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Abu Dhabi investe nella difesa. E sigla alleanze anche in Italia

Abu dhabi skyline waterfront. 

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Edge, il colosso industriale controllato dal governo, vuole investire nell’industria della sicurezza europea
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Obiettivo Europa, prospettiva Italia. Edge, il gruppo della difesa nato nemmeno sette anni fa ad Abu Dhabi punta a non essere più soltanto un campione nazionale degli Emirati, ma un operatore che mette piede nel continente nel momento in cui l’Europa scopre di dover riarmare magazzini, fabbriche e catene di fornitura. Proprio ad Abu Dhabi, nel quartier generale del gruppo che conta oltre 14 mila dipendenti e 4,9 miliardi di dollari di fatturato, il Cfo Rodrigo Torres spiega le mosse del gruppo — controllato dal governo degli Emirati — in uno scenario dove la difesa resta un’industria di metallo, ma sempre più interconnessa con software, sensori, dati e capacità industriale.

La nuova testa europea del gruppo, Edge Europe, sarà a Parigi, con un polo ingegneristico e manifatturiero a Bordeaux. Non è una scelta ornamentale. La Francia resta uno dei pochi Paesi europei dove industria, Stato e difesa procedono ancora dentro una grammatica comune, e infatti l’apertura della sede è stata acco…

Obiettivo Europa, prospettiva Italia. Edge, il gruppo della difesa nato nemmeno sette anni fa ad Abu Dhabi punta a non essere più soltanto un campione nazionale degli Emirati, ma un operatore che mette piede nel continente nel momento in cui l’Europa scopre di dover riarmare magazzini, fabbriche e catene di fornitura. Proprio ad Abu Dhabi, nel quartier generale del gruppo che conta oltre 14 mila dipendenti e 4,9 miliardi di dollari di fatturato, il Cfo Rodrigo Torres spiega le mosse del gruppo — controllato dal governo degli Emirati — in uno scenario dove la difesa resta un’industria di metallo, ma sempre più interconnessa con software, sensori, dati e capacità industriale.

La nuova testa europea del gruppo, Edge Europe, sarà a Parigi, con un polo ingegneristico e manifatturiero a Bordeaux. Non è una scelta ornamentale. La Francia resta uno dei pochi Paesi europei dove industria, Stato e difesa procedono ancora dentro una grammatica comune, e infatti l’apertura della sede è stata accompagnata da un accordo con la Direction générale de l’armement. A Eurosatory, il grande salone parigino della difesa, Hamad Al Marar, Ceo e direttore generale di Edge, lo ha detto in modo chiaro: «L’Europa è unica, non si può lavorare sull’Europa dall’esterno». E ancora: «Siamo venuti per essere prime contractor, non subappaltatori». Tradotto: Edge non vuole limitarsi a vendere prodotti, ma sedersi al tavolo dove si definiscono programmi, filiere, tecnologie e sovranità industriale.

Una società europea

La filosofia è la stessa che Torres racconta ad Abu Dhabi. «La nostra idea è mostrare che stiamo diventando una società europea, perché abbiamo asset europei», dice. Il gruppo ha già acquistato Milrem Robotics in Estonia, Anavia in Svizzera, Flaris in Polonia, ha una joint venture con Indra in Spagna e ora guarda all’Italia anche attraverso una quota di maggioranza in Cmd, l’azienda di Atella, in Basilicata, specializzata in motori e sistemi di propulsione. L’operazione, soggetta alle autorizzazioni previste, riguarda l’80% del capitale e serve a costruire un polo europeo della propulsione: piccolo dettaglio apparentemente tecnico, ma decisivo in un’industria dove il motore è spesso il confine tra assemblare tecnologia altrui e possedere davvero capacità propria.

