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Il governo studia un contributo a carico delle società petrolifere. “Va concordato”

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Tajani: “Accordo come abbiamo fatto con le banche”. Gli sconti sul diesel in scadenza, palazzo Chigi valuta la proroga
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ROMA - La forma è sostanza. Politica prima ancora che economica. Per questo l’assillo sul nome: un contributo. Non una tassa ad hoc. Anche se alla fine il “gettone” potrebbe tradursi in un aumento delle imposte poco importa: per il governo che pensa a un balzello a carico delle società petrolifere, la questione che conta è l’etichetta sulla ricetta. E quindi un’idea propria da mettere sul tavolo, non una soluzione suggerita dalle opposizioni. Fonti dell’esecutivo spiegano l’effetto collaterale da evitare. Così: «Introdurre una tassa nazionale sugli extraprofitti significherebbe farsi dettare l’agenda dal Pd». Il riferimento è alla proposta della segretaria del partito Elly Schlein. E ancora di più alle parole con cui l’ha rilanciata dopo lo stop di Bruxelles all’intervento europeo suggerito dall’Italia insieme a Germania, Polonia, Austria, Portogallo e Spagna. Ecco l’affondo della leader dem: «Meloni e Giorgetti non hanno alibi, si diano una mossa e agiscano». Ecco la risposta: un con…

ROMA - La forma è sostanza. Politica prima ancora che economica. Per questo l’assillo sul nome: un contributo. Non una tassa ad hoc. Anche se alla fine il “gettone” potrebbe tradursi in un aumento delle imposte poco importa: per il governo che pensa a un balzello a carico delle società petrolifere, la questione che conta è l’etichetta sulla ricetta. E quindi un’idea propria da mettere sul tavolo, non una soluzione suggerita dalle opposizioni. Fonti dell’esecutivo spiegano l’effetto collaterale da evitare. Così: «Introdurre una tassa nazionale sugli extraprofitti significherebbe farsi dettare l’agenda dal Pd». Il riferimento è alla proposta della segretaria del partito Elly Schlein. E ancora di più alle parole con cui l’ha rilanciata dopo lo stop di Bruxelles all’intervento europeo suggerito dall’Italia insieme a Germania, Polonia, Austria, Portogallo e Spagna. Ecco l’affondo della leader dem: «Meloni e Giorgetti non hanno alibi, si diano una mossa e agiscano». Ecco la risposta: un contributo delle big oil. Da concordare.

Il modello a cui si guarda è quello adottato con l’ultima manovra: alla fine di una trattativa non priva di attriti e resistenze, il governo riuscì a raggiungere un accordo con banche e assicurazioni per un contributo triennale da 12,2 miliardi.

L’intervento allo studio muove da questo metodo. Necessario non solo per evitare di far passare il messaggio di un governo punitivo, ma anche per tenere unita la maggioranza. L’etichetta “contributo” diventerebbe il collante tra la Lega, che insiste per «chiedere alle banche una parte degli utili», e Forza Italia, che è allergica a un prelievo sugli istituti di credito.

Il contributo a carico delle aziende petrolifere andrebbe bene anche a Matteo Salvini. «L’importante è ottenere qualcosa da chi oggi guadagna di più a causa della crisi energetica», sintetizza una fonte del Carroccio.

Messi da parte le banche (leggere i timori per Mediolanum) e la parola “extraprofitti”, gli azzurri sono tra i sostenitori del contributo. Il vicepremier forzista Antonio Tajani mette a nota un ragionamento emblematico: «La tassa – sottolinea – è un mantra della sinistra, io sono per il dialogo: si possono trovare accordi con le compagnie petrolifere». E cita proprio «un contributo» e l’accordo con gli istituti di credito per lanciare la proposta. Meglio rilanciare, perché l’idea è nata qualche giorno fa in casa Fratelli d’Italia. Sotto traccia, in attesa di capire quando e come metterla in piedi. L’intenzione ha radici solide. «Si può ragionare su un contributo attraverso un confronto ed evitando inutili contrapposizioni perché – dice il responsabile economico del partito Marco Osnato a Repubblica – quando sul tavolo ci sono questioni contingenti, come i costi record dell’energia, devono prevalere il dialogo e il contributo di tutti».

Nella maggioranza c’è chi spinge per un aumento della tassazione sulle big oil anche senza un accordo. Anche in questo caso c’è un precedente: il decreto energia dello scorso febbraio. «Utilizziamo le risorse ricavate per abbattere gli oneri di sistema che gravano sulle bollette», disse la premier Giorgia Meloni per rivendicare l’intervento. Ora l’idea torna in campo. I proventi finanzierebbero gli sconti su carburanti e bollette.

Nelle ore in cui valuta un decreto tampone per allungare gli sconti sul diesel in scadenza domani (l’idea è una proroga fino alla fine del mese o alla prima settimana di settembre), il governo deve pensare già a una soluzione strutturale. E a un’etichetta da maneggiare con cura.

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