Comunità energetiche e autoconsumo, così si abbassa la bolletta. Ma servono più rinnovabili
di Emma BonottiMILANO – Cara energia, quanto ci costi. Un antidoto ormai comprovato contro i rincari è aumentare i gigawatt di elettricità prodotti da impianti rinnovabili (in Italia prossimi a quota 87 GW), con il grande limite però di agire nel medio-lungo periodo, senza alleviare il peso immediato sui portafogli delle famiglie. Eppure, per chi li sa cercare e riconoscere, alcuni strumenti per contenere oggi il costo delle bollette già esistono. Dalle comunità energetiche rinnovabili – le cosiddette Cer – al Reddito Energetico Nazionale, passando per l’autoconsumo e l’efficientamento delle case popolari, per gli oltre 37 mila cittadini coinvolti la transizione si traduce in una risposta immediata per abbassare le spese.
Dal Pnrr 780 milioni alle Cer
A tenere traccia dei progressi è il Gse, il Gestore dei Servizi Energetici controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze e che opera secondo gli indirizzi del ministero dell’Ambiente. Ebbene, a fine luglio risultavano attive 4.385 configuraz…
MILANO – Cara energia, quanto ci costi. Un antidoto ormai comprovato contro i rincari è aumentare i gigawatt di elettricità prodotti da impianti rinnovabili (in Italia prossimi a quota 87 GW), con il grande limite però di agire nel medio-lungo periodo, senza alleviare il peso immediato sui portafogli delle famiglie. Eppure, per chi li sa cercare e riconoscere, alcuni strumenti per contenere oggi il costo delle bollette già esistono. Dalle comunità energetiche rinnovabili – le cosiddette Cer – al Reddito Energetico Nazionale, passando per l’autoconsumo e l’efficientamento delle case popolari, per gli oltre 37 mila cittadini coinvolti la transizione si traduce in una risposta immediata per abbassare le spese.
Dal Pnrr 780 milioni alle Cer
A tenere traccia dei progressi è il Gse, il Gestore dei Servizi Energetici controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze e che opera secondo gli indirizzi del ministero dell’Ambiente. Ebbene, a fine luglio risultavano attive 4.385 configurazioni, tra autoconsumo e comunità energetiche, con una potenza complessiva di 361 megawatt e 45,5 mila clienti associati.
L’autoconsumo è il termine che indica l’utilizzo dell’energia autoprodotta nello stesso luogo in cui viene generata, da parte di famiglie, condomini, piccole imprese e amministrazioni locali, senza doverla prelevare dalla rete nazionale. Il classico esempio è quello dei pannelli fotovoltaici sui tetti dei palazzi.
Si parla di Cer, invece, quando un gruppo di cittadini, imprese o enti pubblici si unisce per produrre, condividere e consumare energia pulita a livello locale. Una ricetta per ridurre i costi in bolletta, aiutando l’ambiente e il territorio. Il Pnrr prevede risorse a fondo perduto per questi strumenti: delle quasi 49 mila richieste, nelle prime sei tranche sono stati ammessi a ricevere il contributo 30.299 soggetti, per un totale di 779 milioni di euro. “La sfida energetica non consiste soltanto nel produrre più energia da fonti rinnovabili – commenta l’amministratore delegato del Gse, Vinicio Mosè Vigilante, – ma fare in modo che i benefici arrivino concretamente alle persone, riducendo i costi dell’energia e rendendo la transizione un’opportunità accessibile a tutti”.
Misure a favore dell’inclusività
Tra le misure a maggior impatto sociale spicca il Reddito Energetico Nazionale, un fondo gestito dal Gse che permette alle famiglie economicamente più fragili di installare impianti fotovoltaici destinati all’autoconsumo domestico, senza sostenere direttamente l’investimento. Il risultato è un risparmio stabile nel tempo sulla bolletta.
