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Alia Mentis, il fondatore Giuseppe Paronetto: “Spingeremo oltre i limiti creatività e materiali”

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L’azienda di Montebelluna opera nel settore difesa, auto e aerospazio. Nella prima settimana in Borsa ha guadagnato il 43%
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Fin dal nome Alia Mentis, un’altra mente, si propone di rompere gli schemi. E in effetti non è facile inquadrare questa azienda che a Montebelluna, provincia di Treviso, cuore del glorioso ma un po’ appannato distretto della calzatura sportiva, sviluppa, brevetta, industrializza e produce materiali innovativi per automotive, difesa ed aerospazio. Qualche giorno fa si è quotata sul segmento Growth di Borsa italiana dove ha raccolto 35 milioni, è cresciuta del 43% nella prima settimana e ha superato i 130 milioni di valutazione. «Nasciamo per superare i limiti materiali con cui si scontra il design industriale», spiega il fondatore Giuseppe Paronetto.

Che limiti?

«Prima di fondare Alia Mentis ho lavorato per 18 anni nel campo nel design per i settori spor…

Fin dal nome Alia Mentis, un’altra mente, si propone di rompere gli schemi. E in effetti non è facile inquadrare questa azienda che a Montebelluna, provincia di Treviso, cuore del glorioso ma un po’ appannato distretto della calzatura sportiva, sviluppa, brevetta, industrializza e produce materiali innovativi per automotive, difesa ed aerospazio. Qualche giorno fa si è quotata sul segmento Growth di Borsa italiana dove ha raccolto 35 milioni, è cresciuta del 43% nella prima settimana e ha superato i 130 milioni di valutazione. «Nasciamo per superare i limiti materiali con cui si scontra il design industriale», spiega il fondatore Giuseppe Paronetto.

Che limiti?

«Prima di fondare Alia Mentis ho lavorato per 18 anni nel campo nel design per i settori sportivo, medicale e dell’arredamento e la sfida più grande per l’atto creativo era sempre combattere con le limitazioni poste da fornitori e materiali, con il “questo non si può fare”. Nel 2012, tra gli strascichi della grande crisi, ho deciso di provare a superare quei problemi».

I materiali che avete sviluppato cosa permettono di fare?

«Il più recente, il koridion, è un materiale ultraleggero e dinamico quando riceve stress. Questo lo rende ideale per essere “l’anima” delle componenti in carbonio di un’automobile, riducendo di molto l’impiego degli altri materiali. Stiamo realizzando serie di prova per una grande multinazionale di cui non posso fare il nome, ma stiamo lavorando per essere validati su altri settori come la difesa - i droni - e l’aerospazio».

Siete più un laboratorio di ricerca o più una fabbrica?

«Dentro il nostro cubo nero laboratorio e produzione si fondono. Questo permette di sperimentare e testare in modo continuo. Non abbiamo fornitori».

Nel 2025 registrate un fatturato di 15 milioni. Non siete piccoli per giocare grandi partite?

«I 35 milioni raccolti con il collocamento li useremo in buona parte per installare nuove linee produttive, il resto per espandere i mercati, a cominciare dagli Usa».

Essere un’azienda innovativa in un’area a vocazione manifatturiera tradizionale è un limite?

«La scintilla e le competenze che hanno dato il via al nostro progetto vengono da quel mondo a “media” tecnologia. Nel 2026 il mondo è piatto e tutto collegato, non c’è alcun limite nello stare qui».

Neanche nell’attrarre talenti? I neolaureati preferiscono andare all’estero, dove si cresce di più e le paghe sono più alte.

«I ragazzi che lavorano da noi vengono direttamente dall’università e trovano un’azienda che fa ricerca, dà loro responsabilità, paga bene – da 2mila euro netti per un primo stipendio – e premia il merito. Ora siamo 50 ma il numero crescerà».

Poche imprese industriali italiane riescono a fare un salto simile verso attività a più alto tasso di ricerca e innovazione. Perché?

«Serve la capacità di cambiare pelle e investire, e forse negli anni ci siamo un po’ seduti, abituati ad essere fornitori di altri come i tedeschi, a farci trascinare da loro. Dobbiamo ricordarci che siamo bravi e creativi».

Anche la scelta di aprire il capitale o quotarsi è rara tra le nostre Pmi.

«Vive una logica della proprietà tradizionale, la paura di perdere il controllo. La Borsa è soprattutto un atto di fiducia verso se stessi».

Dalla Borsa italiana molti di questi tempi escono: troppi oneri burocratici?

«È un percorso educativo che obbliga a digitalizzarsi e certificarsi. Se non lo avesse fatto la Borsa ce lo avrebbero chiesto le multinazionali di cui vogliamo essere fornitori».

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