Mps, la mossa di Siena benedetta dal governo. E da un inedito asse tra Meloni e il Pd
di Tommaso Ciriaco , Giuseppe ColomboROMA - Qualcosa è cambiato. Niente più neutralità, basta con il fair play degli ultimi due mesi. Dietro la mossa di Luigi Lovaglio c’è la benedizione di Giorgia Meloni. La sua volontà di stravolgere il quadro. Non un sabotaggio dell’operazione di Intesa, ma comunque un disegno che non piacerà a Carlo Messina: rivedere l’offerta su Mps, stravolgerne il senso. Meglio ancora: ridimensionarne la portata. Con un obiettivo politico non dichiarato, ma ben presente a Palazzo Chigi: contenere gli effetti di un’operazione che il governo non ha guidato e che, tra gli altri effetti, consacrerebbe lo strapotere di un polo bancario e assicurativo senza sfumature di destra in un territorio storicamente conservatore come è il Nord.
L’effetto dell’Opa di Intesa dello scorso 8 giugno, d’altra parte, ha minato molte certezze ai vertici del melonismo. Scalfendo la strategia di Giovanbattista Fazzolari sul grande risiko bancario. E soprattutto, ridimensionando l’entusiasmo per la “presa” di Mediobanca, sc…
ROMA - Qualcosa è cambiato. Niente più neutralità, basta con il fair play degli ultimi due mesi. Dietro la mossa di Luigi Lovaglio c’è la benedizione di Giorgia Meloni. La sua volontà di stravolgere il quadro. Non un sabotaggio dell’operazione di Intesa, ma comunque un disegno che non piacerà a Carlo Messina: rivedere l’offerta su Mps, stravolgerne il senso. Meglio ancora: ridimensionarne la portata. Con un obiettivo politico non dichiarato, ma ben presente a Palazzo Chigi: contenere gli effetti di un’operazione che il governo non ha guidato e che, tra gli altri effetti, consacrerebbe lo strapotere di un polo bancario e assicurativo senza sfumature di destra in un territorio storicamente conservatore come è il Nord.
L’effetto dell’Opa di Intesa dello scorso 8 giugno, d’altra parte, ha minato molte certezze ai vertici del melonismo. Scalfendo la strategia di Giovanbattista Fazzolari sul grande risiko bancario. E soprattutto, ridimensionando l’entusiasmo per la “presa” di Mediobanca, scalpo considerato nell’esecutivo il punto più alto dell’assalto ai poteri che contano. I piedi nel salotto buono della finanza. Conquistato e rimesso a nuovo. Un riassetto in versione romanocentrica, con la politica a reclamare la supremazia sul mercato. Un pezzo di un puzzle ancora più grande, culminato con il controllo di Generali, il fortino del risparmio tricolore. Solo che a un certo punto la trama si è complicata. L’inchiesta della procura di Milano sulla scalata di Mps a Mediobanca, poi l’incertezza sul futuro dell’istituto senese. Risanato con soldi pubblici, fatto fruttare vendendo quote del Tesoro e ora da lasciare in mani non ostili. L’esecutivo si è ritrovato così a doversi misurare con un colosso dalle grandi ambizioni e e certamente non considerato in prima fila nel nuovo salotto finanziario meloniano.
Sono servite diverse settimane per assorbire il colpo, quelle trascorse proclamando una pubblica neutralità, spese invece a studiare una reazione. Fino all’intervista che Meloni ha concesso a Milano Finanza il 14 agosto. È il cambio di passo.
La premier rilancia. Lo fa contestando due scelte in realtà emerse fin dall’ufficializzazione dell’offerta: lo “spezzatino” e la cancellazione di «Siena» dal nome dell’istituto. Meloni chiede di ripensarci. Ma soprattutto si espone per preparare il terreno alla mossa di Lovaglio, di cui era a conoscenza prima dell’intervista. Formalmente, fa leva sulla presenza del Mef nell’azionariato di Mps, anche se ridotto nel tempo al 4,8%. Di fatto, è anche il tentativo di aprire una base negoziale con Intesa. E d’altra parte, nessun governo - neanche il più longevo - può rischiare il frontale con un gruppo che detiene 78 miliardi in titoli di Stato italiani e che per questo rappresenta il primo investitore nel debito pubblico. Andargli contro a muso duro significherebbe misurarsi con questioni come lo spread e il giudizio dei mercati. E scivoloso – eufemismo – sarebbe premere per il ritiro dell’offerta.
Non per questo la postura è morbida. Il governo punta Intesa per fargli comunque cambiare strada. Per fargli mollare la presa sugli sportelli di Mps. Il piano suona grosso modo così: Messina si dovrebbe “accontentare” della parte finanziaria-assicurativa. Acquisirebbe il 13,2% di Generali, oggi posseduto da Mps attraverso Mediobanca. Al contempo dovrebbe rinunciare al patrimonio creditizio di Siena. E quindi niente “spezzatino”. Verrebbe così fermata la cessione di metà degli sportelli del Monte alla “rossa” Unipol, che ha già siglato un accordo con Intesa per acquisire le filiali e poi fonderle con Bper dando così vita a Banca Monte dei Paschi, senza “Siena” nel logo. Una revisione utile a salvare il marchio e il quartier generale in Toscana. Di più. La cessione di una quota del Leone a Intesa assicurerebbe a Lovaglio quella liquidità che serve a lanciare l’offerta su Banca Generali. Un’altra operazione ritenuta strategica per il governo perché aprirebbe la strada alla creazione di una grande cassaforte del risparmio italiano. Per non parlare della riesumazione del sogno del terzo polo Mps-Banco Bpm.
Non è detto che la mossa di Lovaglio superi gli ostacoli tecnici e giuridici disseminati lungo il cammino. Ma la “copertura” di Meloni va di pari passo con il sostegno di Giancarlo Giorgetti: l’espansione della rossa Unipol nel Nord Est, da sempre punto di riferimento della galassia progressista, preoccupa innanzitutto il Carroccio, già piegato da una profonda crisi politica interna e che non può permettersi di indebolirsi ulteriormente nelle regioni a trazione leghista. Ma ci sono almeno altre due condizioni “territoriali” che spingono la premier a muoversi. La prima riporta proprio a Siena: i sindaci e il mondo imprenditoriale toscano premono per frenare Intesa. E il Pd ha già scelto di sostenere questa battaglia, facendo votare in Consiglio regionale con la destra una risoluzione con le stesse parole d’ordine poi rilanciate da Meloni nell’intervista di metà agosto. È una convergenza inedita, che alla premier conviene sfruttare per non lasciare consenso facile ai dem.
L’altro campanello d’allarme arriva dal centrosud. Nelle ultime settimane piccole e medie imprese, il mondo agricolo e alcuni governatori hanno chiesto rassicurazioni a Palazzo Chigi. Il timore è che l’operazione trascuri il Mezzogiorno, scavando un solco tra quest’area e la grande banca di sistema.