Bettini (Federmeccanica): “Un’Ilva a metà non basta, quell’acciaio serve alle nostre aziende”
di Filippo SantelliROMA – «L’acciaio dell’Ilva è strategico per la manifattura italiana», dice Simone Bettini, presidente di Federmeccanica. «Dopo 14 anni di interventi tampone, serve che il governo metta a punto un progetto di decarbonizzazione e riconversione serio, che ancora non si vede».
Gli acciaieri italiani si sono impegnati a valutare un’offerta alternativa a quella di Jindal per l’area a freddo. Pensa si potrà concretizzare?
«C’è una disponibilità a valutare e un po’ di sano patriottismo non fa male. Il provvedimento del tribunale di Milano, stabilendo la chiusura dell’area a caldo, può spegnere anche tutta una serie di problemi legali e rendere appetibile per nuovi soggetti l’area a freddo. Ognuno ha i suoi interessi e quello degli acciaieri, che possono importare le bramme (i semilavorati, ndr) dall’estero, è occupare una fetta di mercato che altrimenti potrebbe essere presa da un concorrente straniero».
ROMA – «L’acciaio dell’Ilva è strategico per la manifattura italiana», dice Simone Bettini, presidente di Federmeccanica. «Dopo 14 anni di interventi tampone, serve che il governo metta a punto un progetto di decarbonizzazione e riconversione serio, che ancora non si vede».
Gli acciaieri italiani si sono impegnati a valutare un’offerta alternativa a quella di Jindal per l’area a freddo. Pensa si potrà concretizzare?
«C’è una disponibilità a valutare e un po’ di sano patriottismo non fa male. Il provvedimento del tribunale di Milano, stabilendo la chiusura dell’area a caldo, può spegnere anche tutta una serie di problemi legali e rendere appetibile per nuovi soggetti l’area a freddo. Ognuno ha i suoi interessi e quello degli acciaieri, che possono importare le bramme (i semilavorati, ndr) dall’estero, è occupare una fetta di mercato che altrimenti potrebbe essere presa da un concorrente straniero».
E l’interesse di chi come voi utilizza l’acciaio è diverso?
«Come trasformatori il nostro interesse è che ci sia disponibilità di acciaio a un prezzo concorrenziale. Dal mio punto di vista il valore dell’Ilva è nel ciclo integrato, che va dal minerale ai coils finiti. Il governo deve decidere se vuole preservarlo, portando avanti la decarbonizzazione e riconvertendo l’area a caldo con forni elettrici, o se vuole lasciare che l’impianto diventi solo un centro di servizi in più».
Per la riconversione servono investimenti che nessun privato è disposto a garantire. Dovrebbe essere lo Stato a gestirla?
«È l’unico soggetto che avrebbe la capacità di farlo».
Altri miliardi pubblici, per un’impresa in perdita cronica...
«Siamo sicuri che costi meno spegnere metà di un’acciaieria che rappresenta il 30% del Pil di Taranto, fare le bonifiche, garantire gli ammortizzatori sociali? Credo che nell’ambito di un piano serio l’Italia possa trovare qualche miliardo da anticipare su più anni. Oggi il valore dell’Ilva è irrisorio, ma anche Montepaschi qualche anno fa sembrava incurabile: è stato fatto un lavoro serio e alla fine lo Stato si porterà a casa dei soldi. Serve un’analisi accurata nell’interesse generale del Paese, sulla cui base prendere una strada che non sia per forza la più veloce».
C’è tempo? Il Tribunale ha stabilito che a ottobre gli altiforni devono chiudere, e le risorse dell’ultimo prestito ponte si esauriranno anche prima.
«Un vecchio proverbio africano dice che dove c’è la volontà c’è la via, altrimenti c’è la scusa».
Le aziende italiane accetterebbero di partecipare come partner di minoranza di un progetto pubblico?
«L’importante è che funzioni. Serve il coinvolgimenti di tutti. Le aziende della meccanica sono pronte a fare la loro parte».
Solo come acquirenti o anche come investitori?
«Alcune potrebbero valutare una partecipazione, ma con un elefante del genere solo le più grandi. Anche le piccole però possono fare il loro: tante si possono impegnare ad acquistare acciaio italiano».
Ma l’acciaio di Taranto è davvero strategico? Oggi l’Ex Ilva ne produce appena due milioni di tonnellate, e la filiera a valle non ha avuto problemi.
«Con il Cbam (le tasse doganali Ue sulle emissioni, ndr) e i nuovi dazi l’Europa potrà importare il 47% dei coils in meno, quindi Ilva sarà ancora più strategica. Certo, chi pensa possa tornare a 10 milioni di tonnellate sbaglia. Ma basta riportarla a 4, importando il resto dei semilavorati, e sarà sempre meglio che dover importare tutto. Con un’organizzazione efficiente e un piano complessivo per il polo industriale si darebbe un futuro a Taranto, nell’interesse del Paese».