Il tesoro di Tether esiste davvero, Kpmg certifica il colosso delle cripto
di Filippo SantelliROMA – E quindi il tesoro di Tether esiste davvero. Miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano, ma anche montagne di scintillanti lingotti d’oro in un caveau della Svizzera – dove sennò – a prova di bomba nucleare, che i minuziosi certificatori di Kpmg hanno contato uno ad uno. E’ la prova che dietro alla stablecoin più diffusa al mondo, diventata una sorta di sistema finanziario parallelo, ci sono riserve sufficienti a tenere il suo valore ancorato a quello al dollaro, cioè appunto stabile. E’ la redenzione dei suoi creatori italiani, l’ex chirurgo plastico Giancarlo Devasini e l’informatico Paolo Ardoino, capo azienda, emersi dalle oscurità del critpo-universo fino ai vertici della classifica dei più ricchi dello Stivale, rispettivamente primo e quarto, e diventati interlocutori privilegiati dell’amministrazione Trump. E’ la risoluzione – definitiva? – di uno dei gialli più nebulosi della fantafinanza internazionale.
ROMA – E quindi il tesoro di Tether esiste davvero. Miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano, ma anche montagne di scintillanti lingotti d’oro in un caveau della Svizzera – dove sennò – a prova di bomba nucleare, che i minuziosi certificatori di Kpmg hanno contato uno ad uno. E’ la prova che dietro alla stablecoin più diffusa al mondo, diventata una sorta di sistema finanziario parallelo, ci sono riserve sufficienti a tenere il suo valore ancorato a quello al dollaro, cioè appunto stabile. E’ la redenzione dei suoi creatori italiani, l’ex chirurgo plastico Giancarlo Devasini e l’informatico Paolo Ardoino, capo azienda, emersi dalle oscurità del critpo-universo fino ai vertici della classifica dei più ricchi dello Stivale, rispettivamente primo e quarto, e diventati interlocutori privilegiati dell’amministrazione Trump. E’ la risoluzione – definitiva? – di uno dei gialli più nebulosi della fantafinanza internazionale.
Anni di autodichiarazioni
«Questo è un momento decisivo per il settore delle stablecoin», ha esultato euforico Ardoino. «Il risultato dell’audit è un giudizio senza riserve; significa che Tether ha superato la revisione contabile senza rilievi». L’obiezione sorge spontanea, visto che per tante piccole, medie o grandi aziende farsi certificare i bilanci è l’assoluta normalità. Ma qui parliamo del mondo cripto, a lungo privo di regole. E di Tether, che dalla sua fondazione nel 2015 fino a ieri quella normalità l’aveva sempre schivata, schermandosi dietro una cortina fumogena di paradisi fiscali e autodichiarazioni. Anche dopo essere diventata a tutti gli effetti una superpotenza, la moneta di riserva di tutti gli investitori in asset digitali, uno dei primi acquirenti di titoli di Stato americani. Anche di fronte alle accuse di essere l’ennesima cripto-frode sul punto di collassare, come altre stablecoin che stabili non erano per nulla.
I progetti di espansione
E invece. Secondo quanto la stessa Tether riferisce dell’audit sui bilanci 2025, esercizio confermato da Kpmg ma non reso pubblico, le riserve eccederebbero di 6,8 miliardi di dollari le passività, cioè i 183 miliardi di dollari di USDT – tether ancorati al dollaro – in circolazione. Perché solo ora? La risposta è legata ai piani di espansione negli Stati Uniti, dove Tether vuole raccogliere nuovi finanziamenti, a una valutazione monstre attorno ai 500 miliardi di dollari, e dove ha appena lanciato un nuovo coin legato al dollaro conforme alla recente e amichevole normativa voluta da Donald Trump. Ardoino era in prima fila alla Casa Bianca per la firma di quella legge, il Genius Act, con cui l’autoproclamato cripto-presidente Trump punta a sfruttare le stabelcoin per puntellare il primato di re dollaro e i bilanci federali. E magari a guadagnarci anche qualche miliardo. Scendendo su piani più mondani, Tether è tra i donatori della nuova sala da ballo voluta dal presidente.
Non tutto è chiarito
Difficile per la verità che questo audit sgomberi del tutto il campo da opacità e relativi dubbi. Per esempio quelli su chi davvero controlli la scatola al vertice della rete societaria di Tether, qualche tempo fa trasferita dalle Isole Vergini Britanniche alla iper permissiva El Salvador. O quelli sugli interessi incrociati di Howard Lutnick, segretario al Commercio di Trump, la cui società Cantor Fitzgerald - ora nelle mani del figlio – gestisce parte delle riserve di Tether, possedendone secondo il Wall Street Journal un bel 5%. Per Tether, che nel frattempo ha anche tentato di scalare la Juventus e ne resta aggressivo socio di minoranza, questa certificazione è di certo un bel passo verso la piena legittimazione. Per la piena trasparenza, meglio cercare altrove.