ROMA – C’è un record di cui il governo Meloni, quello che doveva abolire la legge Fornero, non parla mai: il sorpasso delle pensioni di vecchiaia su quelle anticipate. Cominciato nel 2024 e decollato nei due anni successivi. Le strette decise via via dall’esecutivo di destra hanno cancellato, compresso o stravolto quasi tutti i canali di uscita flessibile. E gonfiato le uscite per età: a 67 anni per ora. Dal prossimo gennaio a 67 anni e un mese. E dal 2028 a 67 anni e tre mesi.
La contraddizione emerge con nettezza dalla nuova analisi dell’Osservatorio previdenza Cgil, curata da Ezio Cigna, sui flussi Inps dei primi semestri dal 2023 al 2026. Il grafico dice quasi tutto. Nel 2023 le pensioni anticipate erano ancora circa 108mila contro 94mila pensioni di vecchiaia. …
ROMA – C’è un record di cui il governo Meloni, quello che doveva abolire la legge Fornero, non parla mai: il sorpasso delle pensioni di vecchiaia su quelle anticipate. Cominciato nel 2024 e decollato nei due anni successivi. Le strette decise via via dall’esecutivo di destra hanno cancellato, compresso o stravolto quasi tutti i canali di uscita flessibile. E gonfiato le uscite per età: a 67 anni per ora. Dal prossimo gennaio a 67 anni e un mese. E dal 2028 a 67 anni e tre mesi.
La contraddizione emerge con nettezza dalla nuova analisi dell’Osservatorio previdenza Cgil, curata da Ezio Cigna, sui flussi Inps dei primi semestri dal 2023 al 2026. Il grafico dice quasi tutto. Nel 2023 le pensioni anticipate erano ancora circa 108mila contro 94mila pensioni di vecchiaia. Nel 2024 avviene il sorpasso: 103mila di vecchiaia contro poco meno di 100mila anticipate. Nel 2025 il distacco si amplia, con quasi 118mila contro 98mila. E nel primo semestre di quest’anno la forbice si allarga ancora: 132mila contro 100mila.
In tre anni le pensioni di vecchiaia aumentano così del 41%, quasi 38mila in più. Le anticipate diminuiscono invece del 7,5%, oltre 8mila in meno. E le pensioni di vecchiaia crescono senza interruzioni: di quasi il 10% nel 2024, il 15% l’anno scorso, un altro 12% quest’anno. Una progressione che accompagna, manovra dopo manovra, il restringimento delle vie d’uscita prima dell’età ordinaria.
È qui la critica della Cgil al governo. Quota 103, nata con 62 anni di età e 41 di contributi, è stata resa progressivamente meno conveniente: calcolo interamente contributivo, tetto all’assegno, finestre più lunghe, incentivo a restare al lavoro. Opzione donna è stata quasi svuotata, alzando l’età e limitando la platea a caregiver, invalide, licenziate o dipendenti di aziende in crisi. Nel 2026 entrambe non sono state prorogate: possono utilizzarle solo coloro che avevano già maturato i requisiti. «Il sistema non offre quindi una forma generalizzata di flessibilità», conclude l’Osservatorio.
Pensioni anticipate, calano di più quelle delle donne
Il conto più pesante arriva per le donne. Le pensioni anticipate femminili scendono da circa 36.500 nel 2023 a poco più di 31mila quest’anno: -14,5%, contro appena il -4% degli uomini. Due terzi delle oltre 8mila uscite anticipate perse nel quadriennio sono femminili. Pesano carriere più discontinue, part-time e periodi di cura, che rendono più difficile raggiungere i 41 anni e 10 mesi richiesti dall’anticipata ordinaria. Ma pesa anche la stretta su Opzione donna. Per la Cgil è la prova che l’«erosione della flessibilità» non è neutrale tra uomini e donne.
Nel pubblico impiego la svolta è ancora più brusca. Le pensioni di vecchiaia passano da circa 7.500 a quasi 14mila nei quattro anni: +84%. Le anticipate crollano invece da oltre 20mila a 14mila: -31%. Nel 2023 si contavano 271 pensioni anticipate ogni cento pensioni di vecchiaia. Oggi appena 101. Da quasi tre a una. La promessa era cancellare, poi superare la Fornero. Il risultato è un sistema ancora più rigido. Mentre i requisiti si allungano, assieme alla speranza di vita