✕

La paralisi di Delfin che rischia lo strappo sul risiko bancario

Ascolta l'audio

La società, con il suo pacchetto del 17,5% del Monte, è decisiva per le sorti del piano Lovaglio. Incertezza sul voto del board
2 minuti di lettura

MILANO — Il nuovo strappo di Leonardo Maria Del Vecchio (Lmdv) può aiutare o complicare ulteriormente i già difficili rapporti all’interno della famiglia? Questa è la domanda che anche gli addetti ai lavori della finanza si stanno ponendo soprattutto per capire che piega può prendere il risiko bancario che vede in Delfin, la cassaforte lussemburghese del gruppo, una decisiva protagonista attraverso le sue partecipazioni finanziarie. Oltre al 32% di EssilorLuxottica, infatti, la Delfin è il primo azionista di Mps con il 17,5% e il secondo socio di Generali con poco più del 10%. E custodisce anche il 2,7% di Unicredit fin dalla sua privatizzazione avvenuta nei primi anni ‘90.

Le dimissioni di Lmdv da tutti gli incarichi operativi in EssilorLuxottica sono state motivate informalmente con la necessità di avere mani più libere e non avere conflitti tra l’essere azionista al piano di sopra della Delfin e manager al piano di sotto. I due piani finora si erano incrociati più volte e il legame…

MILANO — Il nuovo strappo di Leonardo Maria Del Vecchio (Lmdv) può aiutare o complicare ulteriormente i già difficili rapporti all’interno della famiglia? Questa è la domanda che anche gli addetti ai lavori della finanza si stanno ponendo soprattutto per capire che piega può prendere il risiko bancario che vede in Delfin, la cassaforte lussemburghese del gruppo, una decisiva protagonista attraverso le sue partecipazioni finanziarie. Oltre al 32% di EssilorLuxottica, infatti, la Delfin è il primo azionista di Mps con il 17,5% e il secondo socio di Generali con poco più del 10%. E custodisce anche il 2,7% di Unicredit fin dalla sua privatizzazione avvenuta nei primi anni ‘90.

Le dimissioni di Lmdv da tutti gli incarichi operativi in EssilorLuxottica sono state motivate informalmente con la necessità di avere mani più libere e non avere conflitti tra l’essere azionista al piano di sopra della Delfin e manager al piano di sotto. I due piani finora si erano incrociati più volte e il legame che univa Lmdv con Francesco Milleri, manager plenipotenziario indicato da Leonardo Del Vecchio quando era ancora in vita, aveva sempre prevalso. Ora questo legame sembra essersi spezzato e bisogna immaginare quali possano essere le conseguenze.

Per capire occorre riavvolgere il filo degli ultimi quattro anni. La successione di Del Vecchio è bloccata perché tre eredi, Luca, Clemente e Paola Del Vecchio hanno accettato l’eredità con il beneficio di inventario impedendo che venissero pagati i legati che il padre aveva indicato a favore di Milleri sotto forma di azioni Essilux. Il blocco della successione è in realtà un grimaldello per convincere gli altri famigliari a cambiare lo statuto della Delfin che ha un board eletto a vita composto da cinque manager e dal quale tutti gli eredi sono esclusi. Questa governance è stata voluta da Leonardo Del Vecchio per separare la gestione delle società dagli azionisti che percepiscono il dividendo. Solo con l’unanimità di tutti gli otto soci Delfin queste regole si possono cambiare, ed è ciò che Luca, Clemente e Paola vorrebbero. Ma finora l’unanimità non è mai stata raggiunta, anche per l’opposizione della figlia Marisa e di Lmdv che agivano in stretto coordinamento con Milleri.

La rottura del sodalizio tra Lmdv e il ceo di Essilux può aprire dunque nuovi scenari. Lmdv è il socio più esposto finanziariamente (1,3 miliardi di debiti) ed è quello che sta soffrendo di più dalla mancata distribuzione dei ricchi utili Delfin negli ultimi tre anni, sempre per l’opposizione di Luca, Clemente e Paola. Il suo tentativo di comprare il 25% di Delfin in mano a Luca e Paola è fallito per il rifiuto del cda di Delfin a garantire 11 miliardi di finanziamenti dalle banche. Dunque Lmdv ha necessità di sbloccare lo stallo al più presto e potrebbe riavvicinarsi ai famigliari nel tentativo di cambiare lo statuto e a cascata la governance di Delfin. Si vedrà nelle prossime settimane se gli avvocati delle parti torneranno a parlare di modifiche da apportare allo statuto, introducendo un limite temporale al cda e ai consiglieri, alzando la soglia del dividendo minimo e stabilendo delle regole di uscita per i soci che lo volessero.

Nel frattempo, però, Delfin deve prendere decisioni importanti, come quella se aderire o meno all’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, e se avallare o meno l’attacco di Luigi Lovaglio al Banco Bpm e a Banca Generali. Per rispondere a queste domande il cda Delfin ha ingaggiato la banca d’affari Lazard che deve esaminare la situazione alla stregua di un investitore istituzionale. Ma al momento decisivo bisognerà vedere se il board di Delfin si spaccherà come avvenuto in occasione del rifiuto ad avallare l’operazione di Lmdv. In quell’occasione, per la prima volta, Milleri è andato in minoranza e la decisione è stata presa dall’ad di Delfin Romolo Bardin insieme altri due consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Poco prima, il 15 aprile, il board di Delfin aveva a sorpresa votato la riconferma di Lovaglio al vertice di Mps sostenendo la lista dell’imprenditore Tortora. Nelle prossime settimane la scelta sarà tra il “porto sicuro” di Intesa Sanpaolo che garantisce un buon rendimento o l’azzardo di Lovaglio che vuole fondere insieme quattro banche. E Bardin e Milleri potrebbero trovarsi su sponde opposte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi i commenti