ROMA – Quasi 27 miliardi in un anno. È quanto l’Inps ha erogato nel 2025 per le prestazioni alla famiglia: 19,8 miliardi per l’assegno unico, 2,8 per i congedi parentali, 2,5 per maternità e paternità, 758 milioni per il bonus nido, 245 per il bonus mamme e 206 per il bonus nuovi nati. Tanti trasferimenti, ma un sistema ancora frammentato e molto più forte sui soldi che sui servizi. È qui che si misura il limite delle politiche italiane per la natalità.
In quattro manovre da quasi 100 miliardi il governo Meloni ha destinato meno di 10 miliardi a interventi specifici per famiglie e figli, senza un disegno. Mentre le nascite sono scese da 393mila nel 2022 a 355mila nel 2025, minimo storico, e la fecondità a 1,14 figli per donna. L’Italia resta sotto la media Ue nella spesa per famiglia e figli: 1,63% del Pil contro il 2,3. E soprattutto spende poco nei servizi.
Nel 2023, dice Ocse, su 33 miliardi complessivi, 29 erano trasferimenti monetari e appena 4 per i servizi. Le misure raccontano…
ROMA – Quasi 27 miliardi in un anno. È quanto l’Inps ha erogato nel 2025 per le prestazioni alla famiglia: 19,8 miliardi per l’assegno unico, 2,8 per i congedi parentali, 2,5 per maternità e paternità, 758 milioni per il bonus nido, 245 per il bonus mamme e 206 per il bonus nuovi nati. Tanti trasferimenti, ma un sistema ancora frammentato e molto più forte sui soldi che sui servizi. È qui che si misura il limite delle politiche italiane per la natalità.
In quattro manovre da quasi 100 miliardi il governo Meloni ha destinato meno di 10 miliardi a interventi specifici per famiglie e figli, senza un disegno. Mentre le nascite sono scese da 393mila nel 2022 a 355mila nel 2025, minimo storico, e la fecondità a 1,14 figli per donna. L’Italia resta sotto la media Ue nella spesa per famiglia e figli: 1,63% del Pil contro il 2,3. E soprattutto spende poco nei servizi.
Nel 2023, dice Ocse, su 33 miliardi complessivi, 29 erano trasferimenti monetari e appena 4 per i servizi. Le misure raccontano la contraddizione: assegni quasi universali, bonus una tantum, nidi che funzionano ma non arrivano a tutti, congedi ancora sbilanciati e aiuti alle madri costruiti per stratificazioni successive. Non è solo questione di quanto si spende. È come, per chi e con quali effetti.
ASSEGNO UNICO
Fondi per quasi 20 miliardi, gli effetti su natalità e occupazione femminile
Vale quasi 20 miliardi e raggiunge 6,3 milioni di famiglie e 10 milioni di figli, il 95% della platea potenziale, con punte del 99% al Sud. Nel 2025 l’importo medio è di 173 euro al mese per figlio. Ma l’assegno unico, introdotto nel 2022 e unica misura strutturale nazionale per i figli, sposta poco la natalità. Secondo l’Inps aumenta di appena il 2% la probabilità di avere un secondo figlio tra le madri occupate nel settore privato e riduce di circa il 2% quella di restare al lavoro, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. Il trasferimento è quasi universale, sebbene parametrato all’Isee, ma da solo non scioglie il nodo demografico. Del resto non era questo l’unico obiettivo: l’assegno era stato pensato per agire assieme a fisco e servizi, proprio le leve decisive per conciliare figli e lavoro.
NIDI
Platea da mezzo milione di bimbi, ma aiuti a uno su tre fra i più deboli
Il bonus nido cresce, ma resta un aiuto usato da una minoranza. Nel 2025 i beneficiari sono 530.745 e il tasso di utilizzo supera il 35%, contro appena il 4% del 2017. Quasi due bambini su tre della platea potenziale, dunque, non ne usufruiscono. E il paradosso è che lo usano meno proprio le famiglie con Isee più basso, pur avendo diritto agli importi maggiori: il tasso di utilizzo è al 31% sotto i 25mila euro, sale al 55% tra 25 e 40mila, poi scende al 41% sopra i 40mila o senza Isee. Pesa anche la geografia dei servizi: al Centro l’adesione arriva al 43%, al Nord al 38, mentre Sud e Isole si fermano al 29%, con la Calabria al 19,7%. Dove il lavoro femminile è più forte, anche l’uso del bonus tende a essere maggiore. Quando il bonus viene usato, però, l’effetto sul lavoro è netto: per le madri beneficiarie la probabilità di occupazione aumenta del 17%.
