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Le due facce dell’IA: Amodei sfida Altman tra etica e miliardi

Dario Amodei, fondatore e ceo di Anthropic (afp)

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Condividono l’idea che la tecnologia sconvolgerà il mondo, ma si dividono su come frenarla. Chiedono più regole al governo, ma puntano a Wall Street
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ROMA – La più grande spina nel fianco di OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGpt e ha acceso la miccia degli investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale, è cresciuta nei suoi stessi uffici. Dario Amodei, 43 anni, fisico con un dottorato a Princeton e origini italiane da parte di padre, guidava la ricerca di OpenAI quando nel 2021 se ne andò con la sorella Daniela e un gruppo di colleghi per fondare Anthropic. I fuoriusciti erano allarmati dalla poca attenzione riservata alla sicurezza dei modelli, un disagio maturato fin dai tempi di Gpt-2, il primo sistema di OpenAI capace di generare disinformazione a comando e per questo rilasciato, nel 2019, con estrema cautela.

Da allora la rivalità tra le due aziende è diventata una delle sfide centrali nella corsa all’IA, al…

ROMA – La più grande spina nel fianco di OpenAI, l’azienda che ha creato ChatGpt e ha acceso la miccia degli investimenti miliardari nell’intelligenza artificiale, è cresciuta nei suoi stessi uffici. Dario Amodei, 43 anni, fisico con un dottorato a Princeton e origini italiane da parte di padre, guidava la ricerca di OpenAI quando nel 2021 se ne andò con la sorella Daniela e un gruppo di colleghi per fondare Anthropic. I fuoriusciti erano allarmati dalla poca attenzione riservata alla sicurezza dei modelli, un disagio maturato fin dai tempi di Gpt-2, il primo sistema di OpenAI capace di generare disinformazione a comando e per questo rilasciato, nel 2019, con estrema cautela.

Da allora la rivalità tra le due aziende è diventata una delle sfide centrali nella corsa all’IA, alimentata dal confronto a distanza tra i rispettivi amministratori delegati. Sam Altman, 41 anni, cresciuto a St. Louis, studi a Stanford abbandonati per l’imprenditoria e una carriera da investitore alla guida di Y Combinator - l’incubatore di startup tra i più famosi d’America - condivide con Amodei i timori sui rischi dell’IA: entrambi hanno parlato di algoritmi capaci di sconvolgere il mercato del lavoro e la sicurezza globale.

Li divide il grado di prudenza con cui ritengono che questa tecnologia debba essere consegnata al mondo, che per Amodei è un principio fondativo e per Altman, invece, un freno da dosare in base al mercato. Una divergenza che affonda le radici negli anni trascorsi insieme. I loro destini si incrociano al Rosewood, l’albergo della Silicon Valley dove una sera d’estate del 2015 si riuniscono a cena imprenditori e giovani scienziati, convocati da Altman e Elon Musk per costruire un’IA sicura e a beneficio dell’umanità.

La storia di OpenAI inizia formalmente quella sera, ma Amodei, come racconterà in seguito, si alzò da tavola scettico: gli era sembrato un evento guidato da individui più vicini ai capitali che alla ricerca. Decise di unirsi al progetto solo mesi dopo, quando OpenAI nacque ufficialmente, nel dicembre 2015, come organizzazione no-profit, coinvolgendo molti ricercatori di Google Brain che lui stimava. La convivenza si rivela difficile ma dà i suoi frutti. Amodei contribuisce a un lavoro fondamentale sulle “leggi di scala”: se si aumentano dati e potenza di calcolo si ottengono modelli IA sempre migliori, ripagando gli investimenti.

Altman è un maestro nell’attirarli: si lega a Microsoft, che diventa il principale finanziatore di OpenAI. Il laboratorio diventa azienda. Altman è il nuovo ceo. E il divorzio si consuma: Amodei crea Anthropic come public benefit corporation, una società a scopo di lucro con una missione di interesse pubblico. Nasce Claude, IA fondata su una Costituzione che include anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Intanto OpenAI perde i talenti più importanti impegnati sulla sicurezza, convinti che Altman la trascurasse per concentrarsi su “prodotti scintillanti”. Come l’IA che si candida ad amica perfetta. ChatGpt diventa molto più di un assistente. Lo stesso Altman afferma pubblicamente che il chatbot, per i più giovani, è ormai un consigliere di vita a cui affidare le decisioni più importanti. In alcuni casi letali. La crisi più profonda di OpenAI si consuma nell’estate del 2025, quando l’azienda comunica di voler spegnere Gpt-4o, un modello amatissimo ma troppo “umano” ed empatico, al centro di cause per morte ingiusta intentate negli Stati Uniti da famiglie che hanno perso i figli, suicidatisi dopo mesi di conversazioni tossiche in cui il chatbot li avrebbe isolati in una bolla e assecondati nei pensieri autolesionisti.

Con il successivo Gpt-5 sotto le aspettative e gli utenti in fuga, Amodei sorpassa il rivale, puntando su codice e automazione del lavoro, con strumenti come Cowork, sui contratti enterprise e sui miliardi delle aziende, ma anche su quelli del governo. Proprio sull’etica della guerra si consuma il confronto più drammatico: Amodei firma nel 2025 un contratto da 200 milioni di dollari col governo Usa, ma rifiuta che Claude venga usata per sorveglianza di massa e armi autonome.

Quando questi limiti provocano lo strappo tra Anthropic e la Difesa americana, Altman mostra solidarietà in pubblico, mentre OpenAI subentra alla rivale nel rapporto con il Pentagono. La rivalità tra Altman e Amodei si combatte anche in pubblico, come all’AI Impact Summit in India di quest’anno, dove i fotografi li hanno immortalati mentre evitavano di stringersi la mano. E si gioca sui bilanci che conducono alle future quotazioni in Borsa di OpenAI e Anthropic, capaci in prospettiva di spingere entrambe verso valutazioni nell’ordine dei trilioni di dollari, pur senza aver ancora raggiunto la redditività.

Nel 2025, secondo le stime, OpenAI ha generato 13,1 miliardi di ricavi con circa 38 miliardi di perdita operativa, mentre Anthropic si è fermata a 4,5 miliardi di ricavi e 5,2 di perdita. Numeri che accomunano i leader delle due aziende e le loro strategie. Entrambi chiedono al governo Usa regole più chiare per lo sviluppo della tecnologia, mentre accelerano il rilascio di nuovi modelli e servizi capaci di accrescere i rischi per la cybersicurezza e minacciare posti di lavoro. Tutto in nome del profitto, necessario a sostenere ricerca e potenza di calcolo, e del potere. Perché chi controlla gli algoritmi può orientare il futuro.

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