L’ombra dell’Intelligenza Artificiale sulle elezioni americane. E non solo perché «gli analisti useranno l’IA per elaborare strategie e la campagna elettorale sarà condotta con messaggi mirati e video manipolati», come scrive la storica degli Stati Uniti Jill Lepore sul Financial Times. I sondaggisti si sono accorti che a pesare sul voto, più della guerra in Iran, saranno i data center: i luoghi fisici che ospitano server informatici e archivi, snodi essenziali della corsa all’informatica cognitiva, altamente inquinanti e divoratori d’energia e acqua sottratti ai territori che li ospitano. Negli Stati Uniti assistiamo a un vero sprint: secondo l’AI Index Report della Stanford University ce ne sono già 5.427 attivi. Ai colossi di Silicon Valley ne servono molti di più: e hanno chiesto i permessi per realizzarne altri 3.969 di cui 800 già in costruzione, in aree rurali e sobborghi (poveri) delle città, per un investimento complessivo che tocca l’astronomica cifra di diecimila miliardi d…
L’ombra dell’Intelligenza Artificiale sulle elezioni americane. E non solo perché «gli analisti useranno l’IA per elaborare strategie e la campagna elettorale sarà condotta con messaggi mirati e video manipolati», come scrive la storica degli Stati Uniti Jill Lepore sul Financial Times. I sondaggisti si sono accorti che a pesare sul voto, più della guerra in Iran, saranno i data center: i luoghi fisici che ospitano server informatici e archivi, snodi essenziali della corsa all’informatica cognitiva, altamente inquinanti e divoratori d’energia e acqua sottratti ai territori che li ospitano. Negli Stati Uniti assistiamo a un vero sprint: secondo l’AI Index Report della Stanford University ce ne sono già 5.427 attivi. Ai colossi di Silicon Valley ne servono molti di più: e hanno chiesto i permessi per realizzarne altri 3.969 di cui 800 già in costruzione, in aree rurali e sobborghi (poveri) delle città, per un investimento complessivo che tocca l’astronomica cifra di diecimila miliardi di dollari (670 miliardi solo quest’anno).
Il movimento neo-luddista
Ma un ostacolo sempre più concreto rovina i piani di Elon Musk, Mark Zuckerberg and co.: la crescente opposizione pubblica — e ormai bipartisan — alla loro realizzazione. Un vero movimento — che qualcuno chiama “neo-luddista” evocando gli operai britannici che, fra 1811 e 1813, distruggevano i telai meccanici con cui lavoravano — determinato da questioni reali: gli aumenti vertiginosi delle bollette elettriche per colpa dell’energia succhiata dai centri, il depauperamento delle risorse idriche, le scorie inquinanti, le emissioni di gas serra che fanno aumentare le temperature. I democratici più vicini all’area progressista, già cavalcano l’onda: chiedendo restrizioni severe o il blocco dei progetti. Coi più entusiasti paladini del No Data Center, a vincere le primarie a man bassa. E questo accade anche in casa repubblicana, dove l’appoggio al settore sostenuto per anni, cala. Nonostante Donald Trump, che solo un anno fa ha emesso un ordine esecutivo dove definiva la regolamentazione dell’IA una «forma di wokeismo», cioè un’estremizzazione ideologica ambientalista. E ora afferma che «non ci si può opporre al progresso, bisogna assecondarlo. Se non li costruiamo, rimarremo indietro e prevarrà la Cina». La mancanza di regole governative, però, non piace: il 71 per cento degli americani (sondaggio Gallup) è ostile alle nuove costruzioni di cattedrali di dati. E col voto puniscono chi non si schiera contro. Per dire, in Utah il presidente del Senato statale Stuart Adams, repubblicano popolare e influente, è stato sconfitto alle primarie dalla collega di partito Stephanie Hollist, che lo ha attaccato per il sostegno alla costruzione di un centro dati sul Salt Lake.
Il nuovo volto di Pearson
Volto del movimento è Justin Pearson, 31 anni, il deputato dem al Parlamento del Tennessee che fu espulso per aver inscenato una protesta pacifica contro le armi. In quella Memphis patria del rock and roll dove esordì Elvis Presley, luogo chiave della Storia dei diritti civili perché qui venne assassinato Martin Luther King, lo scorso 6 agosto ha sbaragliato gli sfidanti vincendo le primarie del nono distretto: il sobborgo nero di Westwood, a sud della città, vero epicentro della nuova crisi, incastonato com’è tra due dei grandi poli inquinanti, gestiti da xAi proprietà dell’uomo più ricco del mondo, Elon Musk. A nord c’è infatti il data center Colossus 1, a sud il gemello Colossus 2: che, per non pesare sulle infrastrutture elettriche locali, hanno pensato bene di realizzare 69 turbine, che però — lo dice un’inchiesta di Politico — sono prive dei sistemi di controllo delle emissioni imposti dal Clean Air Act, la legge che le regolamenta.
Emette dunque 2.500 tonnellate di ossido d’azoto l’anno, in un’area che già ha il primato statale di malati di asma per colpa del polo industriale preesistente. Non a caso, Pearson definisce la battaglia «una crociata per le nostre vite». Ma è difficile: le turbine sono montate su ruote e dunque, teoricamente, “temporanee”: escamotage della società che sviluppa i modelli di Gork, per farle rientrare in norme meno restrittive. E pure il Dipartimento di Giustizia sostiene xAI: affermando che il funzionamento di quelle macchine è questione di sicurezza nazionale, perché l’esercito Usa usa Grok per portare avanti la guerra all’Iran, e il governo si arroga dunque il diritto di archiviare qualsiasi causa intentata contro gli inquinatori.
Se verrà eletto, Pearson porterà la sua battaglia al Congresso. Dove per ora ci pensa la deputata newyorchese Alexandria Ocasio-Cortez — la paladina di quel Green New Deal affossato da The Donald, oggi potenziale candidata della sinistra alle presidenziali 2028 — che insieme al senatore del Vermont Bernie Sanders ha presentato una proposta di moratoria nazionale sulla costruzione di nuovi center. Mentre il californiano Ro Khanna, che rappresenta Silicon Valley ed è noto per aver guidato la campagna per la pubblicazione degli Epstein Files, ha trasformato la sua opposizione in un manifesto politico, “AI for the People”, in cui chiede un «nuovo contratto sociale tecnologico».
I repubblicani
La diffidenza monta anche tra i repubblicani, sebbene Trump e i suoi surrogati, JD Vance e Marco Rubio, si oppongano a ogni regolamentazione. E così ora in Texas, dove esistono già 335 data center operativi e progetti per altri 248, pure il governatore trumpiano Greg Abbott, in gara per un nuovo mandato, chiede nuove regole. Una svolta forse tardiva: secondo Abc, molti elettori di aree dove sono in progetto nuovi megacentri, dicono che voteranno dem per la prima volta. E allora si cerca di arginare la protesta usando proprio gli strumenti dell’IA per sostenere, ad esempio, la teoria complottista secondo cui l’opposizione ai center è un complotto comunista, frutto di una campagna cinese — manco a dirlo — con la loro Intelligenza Artificiale. Una manovra pericolosa, nota Jill Lepore: «Quella che un tempo era la sfera di dibattito pubblica, oggi è un’arena online dove intervengono più chatbot gestiti da società private che esseri umani: io lo chiamo lo Stato Artificiale». Le presidenziali 2028 sembrano trasformarsi sempre più in un referendum sulla regolamentazione del delicato settore.