ROMA – Le riunioni non si sono svolte al ministero delle Imprese. Ma il tavolo decisivo, nelle ultime settimane, è stato a Palazzo Chigi. Attorno c’erano il sottosegretario Alfredo Mantovano, i vertici dell’intelligence e i tecnici chiamati a rispondere a una domanda che fino a pochi mesi fa sembrava teorica: cosa succede all’Italia se perde l’ultima grande acciaieria integrata? Perché la possibile chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva non è più soltanto una crisi industriale o occupazionale. È diventata un problema di sicurezza nazionale. L’acciaio è considerato un asset strategico. Serve alla difesa, alla cantieristica, all’automotive, alle infrastrutture. Rinunciare alla capacità di produrlo significa dipendere dall’estero proprio mentre guerre, dazi e tensioni geopolitiche stanno ridefinendo gli equilibri economici. Il timore è che l’Italia perda definitivamente un pezzo della propria autonomia industriale. E che questo inevitabilmente incida sulla capacità “di fare da sè” del P…
ROMA – Le riunioni non si sono svolte al ministero delle Imprese. Ma il tavolo decisivo, nelle ultime settimane, è stato a Palazzo Chigi. Attorno c’erano il sottosegretario Alfredo Mantovano, i vertici dell’intelligence e i tecnici chiamati a rispondere a una domanda che fino a pochi mesi fa sembrava teorica: cosa succede all’Italia se perde l’ultima grande acciaieria integrata? Perché la possibile chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva non è più soltanto una crisi industriale o occupazionale. È diventata un problema di sicurezza nazionale. L’acciaio è considerato un asset strategico. Serve alla difesa, alla cantieristica, all’automotive, alle infrastrutture. Rinunciare alla capacità di produrlo significa dipendere dall’estero proprio mentre guerre, dazi e tensioni geopolitiche stanno ridefinendo gli equilibri economici. Il timore è che l’Italia perda definitivamente un pezzo della propria autonomia industriale. E che questo inevitabilmente incida sulla capacità “di fare da sè” del Paese.
Il problema è che questa consapevolezza non sembra essere condivisa da tutto il governo. O, almeno, non produce le stesse priorità. Adolfo Urso, che conosce bene il peso dei dossier strategici dopo gli anni alla guida del Copasir, continua a inseguire lo scontro con la magistratura come per evitare di allontanare da sè le responsabilità. Prima con i pm di Taranto, dopo un caso che costrinse persino la Procura a intervenire pubblicamente per smentire la ricostruzione del ministero e che travolse anche un suo addetto stampa. Ora quella di Milano. Ma, osservano fonti di governo, il problema non sono le toghe. È che una soluzione industriale continua a non esserci.
La pista più concreta resta quella di Jindal. Il gruppo indiano non ha mai smesso di guardare all’ex Ilva e nelle ultime settimane i contatti sono proseguiti. È l’unico tra l’altro che continua a parlare di ciclo integrato. Ma il progetto passa inevitabilmente da un contratto di sviluppo con Invitalia e da una presenza pubblica capace di sostenere la riconversione degli impianti. È qui che la trattativa si blocca. Giancarlo Giorgetti continua a opporsi all’ipotesi di nuovi fondi pubblici destinati a sostenere investitori privati. Anche perché la trasformazione dell’impianto verso i forni elettrici finirebbe inevitabilmente per fare concorrenza al sistema delle acciaierie del Nord.
Da qui il rilancio della cosiddetta cordata italiana. Un’ipotesi che piace a una parte della politica e trova ascolto al ministero dell’Economia. Ma che, almeno per ora, esiste più come obiettivo che come progetto industriale. Mancano investitori, una struttura finanziaria e soprattutto il tempo. «Ne abbiamo già perso troppo», è la sintesi che filtra dalle riunioni. Il tempo è una variante cruciale: era tra la fine di luglio e i primi di agosto del 2012 quando la Procura di Taranto sequestrò l’area a caldo, sostenendo che la produzione avvenisse sacrificando ambiente e salute. Quattordici anni dopo è un’altra magistratura, quella di Milano, a determinare di fatto lo stop degli stessi impianti. C’è sempre la magistratura. C’è la politica che non riesce a dare risposta. Ma il problema è che non c’è più Ilva.