MILANO – Nel tumulto delle due Ops lanciate da Mps su Banco Bpm e Banca Generali passa sotto traccia lo smantellamento del 13,3% di Generali, quota storica che ha permesso a Mediobanca di tenere a bada il Leone, presidiando la governance e i 900 miliardi in gestione.
L’ad Luigi Lovaglio, fin dalla scalata a Piazzetta Cuccia, si è mostrato laico sulla quota, spesso definendola nice to have, un bene che si può non avere, da sfruttare al bisogno. Venerdì ha iniziato a farlo, con l’annuncio che un 4,5% di Generali sarà erogato ai soci Mps come extracedola a febbraio. Altri segnali, oltre che fonti vicine al dossier, indicano …
MILANO – Nel tumulto delle due Ops lanciate da Mps su Banco Bpm e Banca Generali passa sotto traccia lo smantellamento del 13,3% di Generali, quota storica che ha permesso a Mediobanca di tenere a bada il Leone, presidiando la governance e i 900 miliardi in gestione.
L’ad Luigi Lovaglio, fin dalla scalata a Piazzetta Cuccia, si è mostrato laico sulla quota, spesso definendola nice to have, un bene che si può non avere, da sfruttare al bisogno. Venerdì ha iniziato a farlo, con l’annuncio che un 4,5% di Generali sarà erogato ai soci Mps come extracedola a febbraio. Altri segnali, oltre che fonti vicine al dossier, indicano che la riallocazione di uno snodo del sistema finanziario dovrebbe proseguire. Se così sarà, stanno già alla porta le due prime banche del Paese, Intesa Sanpaolo (promotrice di un’Opas su Mps) e Unicredit, probabili compratrici, sotto gli occhi fissi di governo e opposizione.
Il risiko bancario spiegato con i post-it: guida (anche ai soprannomi) del "match" Intesa-Mps
Il 4,5% di Generali vale 3 miliardi, e sarà erogato come extracedola (più un miliardo cash), dopo il pagamento delle due offerte di scambio, che si stima sia a febbraio. Una sorta di premio finale per la fedeltà dei soci Mps, che per ottenerlo dovranno snobbare l’Opas di Intesa al via in ottobre, e sperare che le Ops di Lovaglio riescano. In tal caso, a marzo al nuovo polo Mps resterebbe un 9% nel Leone. Che potrebbe essere ulteriormente dismesso, in tutto o in parte per motivi tecnici e regolamentari.
Qui serve un inciso tecnico. Sotto la soglia del 10% Mps perderà lo status di “azionista significativo”, che la direttiva Crr incentiva con un abbuono sul capitale (il Danish compromise). Mediobanca, che lo sfrutta appieno, anche perciò ha visto rendere il capitale investito a Trieste il 15-20% annuo. Ora Lovaglio, pur di salvare Mps, dalle grinfie di Intesa, rinuncia all’abbuono: anche se agli analisti ha detto che Mps chiederà alla Bce di riottenerlo, con la tesi che Banco Bpm apporterà al nuovo polo altri business assicurativi. Mps conta di farcela «nel 2028, con beneficio di 1,6 punti» sul capitale primario, pari a 3 miliardi circa. Ma i prossimi due anni - e sempre che poi Bce conceda lo sconto - la quota costerebbe, stimano gli esperti, ben 5 miliardi su 15 del capitale primario senese. Un salasso.
C’è anche un altro aggravio in vista. Se Generali conferisse il suo 50% di Banca Generali all’Ops, sarebbe pagata con il 5,8% di azioni di Mps, dando luogo a una partecipazione incrociata. La regolazione, bancaria e assicurativa, penalizza questa tipologia, con aggravi di capitale e congelando i voti di chi compra per secondo. Così Generali, oltre ad avere un certo impatto sul suo patrimonio, potrebbe vedersi sterilizzare al 3% i diritti di voto nel polo Mps. Tutto questo non vuol dire che Siena e Trieste debbano sciogliere ogni vincolo: è noto che i manager sui due lati sono inclini a valutare un patto bancassicurativo, per sostituire quello con Axa in scadenza.
Tuttavia, ci sarebbe un modo più radicale per tagliare il nodo della quota in Generali. Intesa Sanpaolo da anni prova a crescere nel risparmio: e mettere un piede a Trieste, magari in vista di sviluppi comuni nelle gestioni, è un cardine dell’Opas sul Monte. Il modo in cui l’ad Carlo Messina è sceso in campo indica che difficilmente mollerà la presa. Ma cedergli la quota nel Leone che fu di Cuccia sarebbe, certo, il migliore incentivo.