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Crescita fragile per l’Italia, imprese con meno profitti: il conflitto pesa sui prezzi

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È l’istantanea precaria che emerge dall’ultima nota dell’Istat. A maggio l’industria torna a far fatica: -0,3%
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ROMA – Si può vedere il bicchiere mezzo pieno: nonostante tutto l’economia italiana tiene. Oppure mezzo vuoto: una crescita da zero virgola, debole e fragile, che un prolungamento indefinito della crisi in Medio Oriente, con relativa volatilità dei prezzi energetici, minaccia di deprimere ancora di più. È la precaria istantanea che emerge dall’ultima nota dell’Istat sulla congiuntura italiana, collezione di dati diversi per natura e orizzonte. I più positivi, non a caso celebrati ieri dal ministro delle Imprese Urso, sono anche i più datati: raccontano che nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano pareva in ripresa, +0,3% contro il -0,2% dell’aera euro, e la crescita acquisita per questo 2026 già toccava i sei decimi.

Solo che i…

ROMA – Si può vedere il bicchiere mezzo pieno: nonostante tutto l’economia italiana tiene. Oppure mezzo vuoto: una crescita da zero virgola, debole e fragile, che un prolungamento indefinito della crisi in Medio Oriente, con relativa volatilità dei prezzi energetici, minaccia di deprimere ancora di più. È la precaria istantanea che emerge dall’ultima nota dell’Istat sulla congiuntura italiana, collezione di dati diversi per natura e orizzonte. I più positivi, non a caso celebrati ieri dal ministro delle Imprese Urso, sono anche i più datati: raccontano che nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano pareva in ripresa, +0,3% contro il -0,2% dell’aera euro, e la crescita acquisita per questo 2026 già toccava i sei decimi.

Solo che in quel momento il conflitto contro l’Iran non aveva ancora rivelato le sue reali proporzioni, e i suoi impatti su petrolio e gas cominciavano appena a sentirsi. Quegli effetti si vedono nei dati più recenti, non tragici ma assai meno confortanti. A maggio la produzione industriale italiana è scesa dello 0,3%, interrompendo tre mesi di aumenti. A giugno i prezzi al consumo hanno per la prima volta da tempo superato il valore europeo, 3,1% contro 2,8, con la fiducia delle famiglie consumatrici che continua a flettere. Sono numeri che fanno ipotizzare un secondo trimestre a crescita zero, nonostante l’ultimo sprint degli investimenti Pnrr.

Da qui in avanti molto dipenderà dall’evolversi della crisi in Medio Oriente, quindi dei flussi di idrocarburi attraverso Hormuz e dei prezzi di petrolio e gas. L’umore delle imprese, certifica l’Istat, non è così nero, anche perché nonostante i dazi l’export continua a tirare. Un campanello d’allarme però arriva dai loro margini di profitto: se all’uscita dalla pandemia si erano allargati a dismisura, in questo 2026 si stanno riducendo in tutti i settori perché l’incremento dei costi è superiore a quello dei prezzi di vendita. Per convinzione o più probabilmente necessità, le imprese hanno finora assorbito i rincari anziché scaricarli sui consumatori. Ma se lo shock energetico si prolungasse, come le nuove schermaglie ad Hormuz fanno temere, quel cuscinetto finirebbe per esaurirsi.

Per quest’anno il governo ha indicato una crescita dello 0,6%. Le più recenti stime di Commissione, Ocse e Fondo monetario si fermano allo 0,5. Tutta Europa arranca, vero, ma l’Italia è tornata fanalino di coda, proprio mentre il Pnrr sta esaurendo la sua spinta.

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