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Terremoto in casa Tata. Cosa succede all’impero indiano che controlla Jaguar e Iveco

(reuters)

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Nel confronto tra gli eredi di Ratan, scomparso nel 2024, s’impone Noel, e il presidente della Holding Tata Sons N. Chandrasekaran è costretto all’uscita. Tensioni sulla tenuta finanziaria e sul futuro del marchio italiano
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Chennai - È una scena già vista, ma resta comunque brutale. Gli eredi di una grande fortuna scalpitano per riprendersi il controllo, i manager professionisti arginano. Vincono gli eredi. Così in America, in Italia e anche in India, ma con la variante che qui la famiglia governa la multinazionale tramite trust filantropici. Ora è toccato a Tata, che sta per concludere l'acquisizione di Iveco. La guerra cominciata in un salotto di Mumbai finisce, per ora, con una lettera di cinque paragrafi. L'uomo che guida il gruppo, N. Chandrasekaran, manager esterno alla famiglia, ha annunciato ieri che non chiederà un terzo mandato alla presidenza di Tata Sons e lascerà il 20 febbraio 2027. Ha aspettato sei mesi, poi si è tolto di mezzo una settimana prima dell'assemblea che avrebbe dovuto rinnovargli il seggio in consiglio. Ieri, TCS ha chiuso in calo del 4%, Tata Motors, quella di Jaguar Land Rover, dell'1,3%, Tata Steel di oltre l'1%.

Resa dei conti tra eredi

Il fronte sul destino di un conglome…

Chennai - È una scena già vista, ma resta comunque brutale. Gli eredi di una grande fortuna scalpitano per riprendersi il controllo, i manager professionisti arginano. Vincono gli eredi. Così in America, in Italia e anche in India, ma con la variante che qui la famiglia governa la multinazionale tramite trust filantropici. Ora è toccato a Tata, che sta per concludere l'acquisizione di Iveco. La guerra cominciata in un salotto di Mumbai finisce, per ora, con una lettera di cinque paragrafi. L'uomo che guida il gruppo, N. Chandrasekaran, manager esterno alla famiglia, ha annunciato ieri che non chiederà un terzo mandato alla presidenza di Tata Sons e lascerà il 20 febbraio 2027. Ha aspettato sei mesi, poi si è tolto di mezzo una settimana prima dell'assemblea che avrebbe dovuto rinnovargli il seggio in consiglio. Ieri, TCS ha chiuso in calo del 4%, Tata Motors, quella di Jaguar Land Rover, dell'1,3%, Tata Steel di oltre l'1%.

Resa dei conti tra eredi

Il fronte sul destino di un conglomerato che vale circa 280 miliardi di dollari e che ha in interessi in un una trentina di settori come l’auto, il trasporto aereo, la finanza e la tecnologia, si era aperto il 24 febbraio. La proroga quinquennale, raccomandata all'unanimità dai due trust maggiori e istruita dal comitato nomine, arriva in consiglio e si blocca: un consigliere nega l'assenso. Senza unanimità Chandrasekaran rinvia. Una fonte con conoscenza diretta della decisione ha detto alla Reuters che i dissidi con i trust sono stati l'unica ragione delle dimissioni. Il consigliere non viene nominato nella lettera, ma a opporsi in febbraio era stato Noel Tata: fratellastro di Ratan, cognato di Cyrus Mistry, presidente dei Tata Trusts a partire da due giorni dopo la morte del patriarca, nell'ottobre 2024. I trust controllano il 66% della holding, ma una modifica statutaria del 2022 vieta a chi li presiede di guidare anche Tata Sons. La regola scritta per blindare la gestione manageriale oggi è la gabbia che costringe Noel Tata a esercitare il potere per interposto consigliere. Non può prendere la poltrona, ma può impedire che la tenga qualcun altro.

Difficoltà finanziarie

Gli argomenti non mancano: il gruppo, che ha 158 anni, sconta le perdite crescenti di Air India, il calo delle vendite di Jaguar Land Rover e una fuga di dati nella divisione elettronica che ha colpito clienti come Apple e Tesla. La posta in gioco è, però, una sola: Tata Sons deve restare privata. Le due parti si sono scontrate sulla quotazione della holding, oltre che sulle perdite e sull'uscita di un azionista di minoranza. Il 6 agosto la Reserve Bank ha confermato Tata Sons fra le finanziarie di fascia superiore e non ha ancora deciso sulla richiesta della holding di rinunciare alla licenza: da quella risposta dipende se l'obbligo di Borsa tornerà in agenda. A spingere per la quotazione sono gli Shapoorji Pallonji, la famiglia Mistry, che possiede il 18,4% di una società illiquida e da anni cerca un’uscita per ridurre il proprio indebitamento. Restare privati significa sottrarre la holding alla contendibilità del mercato, tenerla lontana dagli obblighi di trasparenza di una quotata e lasciare intatto il controllo dei trust. Dentro i trust la faida era già finita in tribunale, con ricorsi al commissario per gli enti caritativi del Maharashtra e obiezioni sull'eleggibilità dei trustee. Erano intervenuti anche ministri del governo centrale, l'anno scorso, senza risultato. La scena decisiva è dell'11 novembre: nella riunione dei trust vengono cooptati Neville Tata, figlio di Noel, e Bhaskar Bhat. La proposta non era all'ordine del giorno, entra sotto la voce "varie ed eventuali," secondo la stampa indiana. Nella stessa seduta viene sciolto il comitato esecutivo e i pieni poteri passano al presidente. Con un colpo di scena, la dinastia rientra dalla porta di servizio di un ordine del giorno.

Gli effetti sull’Italia

La partita ha un capitolo italiano, e il calendario è impietoso. Manca una sola autorizzazione, attesa entro fine agosto, al lancio dell'OPA su Iveco: 3,8 miliardi di euro a 14,1 euro per azione, offerta ai primi di settembre, chiusura entro i primi di novembre, con i poteri speciali esercitati dal governo italiano, con prescrizioni, il 28 ottobre 2025. A comprare non è la Tata Motors di Jaguar Land Rover ma la gemella dei veicoli industriali, nata dalla scissione del 2025, che ieri, in controtendenza rispetto al gruppo, ha chiuso in rialzo, più 1,59%.

Il presidente è lo stesso Chandrasekaran, che dell'operazione è l'architetto e che il 29 giugno prometteva agli azionisti l'ingresso fra i primi 4 costruttori mondiali. Iveco cambierà proprietario ai primi di novembre, quando a chi l’ha voluta resteranno poco più di tre mesi di mandato. Sul perfezionamento il rischio residuo è tutto in quell’ultima autorizzazione: il finanziamento è impegnato, la divisione difesa è già passata a Leonardo per 1,7 miliardi. L'incognita è il dopo. Gli impegni sottoscritti valgono due anni dal settlement, fino a fine 2028, e prevedono la sede a Torino, nessuna chiusura di stabilimenti e nessuna riduzione della forza lavoro come conseguenza diretta dell’operazione: un orizzonte che scavalca il febbraio 2027 e che dovrà essere onorato da un vertice non ancora individuato. Per Torino e per Roma resta un avvertimento: nella struttura Tata chi decide non è l'amministratore delegato, e nemmeno il consiglio della holding, ma trust filantropici la cui governance si sta stabilendo davanti a un commissario regionale. Le garanzie occupazionali italiane sono state negoziate con un management che stava già perdendo il mandato.

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