✕

Le retribuzioni dei lavoratori tornano a salire meno dell’inflazione: si perde potere d’acquisto

Ascolta l'audio

Il dato Istat sulle retribuzioni contrattuali orarie del secondo trimestre dell’anno: crescita del 2,5% contro il 3% dei prezzi. Dopo dieci trimestri si ferma il recupero CALCOLA il tuo stipendio giusto
3 minuti di lettura

MILANO – Quel che molti temevano, ovvero una ricaduta nel mezzo di una convalescenza ancora parziale, prende corpo negli ultimi dati Istat sull’andamento delle retribuzioni contrattuali degli italiani. "Dopo dieci trimestri consecutivi in cui la crescita tendenziale delle retribuzioni è stata superiore a quella dell'inflazione, nel secondo trimestre 2026 si registra un'inversione di tendenza". In parole povere, le buste paga dei lavoratori stanno tornando a perdere il derby con i prezzi e quindi il potere d’acquisto si erode.

CALCOLA il tuo stipendio giusto

Nel secondo trimestre, infatti, la crescita annua media delle retribuzioni contrattuali orarie è del 2,5% (per il settore privato +2,3% e per la Pubblica amministrazione +2,7%). Nello stesso periodo l'inflazione si attesta invece al 3%, sempre su base annua. Ecco il conto dei primi impatti della crisi energetica che parte dal Golfo e si scarica – ancora solo in piccola parte – sugli scontrini. E il futuro rischia di esser ancor pi…

MILANO – Quel che molti temevano, ovvero una ricaduta nel mezzo di una convalescenza ancora parziale, prende corpo negli ultimi dati Istat sull’andamento delle retribuzioni contrattuali degli italiani. "Dopo dieci trimestri consecutivi in cui la crescita tendenziale delle retribuzioni è stata superiore a quella dell'inflazione, nel secondo trimestre 2026 si registra un'inversione di tendenza". In parole povere, le buste paga dei lavoratori stanno tornando a perdere il derby con i prezzi e quindi il potere d’acquisto si erode.

CALCOLA il tuo stipendio giusto

Nel secondo trimestre, infatti, la crescita annua media delle retribuzioni contrattuali orarie è del 2,5% (per il settore privato +2,3% e per la Pubblica amministrazione +2,7%). Nello stesso periodo l'inflazione si attesta invece al 3%, sempre su base annua. Ecco il conto dei primi impatti della crisi energetica che parte dal Golfo e si scarica – ancora solo in piccola parte – sugli scontrini. E il futuro rischia di esser ancor più tosto, se la situazione non si risolverà: l’Istat stima che, sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore alla fine di giugno, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie per l’intera economia salirà del 2,3% nel semestre luglio-dicembre 2026 e dunque del 2,4% nella media del 2026. A giugno, l’inflazione acquisita per il 2026 era già pari al 2,6%.

Ormai abbiamo chilometri di studi che segnalano come l’andamento dei salari italiani sia un male decennale. E che si è aggravato negli ultimi anni, quando il recupero è stato soltanto parziale rispetto alla fiammate dei prezzi che si sono verificate in concomitanza con la frenesia degli acquisti post-Covid, poi con la prima ondata di rincari energetici derivante dall’invasione russa in Ucraina e da ultimo con la nuova crisi petrolifera del Golfo. Basta citare l’Ufficio parlamentare di bilancio, tra le più recenti e impietose disamine: le retribuzioni lorde reali nel settore privato hanno perso il 6,6%: tra il 1990 e il 2026, “con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione” ovvero tra i più ‘poveri’. E la tendenza alla contrazione delle retribuzioni si è accentuata dopo il 2018: fino a quell’anno infatti il calo è “solo” del 2,2%.

Opposizioni e maggioranza, pro e contro

Ora ha buon gioco l’Unione nazionale dei consumatori per attaccare, alla luce dei nuovi dati Istat: "Finita l'illusione ottica di un rialzo delle retribuzioni sopra il livello dell'inflazione", dice il presidente Massimiliano Dona. "Il miraggio, dovuto solo al ritardo dei rinnovi contrattuali e al fatto che le retribuzioni venivano comparate all'inflazione di oggi, mentre erano recepiti contratti relativi al triennio 2022-2024, quando l'inflazione era ben maggiore, è svanito. Ora si torna alla dura realtà e al fatto che gli stipendi non sono mai stati adeguati al costo della vita, né durante il Governo Meloni né prima. È dal 1992 che c'è questo problema, irrisolto, dato che non è certo con la presa in giro del salario giusto che prevede un adeguamento di appena il 50% rispetto all'indice Ipca-Nei, quindi già ben sotto rispetto all'inflazione reale visto che è al netto dei prodotti energetici importati".

Si schiera anche la politica. "E' la certificazione del fallimento di Giorgia Meloni: i salari sono fermi come è ferma l'Italia", dice il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto. Con i dati Istat “viene definitivamente smascherata la propaganda sul cosiddetto 'salario giusto', uno specchietto per le allodole che non migliorerà le condizioni di chi lavora", attacca Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato e capogruppo del M5S in Decima commissione. "L'Italia ha bisogno di una misura seria e concreta che garantisca retribuzioni dignitose: per tale motivo continuiamo a chiedere l'introduzione del salario minimo”.

Di senso opposto l’annotazione che arriva dalla maggioranza, che punta sul fatto che la dinamica delle retribuzioni nella Pa vede un andamento più consistente (+2,7%) grazie ai rinnovi del triennio 2022-2024. Dice Walter Rizzetto (Fdi) che “nel pubblico impiego in quattro anni sono stati sottoscritti venti rinnovi in sede Aran, mentre le intese complessive hanno raggiunto quota 48 e i tempi medi si sono ridotti da venti a sei mesi”. E aggiunge il senatore Giorgio Salvitti che i numeri “arrivano poche ore prima della firma di un nuovo rinnovo che toccherà il comparto della sanità (poi effettivamente arrivato, ndr): 240 euro di aumento medio e 2400 euro di arretrati per gli infermieri, il 45% del settore, e circa 200 per gli altri dipendenti che vedranno maggiorazioni pari a 7,7 punti percentuali. Per un totale di oltre 2 miliardi di risorse”.

Il rischio spirale e la Bce

Il tema salariale è ben presente anche sul tavolo della Banca centrale europea: un surriscaldamento della pressione sulle buste paga può dare avvio a quella spirale di incremento dei prezzi che la Bce deve controbattere a ogni costo. Per ora il “wage tracker” dell’Eurotower – che monitora l’evoluzione delle retribuzioni contrattuali – segnala pressioni salariali negoziate sostanzialmente stabili nel 2026 e in lieve rialzo all'inizio del 2027.

Per Oxford Economics il rischio di una spirale non è elevato come nel 2022 e la Bce non rischia un “mal di testa”. La stima è che la crescita salariale dell’Eurozona raggiungerà il 3,4% l’anno prossimo, ma l’indebolimento del mercato del lavoro e la scarsa redditività delle imprese oltre che l’incertezza dei consumatori “limiteranno probabilmente il potere contrattuale dei lavoratori”. E questo diventa però un problema per l’attività delle imprese, come ha messo in evidenza l’Analisi sui settori industriali di Prometeia e Intesa Sanpaolo: la trasmissione dei rincari (energetici e non) lungo le filiere, in un contesto di domanda già fragile, che potrebbe erodere i margini delle imprese e indebolire ulteriormente consumi e investimenti. Insomma, un cane che si morde la coda e frena il Paese.

Leggi i commenti