È rimasto poco tempo per agire. Stiamo vivendo in tempo reale una nuova grande estinzione di massa. Ma si può ancora agire e l’Italia e l’Europa possono giocare un ruolo cruciale. Ci vorrebbe però un nuovo Altiero Spinelli». Jeremy Rifkin, economista e saggista statunitense, da tempo studia la crisi climatica, i suoi effetti devastanti e le possibili soluzioni. Nel suo ultimo libro, Pianeta Acqua, ha insistito sulla necessità di rivedere il nostro rapporto con le risorse idriche. Il prossimo sarà dedicato all’Intelligenza artificiale e al suo impatto, nel bene e nel male, sull’ambiente.
Professor Rifkin, cosa ci insegna questa estate 2026?
«Conferma che ci troviamo nelle fasi avanzate di un evento di estinzione globale. E che l’Europa e il Mediterraneo sono le aree del Pianeta che si stanno riscaldando più velocemente. Occorre ripensare le strategie adottate finora».
Lei che strategia suggerisce?
«Riconsiderare il ruolo dell’acqua. Visto dallo spazio, il nostro è un pianeta blu, non v…
È rimasto poco tempo per agire. Stiamo vivendo in tempo reale una nuova grande estinzione di massa. Ma si può ancora agire e l’Italia e l’Europa possono giocare un ruolo cruciale. Ci vorrebbe però un nuovo Altiero Spinelli». Jeremy Rifkin, economista e saggista statunitense, da tempo studia la crisi climatica, i suoi effetti devastanti e le possibili soluzioni. Nel suo ultimo libro, Pianeta Acqua, ha insistito sulla necessità di rivedere il nostro rapporto con le risorse idriche. Il prossimo sarà dedicato all’Intelligenza artificiale e al suo impatto, nel bene e nel male, sull’ambiente.
Professor Rifkin, cosa ci insegna questa estate 2026?
«Conferma che ci troviamo nelle fasi avanzate di un evento di estinzione globale. E che l’Europa e il Mediterraneo sono le aree del Pianeta che si stanno riscaldando più velocemente. Occorre ripensare le strategie adottate finora».
Lei che strategia suggerisce?
«Riconsiderare il ruolo dell’acqua. Visto dallo spazio, il nostro è un pianeta blu, non verde. Ma stando qui non ce ne accorgiamo e continuiamo a chiamarlo Terra, anziché Acqua come dovremmo. Una maggior consapevolezza dell’importanza dell’idrosfera ci porterebbe ad agire di conseguenza. L’Italia dovrebbe guidare l’Europa per mette in cantiere un Blue Deal che affianchi il Green Deal».
Lei è stato consulente della Commissione europea per il Green Deal, piano che però è stato molto criticato dalle forze politiche che sostengono l’attuale governo italiano. Come creare il consenso intorno a un Blue Deal?
«Ci vorrebbe appunto un ‘momento Spinelli’. Qualcuno che, come il padre fondatore dell’Unione europea, inviti all’unità, stavolta contro la crisi climatica. Sarà questo a determinare la prossima fase del ‘sogno europeo’ e se l’Europa e il Mediterraneo avranno un futuro. In caso contrario, assisteremo a massicce migrazioni dall’Italia e dall’Europa nei prossimi decenni. Ma tutto questo non riguarda la politica, intesa come destra e sinistra. Ha a che fare con il ripensamento complessivo del nostro rapporto con il pianeta su cui viviamo. E, ripeto, è rimasto poco tempo».
Ma se non i governi, chi può farlo?
«Possiamo avviare una Terza rivoluzione industriale che però dovrebbe essere considerata una responsabilità condivisa da governo, mondo accademico, industria e società civile. Un impegno collettivo di lungo termine per garantire la rivitalizzazione delle acque, un Blue Deal come dicevo. Molti sindaci in tutto il mondo (in Italia a Roma, Perugia e Venezia) hanno aggiunto nei loro regolamenti la denominazione Pianeta Acqua accanto al nome ufficiale Terra. Invito gli altri sindaci italiani e i governatori delle Regioni a sostenere questa iniziativa».
Anche una parte dell’opinione pubblica sembra rassegnata di fronte all’emergenza climatica e, almeno in Italia, contraria al Green Deal. Lei come lo spiega?
«Penso che molto dipenda dal sistema scolastico e da come cresciamo i nostri figli. Nelle università si continua a insegnare per compartimenti stagni, con discipline rigorosamente isolate l’una dall’altra. E invece in ogni materia dovremmo contagiare i giovani con dosi di biofilia, di amore per la vita. La Generazione Z potrebbe essere protagonista di una rivoluzione biofilica, ed è qui che ripongo le mie speranze. L’altra buona notizia è che sta emergendo qualcosa chiamato governance bioregionale».
Di che si tratta?
«L’acqua non si cura dei confini nazionali, li attraversa. E nemmeno tiene conto del colore politico dei governi nelle regioni in cui scorre. Stiamo perciò iniziando a capire che se si verifica un’alluvione, una siccità, un’ondata di calore o un incendio, tutto ciò trascende le divisioni politiche e dobbiamo unirci in una governance bioregionale. Non significa rinunciare agli Stati nazionali, o alle nostre regioni, ma imparare a creare e gestire insieme queste bioregioni comuni, per adattarsi ai cambiamenti in corso nel regime delle acque. Le competenze ci sono, basti pensare alle eccellenti università italiane. E poi andrebbero coinvolte piccole e medie imprese, cooperative, camere di commercio…».
Ma una nuova governance dei territori richiede anche nuove e ingenti risorse economiche?
«I soldi ci sono. I fondi pensione rappresentano la più grande riserva di capitale al mondo. A cui vanno sommati i fondi assicurativi. Tutto questo denaro andrebbe investito nelle regioni in cui vivono le persone che versano ai fondi pensione o che pagano le assicurazioni, in modo che si possano costruire infrastrutture a lungo termine e dare inizio a una nuova era. Naturalmente gli investimenti vanno fatti in modo che garantiscano un ritorno. Ma si può fare. E risponde al principio di sussidiarietà come nella visione dell’Europa immaginata da Spinelli, ancora una volta».
Perché tutto questo in Europa?
«Il Vecchio Continente è il banco di prova. Ha 800 milioni di abitanti, si sta surriscaldando rapidamente, le ondate di calore estive hanno provocato migliaia di morti tra gli anziani, i grandi fiumi si stanno prosciugando. Ma avete le risorse per innescare un cambio di paradigma, forse il più grande della storia. E a maggior ragione vale per l’Italia. Avete il talento per farlo, le cooperative, la Pmi, una storia lunghissima e grandi università. Ma non deve diventare patrimonio di una sola parte politica. Tutto questo è più grande della politica”.
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