Abiti e scarpe invendute, le aziende rispondono alla Ue: “Meglio donarli che darli agli outlet”
di Rosaria AmatoROMA – I mucchi di vestiti e di scarpe negli inceneritori e nelle discariche fanno parte di un modello di produzione e di consumo sbagliati, che anche l’industria vorrebbe lasciarsi alle spalle. Ma il divieto di distruggere i capi invenduti imposto dal Regolamento sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti (Espr), dal 19 luglio solo alle grandi imprese, e dal 2030 anche a quelle medie, pone non pochi problemi, in un settore dove, persino nell’alto di gamma, tra il 35 e il 40% dei ricavi arrivano dai saldi, e l’unico canale distributivo che cresce è quello degli outlet.
Il mercato ha in effetti già ampiamente anticipato la tendenza al riciclo: da un recente studio di Bain-Altagamma, che non a caso s’intitola “Finding a new longevity …
ROMA – I mucchi di vestiti e di scarpe negli inceneritori e nelle discariche fanno parte di un modello di produzione e di consumo sbagliati, che anche l’industria vorrebbe lasciarsi alle spalle. Ma il divieto di distruggere i capi invenduti imposto dal Regolamento sulla progettazione ecosostenibile dei prodotti (Espr), dal 19 luglio solo alle grandi imprese, e dal 2030 anche a quelle medie, pone non pochi problemi, in un settore dove, persino nell’alto di gamma, tra il 35 e il 40% dei ricavi arrivano dai saldi, e l’unico canale distributivo che cresce è quello degli outlet.
Il mercato ha in effetti già ampiamente anticipato la tendenza al riciclo: da un recente studio di Bain-Altagamma, che non a caso s’intitola “Finding a new longevity for luxury” (trovare una nuova longevità per il lusso, ndr), emerge che tra il 2017 e il 2025 il mercato mondiale di lusso secondhand è passato da 20 a 50 miliardi di euro, crescendo in percentuale tre volte rispetto alle vendite di prodotti nuovi (fatto 100 l’indice al 2017, per il mercato di prima mano l’anno scorso si è arrivati a 140, per il mercato di seconda mano a 249).
E allora, ragiona Maurizio Governa, presidente di Assomoda, l’organizzazione che fa capo a Confcommercio, e rappresenta le agenzie e gli showroom italiani, «anche se condividiamo pienamente l’esistenza di tutelare l’ecologia, in un settore che è inquinante ai massimi livelli, da parte nostra non possiamo non guardare con una certa preoccupazione l’ipotesi di riversare centinaia di migliaia di tonnellate di abiti ricondizionati in un mercato in cui l’unico comparto che cresce è quello degli outlet e di tutte le formule di vendita che propongono prodotti scontati». E quindi, visto che tra le possibilità offerte dal regolamento Ue c’è quella della donazione, «meglio utilizzare questa formula», suggerisce Governa, anche in direzione dei mercati esteri che avessero necessità di questo tipo».
Se però si parla di prodotti che «incorporano materiali lavoro, competenze manifatturiere e investimenti lungo tutta la filiera», afferma Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda, il regolamento Ue «è un segnale chiaro: il valore di un prodotto non si esaurisce nel momento in cui non viene venduto, e questo vale in modo particolare per le calzature». Pur accogliendo positivamente «un principio che punta a contrastare lo spreco e a promuovere un uso più efficiente delle risorse ai fini di un’economia circolare», però, Confindustria Accessori rileva che «la sostenibilità funziona davvero solo se si tiene insieme obiettivi ambientali e sostenibilità economica». Per questo, conclude Ceolini, «occorre evitare che gli oneri ricadano in modo sproporzionato sulle imprese».
Tra gli operatori del mondo della moda cresce la preoccupazione per l’aumento dei costi legati alle nuove normative: non c’è solo l’Espr, ma anche l’Epr, la direttiva sulla Responsabilità estesa del produttore, che obbliga i marchi a farsi carico dell'intero ciclo di vita dei propri capi, e che integra il divieto di distruggere l’invenduto, per ora limitato solo alle grandi aziende. Gli Stati membri devono istituire i regimi Epr nazionali entro il 17 aprile 2028, e già le norme di recepimento sono stato oggetto di confronto ai tavoli della moda (l’ultimo si è tenuto pochi giorni fa, al Mimit). «Il timore più diffuso sull’Epr è che i distributori che importano da un Paese Ue debbano pagarla due volte», dice Governa.
Se nel breve e medio termine le imprese dovranno riorganizzarsi in tempi rapidi, per ricollocare al meglio i prodotti invenduti, la sfida a lungo termine, rileva Ceolini, è che «la sostenibilità non può essere solo un vincolo: deve diventare una leva per organizzare meglio la filiera, ridurre gli sprechi e valorizzare il prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita».
Nonostante il settore, secondo l’ultimo report di Confindustria Moda, stia rallentando da tempo, con un calo del 2,4% nel 2025 che segue a uno del 6,1% nel 2024, calo che si estende anche all’export (-1,6% nel 2025 e -2,9% nel 2024), abbigliamento e calzature rimangono un driver fondamentale del sistema Italia. L’Italia mantiene infatti una posizione di leadership assoluta in Europa, come primo produttore di tessile-abbigliamento, e rappresentando il 30% della produzione Ue del comparto. L’Italia è inoltre il secondo esportatore europeo e il quinto mondiale.