Trump, nuovo sgambetto all’Europa: vende euro per difendere lo yen e la Bce resta all’oscuro
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniTra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa si è aperto un nuovo fronte, più immateriale dei dazi o delle minacce di invasione della Groenlandia, ma non meno pericoloso. La scorsa settimana il Tesoro americano ha deciso di fare un favore al Giappone comprando massicciamente yen per rafforzare la moneta nipponica. E lo ha fatto utilizzando euro, e senza avvertire il guardiano della moneta unica, la Banca centrale europea. Non era mai accaduto prima. Così, dall’inizio del mese lo yen si è rafforzato da quota 164 contro il dollaro - il minimo dal 1986 - a quota 157.
L’irritazione della Bce
Il Financial Times ha svelato che alla Bce l’irritazione è alle stelle per la mossa sullo yen del Tesoro americano. Fonti della banca centrale europea parlano di una vera e propria rottura di accordi informali che da sempre regolano i rapporti tra banche centrali occidentali. Da Francoforte trapelano commenti netti: “non è mai successo prima” - anche perché il coordinamento tra le due sponde dell’At…
Tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa si è aperto un nuovo fronte, più immateriale dei dazi o delle minacce di invasione della Groenlandia, ma non meno pericoloso. La scorsa settimana il Tesoro americano ha deciso di fare un favore al Giappone comprando massicciamente yen per rafforzare la moneta nipponica. E lo ha fatto utilizzando euro, e senza avvertire il guardiano della moneta unica, la Banca centrale europea. Non era mai accaduto prima. Così, dall’inizio del mese lo yen si è rafforzato da quota 164 contro il dollaro - il minimo dal 1986 - a quota 157.
L’irritazione della Bce
Il Financial Times ha svelato che alla Bce l’irritazione è alle stelle per la mossa sullo yen del Tesoro americano. Fonti della banca centrale europea parlano di una vera e propria rottura di accordi informali che da sempre regolano i rapporti tra banche centrali occidentali. Da Francoforte trapelano commenti netti: “non è mai successo prima” - anche perché il coordinamento tra le due sponde dell’Atlantico ha sempre garantito stabilità e crescita in entrambi i continenti.
Anche dopo la grande crisi finanziaria del 2008 provocata dal collasso della finanza americana, la comunicazione tra Washington e Francoforte era sempre stata strettissima. E a giugno, al tradizionale simposio a Sintra delle principali banche centrali del mondo, l’enorme sintonia tra il nuovo presidente della Fed nominato da Trump, Kevin Warsh, e la presidente della Bce, Christine Lagarde, aveva rassicurato i mercati sull’indipendenza della banca centrale americana. Una rarità, nell’America trumpizzata. Quella sintonia era sembrata l’eccezione che conferma la regola: sul piano della politica monetaria, la Fed e la Bce sembravano ancora coese, avulse dai fronti multipli della guerra trumpiana contro il vecchio continente.
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La difesa del dollaro
Ma un conto è la Fed, un altro la politica. E in particolare il trumpianissimo segretario al Tesoro Scott Bessent. Che si è limitato a telefonare a Lagarde sabato scorso, dopo lo storico intervento sullo yen. La domanda nasce spontanea: perché usare euro e non dollari per rafforzare la valuta nipponica? La risposta è semplice: l’amministrazione americana persegue una politica del “dollaro forte”. Se avesse inondato i mercati di biglietti verdi per rastrellare yen, avrebbe indebolito il dollaro. Da lì la decisione di utilizzare la moneta unica europea.
L’assist a Tokyo per sostenere il debito Usa
All’intervento inusuale va aggiunto il sospetto di molti analisti che gli americani abbiano aiutato Tokyo in cambio della rinuncia dei giapponesi a vendere titoli di Stato americani, i cosiddetti Treasuries. Proprio a causa della sfiducia che serpeggia sui mercati nei confronti degli Stati Uniti, i rendimenti sui bond sovrani sono enormemente aumentati, da quando alla Casa Bianca si è insediato Trump. E Bessent vuole scongiurare un ulteriore picco sugli interessi che il Tesoro paga sui Treasuries - oneri che si aggiungono all’enorme debito pubblico americano.