BONUS MAMMA
Assegno da 700 euro alle precarie, fino a tremila per i contratti stabili
A parità di tre figli, quest’anno una madre precaria può ricevere al massimo 720 euro contro i 3.000 euro di esonero contributivo di una dipendente a tempo indeterminato. L’anno scorso il divario era ancora più ampio: 480 contro 3.000 euro. È il risultato di tre anni di correzioni. Nel 2024 precarie e autonome erano escluse dalla decontribuzione. Poi il governo le ha recuperate con un bonus, salito nel 2026 da 40 a 60 euro al mese, ma con tetto di reddito a 40mila euro. Riguarda circa 865mila lavoratrici: dipendenti a termine e autonome con almeno due figli e dipendenti stabili con due figli. Le madri a tempo indeterminato con almeno tre figli restano invece nel vecchio esonero pieno, senza limite di reddito: circa 242mila. In tutto 1,1 milioni di lavoratrici, ma divise in due regimi molto diversi. Nel 2025 all’Inps sono arrivate circa 700mila domande per il bonus da 40 euro.
NUOVI NATI
Contributo da mille euro, fuori un bebè su quattro
Mille euro alla nascita, una volta sola. Il bonus nuovi nati (ex bonus bebè) debutta nel 2025 per le famiglie con Isee fino a 40mila euro e raggiunge 259.287 bambini, il 72,9% dei nati nell’anno. Più di uno su quattro, dunque, non lo riceve. L’assegno unico, sulla stessa generazione, arriva invece al 92,9%. A fare la differenza è soprattutto il requisito economico: tra i bambini con assegno unico ma senza bonus nuovi nati, il 68,2% appartiene a famiglie sopra i 40mila euro di Isee o senza Isee. Il sostegno si concentra così sui nuclei più fragili: il 71% dei beneficiari ha un Isee sotto i 20mila euro. Al Sud e nelle Isole la copertura sale all’80,4%, contro il 70,2% del Centro e il 68,4% del Nord. Ma resta un aiuto una tantum, circoscritto alla nascita: non copre i costi che seguono per anni, dal nido alla cura, né risolve la conciliazione tra figli e lavoro.
CONGEDI
Astensione facoltativa dal lavoro, tra i papà adesioni ancora basse
I congedi parentali vengono usati sempre di più: tra i dipendenti privati i beneficiari sono saliti da 329.661 nel 2022 a 451.801 nel 2025, il 37% extra. Ma il riequilibrio tra madri e padri resta lontano. Il congedo obbligatorio di paternità è ancora fermo a dieci giorni e nel 2025 ne hanno usufruito 176.276 lavoratori, meno dei 182.691 del 2023. A febbraio il governo ha inoltre bocciato la proposta delle opposizioni per un congedo paritario, che puntava a distribuire più equamente il tempo di cura. Intanto la maternità resta molto più lunga: cinque mesi obbligatori. E i numeri mostrano che il peso continua a ricadere soprattutto sulle donne: nel 2025 le lavoratrici dipendenti del privato in maternità sono state 255.675. Il sistema ha rafforzato il parentale, ma non ha ancora riequilibrato davvero il costo della cura familiare in Italia tra madri e padri.
DIVARI TERRITORIALI
Senza asili i soldi non bastano, la geografia delle regioni
Il caso Sardegna rende evidente il dilemma. Nei Comuni sotto i 3mila abitanti il bonus bebè regionale, fino a 600 euro al mese per cinque anni sul primo figlio, ha fatto salire le nascite del 21%. Ma nello stesso tempo, dice lnps, ha ridotto di 11 punti percentuali, pari al 25%, la probabilità di occupazione delle madri. L’effetto negativo si concentra soprattutto sulle donne più giovani e con un legame più debole con il mercato del lavoro. Il bonus nido produce l’effetto opposto: tra le beneficiarie la probabilità di lavorare aumenta di 6 punti, circa il 17%. Non sono misure perfettamente confrontabili, ma il segnale dell’Inps è netto: i trasferimenti monetari possono sostenere la natalità, ma senza servizi rischiano di frenare il lavoro femminile. Nidi e conciliazione, invece, aiutano a tenere insieme cura e occupazione. Il punto non è solo quanto spendere, ma come.