La misura, rivolta ai nuclei familiari con Isee fino a 15 mila euro oppure inferiore a 30 mila euro e con almeno quattro figli a carico, mira a rendere accessibili i benefici delle fonti green anche a chi non potrebbe sostenere i costi di un impianto. Qualche numero: 25.312 le istanze presentate, 22.920 quelle ammesse e quasi 16 mila gli impianti già realizzati, in buona parte nelle regioni del Mezzogiorno. Le risorse dei bandi 2024 e 2025 ammontano a 196 milioni di euro, con una potenza prenotata di 92,62 megawatt e una potenza realizzata pari a 63,82 MW. Al momento, siamo in attesa di indicazioni per un prossimo bando.
Un altro fronte strategico riguarda l’edilizia residenziale pubblica. Edifici più efficienti sotto il profilo energetico consumano meno e per questo gravano meno sulle bollette di chi li abita. Attraverso il fondo RePowerEu sono stati stanziati oltre 1,3 miliardi in sovvenzioni, che però al momento sono già esauriti.
Dalla clausola di salvaguardia 14 miliardi all’energia
Con questa cassetta degli attrezzi i consumatori possono alleviare – in parte – il peso dei rincari. Ma per ridurre in maniera strutturale il costo dell’energia serve uno sguardo di sistema e interventi decisi da parte di chi amministra la cosa pubblica. La clausola di salvaguardia nazionale che l’Italia ha deciso di chiedere all’Europa la autorizzerà a spendere nel triennio altri 14 miliardi per l’energia. Un tesoretto che, a detto di alcuni esperti, potrebbe essere sufficiente per finanziare politiche in grado di reggere anche oltre il 2028.
A mettere in fila alcuni possibili interventi è il think tank Ecco. I fondi – è il consiglio – dovrebbero essere destinati a famiglie, imprese e trasporti, alimentando strumenti già esistenti piuttosto che costruirne di nuovi con il rischio che rimangano incagliati in lungaggini burocratiche.
Famiglie, poi trasporti e imprese
Supponendo di investire i 14 miliardi in due anni, sette alla volta, gli esperti propongono di destinare ai consumatori la quota più corposa del budget, pari a 2,9 miliardi. Le politiche su cui intervenire spaziano da una dotazione extra del Conto Termico per la sostituzione di vecchi impianti di riscaldamento con pompe di calore (1,2 miliardi), portare al 70% la detrazione fiscale per i lavori di ristrutturazione sulle prime case (900 milioni), ampliare le risorse destinate al Piano casa per l’edilizia residenziale pubblica (500 milioni) e destinare 300 milioni all’efficientamento energetico degli edifici residenziali dei quartieri periferici delle città, concentrandosi su qualche caso pilota.
Dei 1,3 miliardi riservati alle imprese, la quasi totalità (1,1) riguarda incentivi agli investimenti per l’elettrificazione dei processi industriali a bassa temperatura e i restanti 200 per quelli a temperatura media. Oggi nel Bel Paese solo il 13 per cento del calore a basse temperature è elettrificato, anche se le soluzioni sul mercato non mancano e spesso, come per le pompe di calore industriali, vengono prodotte in buona parte proprio sul suolo tricolore.
Completano il quadro gli interventi a favore dei trasporti, 2,75 miliardi. Gli esperti consigliano di alimentare il fondo automotive con ulteriori 2,5 miliardi – da destinare esclusivamente a incentivi per auto elettriche (un miliardo), veicoli commerciali e colonnine di ricarica nel settore commerciale (800 milioni), auto aziendali e taxi (700 milioni) – e modificare il decreto per concentrare l’intera dotazione attuale, 1,34 miliardi, solo sul sostegno alla filiera. Da Ecco notano come le risorse siano oggi insufficienti e frammentate in molteplici canali, e per questo non in grado di incidere sul mercato. I restanti 250 milioni potrebbero essere impiegati per rifinanziare il fondo del Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile per rinnovare il parco veicoli del trasporto pubblico locale.