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Porsche, retromarcia sull’elettrica: cancellata la produzione della Taycan

(reuters)

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È uno dei simboli della crisi che travolge l’auto tedesca. Le vendite, in generale, per la casa di Stoccarda sono crollate del 16% nel primo semestre
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ROMA – Porsche cancella l’ammiraglia elettrica dal catalogo. La casa di Stoccarda dice addio alla Taycan, che uscirà dalle linee di produzione entro il 2030 dopo aver registrato vendite in picchiata. L’indiscrezione arriva da WirtschaftsWoche, magazine economico tedesco, per il quale “esisterebbe un accordo con il comitato aziendale, che tuttavia non sarebbe ancora stato formalizzato per iscritto”.

Secondo la testata – che cita fonti interne all’azienda – era stato valutato il trasferimento della produzione della Taycan da Stoccarda a Lipsia, perché il primo stabilimento lavora già al di sotto della sua capacità produttiva. Nella rosa delle ipotesi sul tavolo del board ci sarebbe stata anche una uscita di scena immediata del modello, senzase e senza ma, poi ha preva…

ROMA – Porsche cancella l’ammiraglia elettrica dal catalogo. La casa di Stoccarda dice addio alla Taycan, che uscirà dalle linee di produzione entro il 2030 dopo aver registrato vendite in picchiata. L’indiscrezione arriva da WirtschaftsWoche, magazine economico tedesco, per il quale “esisterebbe un accordo con il comitato aziendale, che tuttavia non sarebbe ancora stato formalizzato per iscritto”.

Secondo la testata – che cita fonti interne all’azienda – era stato valutato il trasferimento della produzione della Taycan da Stoccarda a Lipsia, perché il primo stabilimento lavora già al di sotto della sua capacità produttiva. Nella rosa delle ipotesi sul tavolo del board ci sarebbe stata anche una uscita di scena immediata del modello, senzase e senza ma, poi ha prevalso l’ipotesi più soft.

Lanciata nel 2019, la Taycan rappresentava il modello di punta tra le sportive 100% elettriche della casa. Il mercato però non ha risposto secondo le attese: dalle quasi 41mila immatricolazioni del 2023 si è passati a 16mila nel 2025, per scivolare a quota 6mila nel primo semestre di quest’anno.

Quello di Porsche è un altro segnale della crisi che travolge l’auto tedesca, che sconta l’effetto Nokia. Le vendite, in generale, sono crollate del 16% nel primo semestre, sia perché il mercato nordamericano non tira più come prima e sia perché le vendite in Cina sono diminuite di quasi un terzo.

Pechino è la principale spina nel fianco dei marchi premium made in Germany. In tasca i cinesi hanno una tecnologia che ha poco – se non nulla – da temere rispetto a quella occidentale e costi di produzione sui quali non c’è competizione. Un mix assai difficile da digerire, secondo gli analisti. Del resto, come ha ricordato a RepubblicaRoberto Vavassori, presidente dell’associazione che raccoglie le imprese della componentistica italiana (Anfia), “prima del Covid il 70% degli acquisti in Cina riguardava auto europee, oggi i cinesi comprano solo il 30% di marchi europei. Anche questo ha convinto i tedeschi che l’età dell’oro è finita”.

L’Anfia sarà in piazza a Strasburgo a ottobre, in occasione di una delle sedute plenarie del parlamento europeo: “Faremo come gli agricoltori. Vogliamo convincere la politica che serve protezione per il settore auto”, aveva detto. La richiesta alle istituzioni Ue è una: “Solo 11,5 grammi di flessibilità. È la differenza tra un 100% di riduzione di CO2 allo scarico, al 2035, e il 90% che chiediamo noi. Sembra logico rischiare un’intera industria per 11,5 grammi, mentre i cinesi ci portano via un milione di vetture all’anno?”.

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