non lo mandavamo. E se volevamo davvero sapere come stava qualcuno gli telefonavamo. E così per i messaggi con cui avvertiamo di essere ancora vivi, di stare proprio in quell’istante pensando alla persona a cui li mandiamo, o che è andato tutto bene o tutto male. Mandiamo messaggi per dire stasera non posso, così da non dover spiegare perché. O tra noi è finito tutto, perché seppure le parole scritte dovrebbero essere più resistenti di quelle dette, più longeve, è molto più facile retrocedere da un messaggio che non da una vera litigata, o un abbandono gridato scendendo da una macchina o sbattendo una porta. Per diverse ragioni, e la prima è che un messaggio per sua natura si presta a un’infinità di interpretazioni.
Considerato che la maggior parte di noi ha con la scrittura lo stesso rapporto che ha con la chirurgia della mano, WhatsApp produce un intero campionario di punti esclamativi, paratassi da togliere il fiato, refusi non districabili, fino alla totale, salvifica, incomprensibilità. Ed è per questo che anche quelli che hanno fatto il classico si applicano, in certi casi, a rendere il contenuto nebbioso fino alla inutilità. Questo ha costretto tutti noi, per un motivo o per l’altro ad applicarsi per ore, a volte giorni, alla estenuante ermeneutica del messaggino WhatsApp. È tutto un forse voleva dire questo, forse voleva dire quest’altro. Per non parlare degli emoticon, la cui natura è geneticamente sfuggevole, o le maledette Gif, che Dio ci perdoni per averle anche solo immaginate. Non voglio dire che si stava meglio quando c’era solo il telefono, ma sfido chiunque a sostenere che scambiarsi vocali per un pomeriggio intero sia più agile, efficace e soprattutto soddisfacente di una vera conversazione. Il punto è che tra un messaggio e l’altro noi adesso ci infiliamo la vita, la nostra. Il pollo arrosto che non deve bruciare, il bambino che sta andando troppo al largo, l’altro amante che a sua volta si produce nel carosello di vocali. Siamo diventati così, c’è poco da fare. La prima vittima del mondo a forma di WhatsApp è l’esclusività. Ma forse l’esclusività è comunque merce avariata e WhatsApp non è un “un’app di messaggistica istantanea per smartphone che permette di inviare testi, immagini, audio, video e fare telefonate e videochiamate tramite connessione Internet, gratuitamente” ma la nostra backroom. La peggiore, la più spaventosa.