Vino, cala il consumo. L’enologo Cotarella: “I giovani non conoscono la cultura del bere a tavola”
di Leonardo RomanelliL’allarme lanciato dal presidente di Uiv Lamberto Frescobaldi, sulla necessità di riequilibrare produzione e domanda arriva in un momento delicato per il comparto, tra giacenze elevate, consumi in flessione e prezzi in calo. Uno scenario che richiede scelte strategiche per il futuro del vino italiano. Ne abbiamo parlato con Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi.
Presidente, il settore si trova con cantine piene e consumi in calo. Come ci si è arrivati?
«I numeri parlano chiaro e non si possono discutere. La causa principale è il calo dei consumi, un fenomeno strutturale. La produzione, più o meno, è rimasta stabile, ma è cambiato il modo di consumare vino. Oggi i giovani si avvicinano sempre meno a questo prodotto e non certo per colpa loro. È venu…
L’allarme lanciato dal presidente di Uiv Lamberto Frescobaldi, sulla necessità di riequilibrare produzione e domanda arriva in un momento delicato per il comparto, tra giacenze elevate, consumi in flessione e prezzi in calo. Uno scenario che richiede scelte strategiche per il futuro del vino italiano. Ne abbiamo parlato con Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi.
Presidente, il settore si trova con cantine piene e consumi in calo. Come ci si è arrivati?
«I numeri parlano chiaro e non si possono discutere. La causa principale è il calo dei consumi, un fenomeno strutturale. La produzione, più o meno, è rimasta stabile, ma è cambiato il modo di consumare vino. Oggi i giovani si avvicinano sempre meno a questo prodotto e non certo per colpa loro. È venuta meno quella cultura del vino che un tempo nasceva in famiglia, quando sulla tavola c’era sempre una bottiglia e si imparava il valore del consumo moderato e consapevole».
Quanto pesa il cambiamento culturale?
«Moltissimo. Oggi si tende a proibire anziché educare. Così il vino viene percepito quasi come un nemico, mentre si rischia di spingere i ragazzi verso bevande decisamente più pericolose, come superalcolici. Il vino è parte della nostra cultura alimentare e dovrebbe tornare a essere raccontato per quello che è: un prodotto da consumare responsabilmente, non il capro espiatorio di tutti i mali».
Quanto incidono, invece, i dazi e le difficoltà dei mercati esteri?
«Incidono, ma non sono la causa del problema. Un dazio del 10% sul prezzo del produttore si traduce in un aumento molto più contenuto sul prezzo finale. Il nodo vero resta la contrazione dei consumi. Se non affrontiamo quella, continueremo a rincorrere le emergenze senza risolvere il problema alla radice».
C’è poi il tema dei prezzi al consumo.
«Anche questo pesa. In troppi casi i ricarichi lungo la filiera diventano eccessivi e il vino rischia di trasformarsi da prodotto popolare a bene riservato a pochi. Se vogliamo riportare il vino sulle tavole, deve restare accessibile».
Le giacenze rappresentano anche un problema dal punto di vista enologico?
«Non è solo una questione di spazio in vista della nuova vendemmia. Molti vini, soprattutto i bianchi e quelli di pronta beva, sono pensati per essere consumati entro pochi mesi. Mantenerli troppo a lungo significa correre il rischio che perdano freschezza e qualità. Per questo è fondamentale affrontare il problema adesso, con una strategia condivisa da tutta la filiera. Serve unità di intenti: soltanto così potremo riportare equilibrio al settore».