«L’idea è essere più locali», insiste Torres. Non solo uffici commerciali, dunque, ma ingegneri, produzione, ricerca. «Vogliamo assumere una squadra locale, gestire il business da lì, commercializzare i nostri prodotti e in futuro portare produzione, ricerca e sviluppo e altre capacità in Europa». E non è solo una scelta commerciale, perché, aggiunge Torres, «abbiamo molti accordi tra governi con l’Italia, la Spagna, l’Ungheria, la Francia e altri Paesi». È la formula con cui Edge prova a rispondere alla diffidenza naturale del continente verso i nuovi entranti, soprattutto quando arrivano da fuori Ue e in un settore dove l’acquirente finale è quasi sempre lo Stato. Del resto, l’Europa vuole più difesa comune, ma ogni Paese difende le sue aziende, i suoi brevetti, le sue autorizzazioni all’export, il suo pezzetto di sovranità. Per entrare in questo groviglio non basta il capitale: servono fabbriche, partner, licenze, pazienza diplomatica e una certa capacità di apparire meno stranieri di quanto dica il passaporto.

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Il capitolo Italia

L’Italia è già un capitolo importante di questa avanzata. Con Fincantieri è nata Maestral, joint venture ad Abu Dhabi partecipata al 51% da Edge e al 49% dal gruppo italiano, che ha già ottenuto un ordine da 400 milioni di euro per dieci pattugliatori destinati alla Guardia costiera emiratina. Poi è arrivato il memorandum sulle soluzioni subacquee: protezione delle infrastrutture critiche, mappatura dei fondali, sistemi unmanned, navi porta-droni e siluri leggeri. Sotto la superficie del mare passano cavi, condotte, dati e vulnerabilità: il vecchio dominio navale si è trasformato in un’infrastruttura strategica continua e Fincantieri cerca di portare lì la sua competenza, mentre Edge promette di offrire accesso ai mercati.

Con Leonardo il disegno è diverso ma complementare. La joint venture, anche in questo caso al 51% Edge e al 49% Leonardo, punta su sensori, sistemi integrati, piattaforme e tecnologie di difesa, e dovrebbe anche diventare piattaforma commerciale per l’aereo M-346 di Leonardo sui mercati internazionali vicini — in senso geografico o politico — agli Emirati. L’obiettivo dichiarato è di arrivare a oltre quattro miliardi di euro di ordini nel giro di cinque anni. «L’idea è usare le capacità di Leonardo in Italia e in altri luoghi assieme alle competenze che abbiamo qui», dice Torres. Non sostituire il sapere europeo, dunque, ma innestarlo su una piattaforma emiratina che vuole correre più veloce dei processi tradizionali. L’industria europea porta profondità tecnologica; Abu Dhabi porta capitale, committenza domestica, relazioni fuori dai mercati più battuti e una disponibilità al rischio che le grandi burocrazie pubbliche faticano spesso ad avere.

A Parigi, intanto, Edge ha firmato con Safran un primo impegno per due future joint venture, una negli Emirati e una in Francia, dedicate allo sviluppo di armi guidate di nuova generazione, a partire dall’evoluzione della famiglia Hammer, con estensioni verso sistemi aria-terra supersonici e armamenti per droni. È forse il passaggio più sensibile, perché entra nel cuore missilistico europeo, dove tecnologia, politica estera e controllo nazionale coincidono. Ed è il segnale che Edge vuole stare nei programmi che contano.

Resta la domanda decisiva: che cosa diventerà davvero questo gruppo emiratino in Europa? Un investitore industriale utile a ricostruire capacità perdute, come sostiene Al Marar quando dice che «ragionare in termini di anni non ha senso, noi parliamo di settimane e mesi»? Oppure un nuovo interlocutore nell’industria più sensibile che ci sia e quindi da sorvegliare con gli strumenti del golden power e con le cautele riservate ai settori strategici? Probabilmente entrambe le cose. La guerra in Ucraina ha mostrato che il continente ha perso magazzini, personale tecnico, capacità produttiva e velocità. Edge punta proprio a quel vuoto tra l’urgenza politica del riarmo e la lentezza fisica delle fabbriche. «In futuro la sede europea dovrà prendere in carico il nostro business in Europa», dice Torres. Se il piano riuscirà, Abu Dhabi non sarà più soltanto un cliente o un compratore. Diventerà un pezzo, nuovo e non privo di interrogativi, della difesa europea che sta nascendo.

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